Trama trilogia volume unico
Alyce, secondogenita del conte di Rochford, è una
giovane donna di una bellezza assoluta e perfetta, molto dolce, generosa e
attenta alle esigenze degli altri. Benché educata secondo i rigidi dettami
della nobiltà inglese, è molto determinata a realizzare il suo sogno d'amore, e
nasconde un'indole ribelle capace di non assecondare i desideri paterni.
Lucas, moro e attraente, è uno stalliere che ha
vissuto una vita di stenti e privazioni tanto da diventare duro e cinico.
Di poche parole, non crede nell'amore, ha un'aria
tenebrosa ed è circondato da un'aura di pericolo.
Giorno e notte, luce e ombra... potranno mai
incontrarsi e amarsi?
Daniela Tess esordisce in self con “Un amore proibito:
Origini” a giugno del 2018, cui seguono “Un amore proibito: Orgoglio” e “Un
amore proibito: Oltre”. I tre capitoli, insieme alla pubblicazione speciale
“Racconti di un amore proibito”, sono contenuti in questa riedizione.
Alcuni numeri del successo:
🤍 Oltre due milioni di pagine lette
🤍 1^ nelle classifiche “ebook romantici per
adolescenti e ragazzi
🤍 1^ nelle classifiche “Storie d’amore di
ambientazione storica per ragazzi”
🤍 3^ nella classifica bestseller narrativa
storica di Amazon
🤍 In top 50 bestsellers Amazon( generale) per
oltre 6 mesi
Un amore incancellabile, sarà la sua prossima
pubblicazione, prevista entro fine 2021.
Estratto
origini
Inghilterra
1810
«Senti, senti, cosa abbiamo qui? Una piccola
rivoluzionaria? Non pensavo che le bamboline avessero anche un cervello sotto
quei frivoli cappellini!» Alyce si girò di scatto, scioccata. Chi aveva osato
rivolgersi a lei in quel modo? Mai nessuno, in tutta la sua vita aveva osato
parlare così duramente alla figlia del conte di Rochford. Stava per rispondere
a tono e rimettere a posto quel villano ma si bloccò, o meglio si bloccò la sua
voce e il suo cuore. Un brivido di gelo, poi di calore le attraversò il corpo
come una scarica. La bocca era secca… ma cosa le stava succedendo? Davanti a
lei c’era un giovane uomo, uno stalliere probabilmente. Era alto, molto più
alto di lei, scuro, capelli neri. Un ciuffo ribelle gli era caduto sugli occhi.
Mentre lo toglieva dal viso, lei notò le sue mani, mani forti, abbronzate,
dure, abituate alla fatica ed al lavoro manuale, ma anche bellissime, con le
dita lunghe e magre. Una volta aveva visto un pianista con mani così, mani che
sapevano sfiorare ed accarezzare i tasti di un pianoforte. Si scosse. Cercò di
rispondere ma aveva la lingua legata. Lo guardò in faccia, negli occhi e fece
un altro errore. I suoi occhi erano neri, duri, freddi, indagatori, due fessure
buie, chiuse, senza luce. Mentre la guardavano non rivelavano nulla di sé ma
sembravano volerle entrare dentro e catturarle l’anima. Come se avesse intuito
l’effetto che le faceva, il giovane fece un sorrisetto ironico. Il suo sguardo
fu più impudente. Cominciò a squadrarla. Le accarezzò il corpo con lo sguardo.
