Titolo: Confessioni
Autore: Andrea Ferraro
Editore: Eroscultura Editore
Pagine: 148
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Genere: erotico – gay – bisex al maschile -
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In vendita dal 24 marzo 22
Sinossi
Confessioni a due voci. Inizia Piero partendo da quando, ragazzo, scopre di preferire i maschi alle femmine, ma è pigro, lo sarà per tutta la vita, non sa dire no e accetta tutto ciò che gli capita, passivo, ma soddisfatto del ruolo di maschio posseduto. Con un salto temporale, si inserisce la dolce Carmela, fa le pulizie nella farmacia di Piero, riceve un serrato e gradito corteggiamento da Piero, che non è del tutto omosessuale, e inizia un’altra storia di sesso, tra reciproche confessioni di esperienze e fantasie erotiche. Scoprirete una bella coppia, vi farà eccitare, perché tutti dovrebbero fare sesso come loro, con passione e libertà.
ADATTO A UN PUBBLICO ADULTO
Biografia
Andrea Ferraro nasce in un paese del sud, si diploma al classico e frequenta lingue all’università, apprende lo spagnolo, ma non riesce a laurearsi. Allo studio preferisce il divertimento, che consiste nell’uscire con gli amici, leggere, ascoltare musica, frequentare le ragazze e sognare di scrivere un romanzo giallo. Poi scopre che gli riesce più facile cimentarsi con il genere erotico e decide di pubblicare Confessioni, il suo romanzo d’esordio.
Estratto
Altra occasione sprecata, altro segnale preciso che ai maschi piacevo, però.
Gaetano era venuto in
fretta e aveva lasciato un bel po’ di sperma a terra, quindi gli ero piaciuto,
mi consolai pensando a questo e al fatto che avevo fatto un passo avanti.
Lui era il primo che
aveva ammirato il mio culo in tutta la sua sporgenza. Mi promisi che avrei
fatto qualcosa per far sì che presto accadesse un’altra volta e mi imposi di
essere più deciso quando sarebbe accaduto.
Ma non successe più nulla
per anni. Gaetano non aveva detto niente a nessuno, ovvio. La sua famiglia
rispettava troppo la mia. Lui mi salutava e si comportava in modo naturale,
come se non fosse accaduto niente, in effetti così era. Tra noi due non era
successo nulla di ciò che avrei voluto.
Mentre mi cullavo nei
miei rimpianti avevo raggiunto il traguardo dei diciotto anni con poche
certezze: non avevo mai avuto il desiderio di farmi una sega, mi piacevano i
maschi e desideravo il loro cazzo, quanto più grande e duro possibile.
Conclusione? Ero un ricchione, mi facevo rabbia da solo, ma se mi guardavo allo
specchio, di spalle, vedevo una bonazza dal sederino brasiliano e il nervosismo
sfumava.
Frequentavamo l’ultimo
anno delle superiori quando il mio compagno di banco mi chiese se fossi libero
nel pomeriggio.
«Sì, non ho impegni
Maurizio, perché?»
«Ti andrebbe di andare
alla festa del borgo?»
«Certo.»
«Ci vediamo alle sette
davanti al bar.»
«Va bene Maurizio.»
Fu una bella serata,
andammo sulle giostre e mangiammo un panino comprato in una delle mille
bancarelle che c’erano.
Il borgo era medievale,
la festa era scintillante. Stavo bene, anche se i veri festeggiamenti me li
aveva preparati Maurizio. Sarei stato ancora meglio dopo. O no?
Era mezzanotte, la sagra
era nel vivo, ma io avevo sonno.
«Ti accompagno a casa»
disse Maurizio «conosco una scorciatoia.»
Mentre camminavamo sul
selciato della strada di campagna, la scorciatoia, Maurizio si bloccò,
mi venne alle spalle e mi spinse a terra sull’erba che costeggiava la strada. Disteso,
a pancia in giù, sentii che mi sbottonava i pantaloni, li abbassava e, mentre
faceva lo stesso con i suoi, mi tirò giù le mutande lasciandomi il culo al
fresco dell’aria e alla luce della luna.
Non protestai, non
parlai. Mi limitai ad aspettare l’inevitabile sviluppo degli eventi.
Ho sempre agito così in
vita mia. Faccio fatica a negarmi, ma in quel caso ero felice per quello che
stava accadendo.
Quando appoggiò la
cappella sul buco del culo sembrò quasi che il calore del glande sciogliesse il
freddo che aveva avvinghiato il mio posteriore.
