Titolo: Fingo
Autore: Cristiana Rumori
Editore: Brè Edizioni
Pagine: 198
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In carta a 14€ nelle principali librerie online e
fisiche
Genere: narrativa young adult, amore, non
romance
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In vendita dal 12 aprile 2019
Sinossi
La vita può essere un film? E un film, quanto può
diventare vita vera? Cristiana Rumori ci dimostra che tutto è possibile, lo fa
con la sua bellissima e sfrenata fantasia, con una narrazione fluida,
coinvolgente, e fa volare il lettore con le sue ali, verso New York, dove la
vita della protagonista avrà una svolta, verso i suoi sogni, sempre più realtà,
sempre più belli da condividere. È sempre così quando leggi un bel romanzo: ti
senti amica/o dell’autrice, ma anche dei protagonisti, ti sembra di toccarli,
di uscire a bere con loro. Perfino di farci l’amore, e gioire o soffrire per i
loro successi o insuccessi di questi giovani attori, del cinema, della vita,
giacché in FINGO, tutto si mescola, tutto è sogno e/o realtà. A voi capire, a
voi il piacere di scoprirlo tra Roma e una fatata New York.
Biografia
La creazione porta
in tanti luoghi, il motore resta la curiosità, per se stessi, per gli altri,
per i paesaggi che è possibile esplorare e per il desiderio di dedicarsi alle
infinite rivelazioni del linguaggio. Cristiana crea contenuti, dalla parola
scritta al video, immagina, assembla e trasforma, ascolta per rielaborare.
Intervista, assorbe e libera. Creare contenuti è un’esperienza, un viaggio,
un’occasione per cavalcare progetti e provare a renderli luminosi, colorati,
fruibili e sensuali.
Storia
professionale... e passionale?
Libera
professionista, molto libera, una Laurea in Scienze Politiche, più di 15 anni
di esperienza come Scrittrice, Content Strategist, Content editor, Copywriter,
Storyteller come si ama dire ora. Ha curato progetti digitali per Web Agency,
Media Company, Startup, Case Editrici e importanti brand. Ha scritto romanzi,
guide, libri di racconti, blog, sceneggiature.
Pubblicazioni
precedenti: Roma Perché Si Perché No, Newton Compton
Editori 2010, Il teorema dell'amore perfetto, Newton Compton
Editori 2010, 101 trattorie e osterie di Roma dove mangiare almeno una
volta nella vita e spendere molto poco, Newton Compton Editori 2009, Microcosmi
Erotici, Non Solo Parole 2007, Roma per le Strade di
AA/VV, Azimut 2007.
Estratto
Camminai per la 5th
Avenue alla ricerca del look appropriato. Cercavo qualcosa di sobrio, di
elegante, di casual-chic. Sorrisi ripensando a quella volta che decisi di
interpretare il ruolo da star in incognito. Fu a Central Park, facevo jogging,
un amico vestito da coach fingeva di allenarmi, un altro mi seguiva come a
controllare i movimenti attorno a me. Cappuccio della felpa di una nota marca
in testa, occhiali da sole, anche quelli griffati, calzoncini e scarpe ginniche
mi rendevano irriconoscibile, non troppo però. Mi basavo sulle ultime tendenze
di qualche star famosa per divertirmi a creare un po' di confusione. Resistevo
fino all'arrivo di qualche paparazzo poi, come una vera star esausta per le
attenzioni create, entravo in qualche auto con autista e scappavo nel traffico.
Due anni prima ero stata inserita tra le pagine di un giornale scandalistico
con un'identità niente male. Quel giorno provai una certa soddisfazione per
aver preso in giro qualche collega.
Terminato lo
shopping presi un taxi e tornai all'albergo. Il receptionist sorrise vedendomi
entrare sommersa dalle buste; fece cenno al facchino e aggiunse: «Voglio essere
presente quando indosserà i nuovi abiti, magari sorseggiando vino italiano.»
E io: «Sarà il
benvenuto.»
Un amico una volta
disse che non avrei trovato amicizie maschili flirtando. Avevo appena
sottolineato la prevedibilità degli uomini quando mi azzittì con una battuta
secca e, a essere sincera, opportuna. Spesso notavo quanto fosse naturale per
me il flirt, era un linguaggio che nasceva spontaneo, solitamente
incontrollabile e lontano dalla mia momentanea consapevolezza. Flirtavo con gli
uomini, con le donne, con la vita. Corteggiavo me stessa attraverso molteplici
travestimenti, saltuariamente mi domandavo a cosa servisse recitare ruoli
diversi, forse era solo un gioco al massacro, eppure bastava ricordare le
persone deliziose che avevo conosciuto grazie ai miei capricci per capirne il
senso. Non so se esisteva una sorta di principio intuitivo intorno alla scelta
del travestimento, forse la mente mi spingeva verso persone speciali o forse
era solo il caso a guidarmi, eppure non ero solita dare meriti al destino
piuttosto alla forza attrattiva di energie complementari che confluivano in un
medesimo punto.
La camera mi
accolse solitaria, scelsi alcuni brani e presi ad ascoltare musica, per
sciogliere la durezza di certe assenze. Ero sola, anche fare l'amore con il
receptionist mi avrebbe reso sola, tuttavia non avrei interrotto il gioco. Ero
una donna forte, consapevole che la mia indipendenza era tanto meritevole
quanto pericolosa. Con gli anni avevo accettato il fatto che per molte ragioni
non era possibile appoggiarmi a un uomo, anzi il più delle volte erano stati
gli uomini ad appoggiarsi a me e con il tempo ne avevo avvertito tutto il peso.
Un peso leggero quando si provava amore, un macigno quando percepivo che ancora
una volta sarei stata sola a prendere decisioni, a sistemare imprevisti, a
gestire spazi comuni. Una leggera stanchezza mentale venne smorzata da un ritmo
rap, la voce femminile incalzante, forte, cantava Go on, just go on now and
look around with a smiling face.[1]
Il sound venne
arricchito da un toc toc alla porta, Go on Lola, Go on.
Come prevedibile
il receptionist sostava fuori con una bottiglia di vino sopra il carrello delle
vivande.
«Buongiorno
Madame, ecco il pranzo e la compagnia per il pranzo. Detesto pensare a una
donna che mangia da sola» disse.
Sorrisi alla sua
determinazione e alla mia malizia. Spinse il carrello all'angolo della camera.
Mark, questo il suo nome, accostò le vivande a un tavolino vicino alla poltrona
poi, con un gesto sicuro, si accomodò e con la mano mi fece sedere su di lui.
Assolutamente a proprio agio prese a scoperchiare i piatti, afferrare del cibo
e portarlo alla mia bocca. Non avevo avuto il tempo di togliere il soprabito,
ma non passò molto prima che lo facesse lui stesso. A quel punto notò il
vestito strappato, ma non chiese nulla, i suoi anni a New York lo avevano reso
immune a ogni stupore, piuttosto considerò l'occasione un modo per realizzare
qualche fantasia non ancora soddisfatta.
Mark aprì la
bottiglia con estremo garbo e professionalità, versò il vino nei calici, brindò
alla mia grazia e, dopo alcuni sorsi durante i quali non disse assolutamente
nulla, fece scorrere la mano tra i brandelli del vestito. Bastò afferrare una
parte e via, uno strappo deciso eliminò la stoffa dal corpo.
Con quel gesto
realizzai una fantasia. Fu piacevole avvertire la forza di quell'uomo,
necessaria a liberare ogni freno e ripulire la mente da pensieri solitari.
Giocare non mi avrebbe fatto male. Ad armi pari non faceva mai male.
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