Dove si posavano i suoi occhi lei si sentiva bruciare e formicolare. Continuava
a soppesarla, valutarla, audacemente, sfrontatamente come un uomo, come un
amante, come solo un marito, uno sposo, aveva il diritto di fare, senza il
rispetto e la discrezione che il loro diverso rango gli avrebbe imposto di
tenere. Alyce tremava sotto quell'esame. Era paralizzata. Dopo un tempo che le
parve interminabile sentì John dire: «Lucas, sei impazzito? Cosa ti prende? Non
sai chi è costei? E’ la figlia del conte di Rochford, il tuo padrone! Chiedile
immediatamente perdono! Scusatelo, Lady Alyce, questo ragazzo è appena
arrivato, è il nuovo stalliere e…» «John, non scusarti per me» lo interruppe
Lucas «so bene qual è il mio posto. Scusatemi Lady Alyce, il mio comportamento
è imperdonabile. Vedete» disse con un luccichio malizioso ed ironico negli
occhi «sono un umile e rozzo stalliere, poco abituato a trattare con dame del
vostro rango ma solo con animali e diseredati come me». Così dicendo le fece un
inchino beffardo che voleva sembrare di rispetto e soggezione ma che era, in
realtà, di derisione e disprezzo. Alyce, dopo la confusione iniziale, si sentì
attraversare da un fremito di rabbia. Cosa stava facendo? Permetteva ad un
umile sottoposto di trattarla così? Ricomponendosi, gli rispose: «Non si
preoccupi… signor? Lucas giusto? Capisco benissimo che sia poco abituato a
trattare con delle vere signore. Se vorrà mi renderò disponibile per un ripasso
delle buone maniere… ne ha davvero bisogno! John» disse rivolta al vecchio uomo
con il migliore dei suoi sorrisi stampato sul viso «Potreste preparare la mia
giumenta? Vorrei fare una cavalcata e visitare la tenuta. Dopo tutti questi
anni ho davvero il desiderio di vedere tutti i cambiamenti che ci sono stati».
Mentre parlava con il vecchio stalliere, Lucas continuò a guardare la
contessina e sorrise per il tentativo di lei di escluderlo, voltandogli le
spalle. Dal canto suo non era affatto tranquillo come voleva apparire, né, se
per questo, indifferente.
Estratto orgoglio
Londra 1812 Salone delle feste di Almack’s
Nel
salone da ballo una raggiante Arianne tornava a sedersi, accaldata, dopo
l’ennesima danza con uno dei suoi numerosi corteggiatori. «Zia» disse a Lady
Marge «Dov’è finita Alyce? Non l’ho più vista». «È uscita in terrazza con il
duca di Tresham» le rispose sua zia con un luccichio malizioso negli occhi.
«Capisco» replicò altrettanto divertita la nipote. Sua zia era incredibile:
spiritosa, divertente, allergica alle stupide convenzioni ma desiderosa
solamente di vedere le persone care felici e di cercare di esserlo lei stessa,
per quanto possibile. Si rimise seduta; quella quadriglia l’aveva davvero
stancata. Intanto il suo cavaliere, il conte di Felton, era andato a prenderle
una bevanda al tavolo dei rinfreschi. Era davvero un tipo interessante: biondo,
occhi azzurri, affascinante e spiritoso, forse leggermente viziato, non avendo
praticamente mai fatto nulla nella vita a parte aspettare di entrare in
possesso della sua eredità; era comunque una compagnia piacevole. Non le faceva
battere il cuore ma d’altronde aveva accantonato da tempo quelle sciocchezze.
Lei e Alyce in questo erano molto simili. Alyce non aveva accettato
compromessi, aveva preferito un’esistenza solitaria a un misero palliativo. Lei
sarebbe stata capace di fare lo stesso? Certo non c’era paragone tra la sua
sciocca infatuazione di due anni prima e la tragedia, devastante, vissuta da
sua sorella. Le si strinse il cuore: magari, chissà… questo duca di Tresham
sembrava un tipo davvero interessante e da come aveva guardato Alyce era già
totalmente affascinato da lei. Si avvide che stava tornando Lord Felton, allora
accantonò quei pensieri e gli sorrise. Intanto dall’altra parte della sala un
uomo era appena arrivato. Si era messo anche lui quella stupida maschera,
fortunatamente era quasi mezzanotte. Era in ritardo ma non aveva molta voglia
di essere a quella festa. Dopo l’ultima, sanguinosa guerra, temeva di essere
cambiato, di non essere più lo stesso. Sorrise, salutò alcuni ospiti. Era lì
proprio per scuotersi da quell’apatia che lo aveva afferrato dal suo ritorno
tra i “civili”. Voleva tornare a essere l’uomo spensierato e allegro di un
tempo, la canaglia superficiale e divertente, amante delle donne e della bella
vita. Non gli piaceva quel nuovo se stesso riflessivo e cupo, pensieroso.
Quella era l’occasione giusta per rituffarsi nei piaceri di una volta e
recuperare quella “leggerezza”. Salutò il conte di Wyngate «Vecchio mio, come
stai?» «Finalmente sei tornato dai campi di battaglia, caro Adrian… allora?
Pronto per mettere la testa a posto? Si dice che tuo padre sia stufo delle tue
follie e voglia un erede prima di morire. Vuole essere certo di lasciare il
marchesato in buone mani, tu cosa ne pensi al riguardo?» E rise fragorosamente.