Aspettò qualche secondo,
non so perché, poi me lo mise dentro.
Quando iniziò a muoversi
pensai che mi sarebbe dovuto piacere.
Ora non avevo una biglia
che mi tappava il culo, ma un cazzo vero. Che andava avanti e dietro. Dovevo
essere soddisfatto.
Non lo ero.
Lui continuò, senza
parlare, mantenendo un ritmo costante. Avanti e indietro, avanti e indietro.
Qualche volta spingeva a fondo, sentivo i testicoli sul taglio delle natiche,
poi ricominciava con la cadenza regolare.
Quando ormai la strada
era spianata si muoveva dentro di me con facilità. Il cazzo era durissimo, ma
non provavo dolore, anzi cominciava a piacermi.
Pensai “Sono ricettivo, sono una checca”.
Dopo qualche minuto,
sentii il suo respiro aumentare di intensità, mi diede un paio di colpi in
sequenza, poi lo spinse fino in fondo. A quel punto provai piacere, sentii che
il mio cazzo stava crescendo.
Pensai di dirgli continua
così, spingi più che puoi, ma rimasi in silenzio. Lui intensificò gli affondi come
se mi avesse letto nel pensiero, ce l’avevo talmente dentro che ricordai la sua
cappella quella mattina, nella palestra della scuola. Il mio cazzo si indurì
del tutto, anche il suo.
Diede un’ultima,
fortissima, spinta e si fermò. Stava venendo.
Sentivo gli spruzzi nel
culo, fu bello. Per come ero eccitato mi sembrò poco, ne avrei voluto di più.
Quando il cazzo cominciò
ad afflosciarsi lo tirò fuori. Non fece commenti. Io nemmeno, mi ricomposi e me
ne andai senza salutare.
Durante il tragitto mi
sentii in colpa. Mi vergognavo per ciò che era accaduto anche se, forse, era
ineluttabile. Più che altro mi vergognavo perché mi era piaciuto.
In realtà mi ero
aspettato apprezzamenti, ma confidavo che ci sarebbero stati in seguito. Ecco
le mie insicurezze che venivano a galla.
Ero adulto solo per l’età
anagrafica, dentro ero un ragazzo poco esperto e per niente scaltro.
Scacciai i pensieri
sgradevoli consolandomi col fatto che quella sensazione di umidità che sentivo
nel culo era gradevole.
Cominciai a sculettare e
quando tornai a casa non mi feci il bidè, anche se servì a poco, il buchetto
aveva ritrovato la sua secchezza naturale.
La mattina dopo mi
svegliai di buonumore, come sempre. Non mi turbava l’idea che mi sarei seduto a
fianco del ragazzo che mi aveva inculato, scopato la sera prima. Anzi, ero
incuriosito. Mi avrebbe salutato in modo diverso? Mi avrebbe osservato con
occhi diversi?
Niente di tutto ciò, si
comportò come se non fosse successo niente. Avrei preferito che facesse qualche
riferimento, ma capii che il sesso lo praticava con piacere, però non amava
parlarne.
Come nel mio stile decisi
di aspettare. Toccava a lui stabilire il prosieguo. Per me era uguale, speravo
solo in un’eventuale ripetizione più soddisfacente, meno asettica.
Rimasi deluso, ovvio. Le
repliche ci furono, ma tutte uguali alla puntata principale. Repliche, appunto.
Lui iniziò a frequentare
casa mia, la mattina si limitava ad avvertirmi che sarebbe passato nel
pomeriggio. Lo faceva almeno una volta a settimana. Entrava e mi portava sul
letto dei miei genitori. Mi stendeva, mi abbassava i pantaloni e gli slip mi
penetrava e dopo pochi minuti sborrava nel culo. Durante l’amplesso era
silenzioso, si concentrava come se stesse sostenendo un’interrogazione. Ma
quello che mi deludeva di più era che non mi accarezzava mai, agognavo sentire
le sue mani sfiorarmi. Niente.
Dopo andavamo nel salone
e parlavamo. Non ho mai avuto il coraggio di dirgli nulla di quello che
pensavo.
Mi muovevo sul divano per
fargli capire che lo sentivo ancora dentro, che mi piaceva quella sensazione di
umido che avevo tra le natiche, nel culo, nelle viscere. Forse lo capiva, ma se
ne fregava, non credo avesse stima di me.
Avevo ragione. Però mi
piaceva essere sbattuto da lui. Mettiamola così: era divertente per entrambi e
andava bene così.
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