Adrian lanciò un’occhiataccia all’amico: «Smettila, mi stai mettendo di cattivo
umore. Stasera sono qui per divertirmi, intendo ballare e voglio farlo con la
dama più bella della serata anzi, con la debuttante più affascinante. Mi
divertirò a scandalizzare la madre prendendo la figlia e trascinandola in un
valzer pericoloso» rise. «Il titolo di marchese, che presto sarà mio, mi dà una
certa rispettabilità» aggiunse con un velo di amarezza che l’amico non colse.
«Guarda guarda quella fata laggiù! Uhm, non sembra neanche una debuttante, non
è scialba e infantile come le altre, sembra più donna… ma chi è? Penso di non
averla mai vista». L’amico scoppiò in un’altra fragorosa risata. «Chi, quella?
Non te la consiglio amico mio! Anche se stasera è affascinante e soave ha una
lingua tagliente che non ti piacerebbe. Non fa per te credimi». «Invece voglio
conoscerla. Ora chiederò a qualcuno di presentarmi: è la donna più bella della
festa e sarà con lei che danzerò». «Fermati Adrian, prima di renderti ridicolo.
È assurdo che tu non riesca a riconoscerla, pur portando una maschera; per caso
in guerra hai perso la memoria? Possibile che non ricordi la contessina Arianne
Rochford?». Adrian si fermò, attonito. Per un lungo momento la osservò: e così
quella era Arianne. Il familiare senso di disagio che sempre aveva provato nei
suoi confronti riemerse; lo scacciò, infastidito. Certo che lei era davvero
cambiata. Non era più l’adolescente acerba e insignificante ma era diventata
una vera bellezza. Diversa dalla sorella ma comunque una bellezza: i capelli
castano chiaro, con riflessi dorati, erano raccolti in un’acconciatura
elaborata con boccoli leggeri che le ricadevano sulle spalle. Gli occhi erano
nascosti ma quello che poteva intuire del viso lo lasciò a bocca aperta: la
bocca era più piena, sensuale, carnosa; indossava un vestito bianco ma su di
lei aveva un effetto tutt’altro che innocente, era scollato e lasciava
intravedere la pienezza del seno. Le scivolava addosso sottolineando un corpo
snello, perfetto. Era attorniata da decine di ammiratori. Una traccia di buon
senso gli disse di voltarsi e andarsene ma come al solito scelse la strada più
difficile. Nulla era cambiato, disse a se stesso. Non voleva una moglie e non
era certo il caso di corteggiare una debuttante, eppure… quando si trattava di
lei, non aveva mai fatto la scelta giusta o saggia. Semplicemente gli faceva
perdere il controllo della situazione, era irritante ma anche maledettamente
eccitante. Aveva proprio bisogno di una sfida per tornare a sentirsi vivo e a
distrarsi. Non ascoltò l’amico che gli diceva di fermarsi, seguì un impulso
folle e il suo istinto. Arrivò davanti a lei che stava per alzarsi e ballare il
valzer con un idiota biondo. Lui interruppe gli sguardi complici che si lanciavano:
«Scusatemi Lady Arianne, credo che questo sia il mio ballo». Lei lo guardò
stupita, l’incantevole bocca aperta a formare un cerchio perfetto. Era
meravigliata e incredula, forse non si aspettava di vederlo. Prima che l’altro
cavaliere protestasse, approfittando della confusione di lei, la trascinò sulla
pista per ballare, finalmente insieme, per la prima volta.
Estratto oltre
Capitolo 1 Londra 1812 Residenza dei conti
Carlisle
La sala da ballo rifulgeva di luci, colori,
profumi. Jane era con suo marito all’ingresso, in attesa di essere annunciata
dal conte e dalla contessa di Carlisle. Era molto emozionata, turbata. Odiava
quei ricevimenti, odiava essere al centro dell’attenzione. Quando era solo una
stupida ragazza piena di sogni aveva anelato a essere la reginetta della festa,
insieme a quello che pensava sarebbe stato il suo principe azzurro. Non che
fosse bellissima, lo sapeva. Aveva colori troppo chiari, una pelle troppo
diafana, occhi celesti che sembravano quasi trasparenti. Avrebbe tanto voluto
essere diversa, mora, voluttuosa, con le curve al punto giusto e non magra,
esile, com’era. Forse, se fosse stata diversa, suo marito l’avrebbe amata o
quantomeno non avrebbe cercato le altre. Tante altre. Ricacciò indietro le
lacrime che minacciavano di uscire. Non era davvero il caso di abbandonarsi
all’autocommiserazione. Non più. Era quasi morta quando aveva capito, nel più
brutale dei modi, che lui non l’amava, che non l’aveva mai amata. L’aveva
sposata solo per i suoi soldi. Glielo aveva detto, e dimostrato, durante quegli
anni. Si portò una mano al collo dove portava i gioielli dei Rochford. Era
l’unico ornamento prezioso. Una volta era stata graziosa, desiderosa di
piacere, di farsi ammirare. Ora era… non sapeva più cos’era. Dentro si sentiva
spenta, una vecchia ottuagenaria. Non era la ragazza sognatrice di un tempo.
Non amava più i vestiti e non seguiva la moda; tanto tempo prima aveva creduto
che se fosse stata à la page lui l’avrebbe apprezzata. Anni di indifferenza, a
volte di crudeltà, le avevano ben presto fatto cambiare idea: era e sarebbe
stata sempre un topolino, come amava definirla, troppo insignificante, chiusa,
timida, per lui. Troppo poco per l’erede di una delle casate più antiche del
regno. Tanto perfetto fuori quanto marcio dentro. Lo guardò. Era bellissimo,
così bello da farle ancora sentire quella maledetta morsa allo stomaco. Alto,
capelli nerissimi, con occhi blu, freddi come il ghiaccio… penetranti,
predatori, sensuali, pericolosi. Occhi che la tormentavano di giorno e popolavano
i suoi incubi di notte. Occhi che conoscevano ogni centimetro di lei, che le
ricordavano il suo abbandono e il suo ferito, giovane amore. Le prese la mano,
fredda: quella di lui bruciava. Un brivido le attraversò il braccio. Cercò di
divincolarsi. «Calma, topolino» le sussurrò piano perché nessuno sentisse.
«Salviamo almeno le apparenze, diamo l’idea di essere una maledetta coppia
felice». Già, le apparenze. L’unica cosa che contava. Avevano attraversato un
momento difficile, drammatico, due anni prima. Ne erano usciti a fatica,
salvando la casa e le proprietà dai creditori. Jane non sapeva come lui avesse
fatto. Sospettava che fosse una tregua, in attesa della vera catastrofe.
Codardamente preferiva ignorare ogni cosa che riguardasse suo marito. Ciò che si
ignorava non poteva fare male. Come cambiavano i tempi! Una volta desiderava
conoscere tutto di lui; ora preferiva non sapere nulla. Se non avesse avuto
paura che le impedisse di vedere i suoi figli lo avrebbe lasciato. Sarebbe
scappata lontano da quell’uomo che odiava con la stessa ferocia e intensità con
cui lo aveva amato. Lui non si confidava con lei. E ora neanche lei anelava a
quello. Le faceva paura e cercava di stargli lontana. Ma forse, a farle paura,
era qualcosa dentro di sé che non era ancora morto, che non era ancora stata
capace di uccidere. La stretta sul suo braccio si intensificò: era il loro
turno. Si preparò a esibire il suo sorriso migliore, pregando che quella serata
finisse presto. Voleva essere a casa, a Rochford Manor, con i bambini.
L’indomani sarebbe stata domenica, avrebbe voluto partecipare alla funzione,
parlare con il curato delle famiglie bisognose della contea. Aveva tante idee,
amava occuparsi degli altri, la faceva sentire utile, “necessaria”, le dava un
posto nel mondo, uno scopo. Furono ricevuti e annunciati; insieme, sempre con
la mano di lui che le teneva il braccio, arrivarono nello splendido salone. Non
avevano potuto declinare quell’invito. Era obbligata, dai voti pronunciati, ad
accompagnarlo a quegli eventi anche se li detestava. Come un perfetto marito,
Philip la condusse nella danza d’apertura; era un ballerino magnifico al cui
confronto lei spariva. Faticava ad adeguarsi ai suoi passi lunghi, alla sua
andatura sensuale, prepotente. Ballava così come faceva l’amore: aggressivo,
imperioso, dominante, con un perfetto controllo di ogni muscolo. Arrossì. Come
le era venuta quell’idea? Erano secoli che non visitava più il suo letto. Ora
gli serviva solo come moglie da esibire e nient’altro; gli aveva dato due
maschi sani, non occorreva che si sforzasse ancora per giacere con lei.
«Cos’hai?» Le chiese. Era incredibile come, pur ignorandola, sembrasse sempre
accorgersi di tutto ciò che la riguardava, sembrava sempre leggerle dentro,
come nessun altro sapeva fare. Forse, insieme al suo seme, aveva accolto una
qualche specie di veleno, che gli permetteva di controllarla, di sentirla, di
averla sempre alla sua mercè. Arrossì ancora di più per la sconvenienza di quel
pensiero. Cosa le succedeva? Non faceva mai pensieri così volgari. Non era come
le donne di cui lui amava circondarsi. Eppure era la verità: si sentiva
marchiata, posseduta da qualche strana malìa, avvelenata nel profondo, incapace
di sottrarsi a un incantesimo malvagio. Alla fine della quadriglia, sempre
insieme, andarono a salutare delle coppie di vicini e conoscenti. Subito si
ripeté la scena a cui era tristemente abituata: le donne adoranti che
occhieggiavano suo marito, che gli parlavano, che lui stuzzicava, con cui
rideva. Era brillante, colto, affascinante, con un gran senso dell’umorismo.
Tutte doti che non aveva mai sprecato con lei. Sussultò quando la viscontessa
Berkeley si avvicinò seducente a lui. Un lampo di riconoscimento e un sorriso
predatorio apparvero negli occhi di Philip. Dunque era quella la sua ultima
amante. Le chiacchiere che le sue premurose amiche le avevano riportato erano
vere. A un tratto vide che la nobildonna si era fatta strada fino a lui che,
circondato da dame bellissime, le stava intrattenendo con aneddoti divertenti,
dimenticandosi di sua moglie, relegata in un angolo, fuori da quel cerchio di
chiacchiere oziose. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu vedere quella
donna mora, affascinante e voluttuosa, il suo esatto contrario, poggiare le sue
grazie esposte da un corpetto scollato sul braccio del marito. Che spudorata!
All’improvviso si sentì un pesce fuor d’acqua: odiava quella gente, quella
falsità, quell’ipocrisia, quella mancanza di rispetto! Si sentì soffocare: non
poteva avere un attacco di panico, non lì, non in quel momento, non di nuovo
dopo tutto quel tempo! Senza avvisare nessuno, e ignorata da tutti, scappò dal
salone per sfuggire alla ressa e cercare di ricomporsi. Philip vide con la coda
dell’occhio Jane avviarsi triste e sconsolata fuori dalla grande sala. Una stilettata
in quel buco nero che chiamavano cuore lo sorprese; non avrebbe dovuto provare
nulla, non certo rimorso, o dolore. Sapeva cosa aveva visto lei. Susannah, la
sua ultima amante, spudoratamente stava mettendo in mostra le sue grazie. Jane
non poteva sapere che erano mesi che non ne approfittava, non poteva sapere che
quella recita, da parte di lui, era solo a beneficio suo, per tenerla lontana.
La sentiva sempre di più, sentiva ogni suo sussulto, ogni dolore, leggeva il
suo viso e il suo corpo come un libro aperto. Non era entrato solo nel suo
corpo ma nella sua anima. E quello lo faceva infuriare. Non voleva appartenere
a nessuno, non poteva. Era un’anima nera, maledetta e se davvero gli importava
almeno un poco di sua moglie avrebbe dovuto tenerla lontana da lui e dalla
sozzura immonda della sua anima. Le aveva fatto troppo male. Non sapeva fare
altro che male. Lo aveva fatto persino alla sua stessa sorella, Alyce, con cui
aveva un legame di sangue. Eppure stette pazientemente ad aspettare che lei tornasse,
lanciando occhiate discrete verso le arcate di ingresso del salone. Cominciò a
tener conto del tempo che passava. Una sottile ruga di preoccupazione gli
corrugava la fronte mentre fingeva di flirtare con quelle donne, mentre le
paragonava a sua moglie e ne uscivano sconfitte, tutti pavoni troppo colorati
di fonte a un usignolo dolce e delicato. Tutte scollate, con seni perfetti
esibiti senza pudore da scollature troppo provocanti, tutte con cipria e
belletto. Jane era la formidabile eccezione con il suo vestito semplice, i
capelli raccolti e la pelle d’alabastro. La sua Jane che non seguiva la moda,
ma che era la più bella e desiderabile di tutte.
