RACCONTO FANTASY......UN AMORE LUNGO UN SECOLO.



Ecco a voi care lettrici e cari lettori, un altro racconto che ha partecipato  all'evento "Giornata Fantasy"....

... e per rimarcare il concetto....

Perchè in fondo la notte è sempre più buia se ad accompagnarci c'è la paura... Buona lettura!


UN AMORE LUNGO UN SECOLO

Londra, 22 gennaio 2019.


Un boato assordante squarciò l’aria opprimente, sovrastò il frastuono delle grida e fece gelare il sangue di Deneb nelle vene. La ragazza arrestò di colpo la sua corsa. Aveva il respiro affannoso, il cuore pompava furiosamente. Scosse il capo da una parte all’altra. Sentì una scarica di adrenalina. Deglutì, arretrando fino a nascondersi nell’ombra del vicolo. Dal cielo plumbeo cadeva una fitta pioggia sottile, come a voler lavare via l’orrore di cui ormai la città era pregna. Il fetore nauseabondo di sangue trasudava dall’acciottolato e le permeava le narici. Appoggiò la schiena al muro freddo, si portò una mano sul petto. Sentiva sotto le dita il battito tamburellare forte. Socchiuse gli occhi, si allontanò i ciuffi castani dal viso madido di sudore, quindi con la mano libera estrasse la pistola dalla fondina. Abbassò la testa e tolse la sicura all’arma. Un solo colpo sarebbe stato sufficiente. Ormai non aveva più nulla da perdere. La porta dell’Efialte era stata distrutta: le fauci dell’inferno si erano spalancate vomitando le tenebre. Esseri demoniaci vagavano per i vicoli di Londra e tentacoli oscuri strisciavano fino a serrare la città in una morsa letale. Solo i quattro Protettori, di cui Deneb faceva parte, avevano il potere di sigillare o aprire la porta al confine tra l’Efialte e il mondo terreno. Sapeva chi era la causa di quell’apocalisse. Era stato Altair. Era stato l’uomo che amava. Un altro frastuono fece tremare la terra e Deneb si aggrappò alla parete dietro di lei con la mano libera per non cadere. Uno scricchiolio attirò la sua attenzione. Fece scattare la testa verso l’alto, le braccia tese. La rivoltella nera, stretta tra le sue dita sudate, riverberava la luce intermittente dei lampioni. Sembrava non esserci nessuno, eppure lei lo percepiva. Sentiva la sua essenza, le scorreva dentro. Un’ondata di sofferenza le divampò nelle vene, raggiungendo ogni poro del corpo. Deneb continuò a tenere la pistola davanti a sé, mentre lo sguardo balzava da una parte all’altra di quel vicolo umido e tetro. Il suo respiro era l’unico suono a spezzare il silenzio. Persino le urla che aveva udito fino a poco prima si erano azzittite, come se attorno a lei ci fosse una bolla isolante. E forse, rifletté, era proprio così. Lo vide emergere dal buio, la sua figura alta e slanciata era perfettamente plasmata nella notte. Il fascio di luce giallognola del lampione lo accarezzò senza tuttavia riuscire a illuminarlo, come se lui respingesse ogni bagliore. Altair era a pochi passi da lei, le mani nelle tasche dei jeans consunti e un’aura di malvagità che rendeva l’aria quasi irrespirabile. Dall’ombra del cappuccio logoro tirato fino alle orecchie, Deneb riuscì a intravedere lo scintillio delle sue iridi glaciali e le sue labbra disegnate in un ghigno. Deneb puntò la rivoltella nella sua direzione. Ce la mise tutta per scacciare il guizzo nello stomaco e per intimare al suo cuore di rallentare la corsa sfrenata. Era irrazionale e inutile provare quel sentimento, lei lo sapeva bene, tuttavia, per quanto tentasse, non riusciva a cancellarlo. Dell’Altair buono e gentile che aveva amato ormai non c’era più nulla, era giunto il momento di farsene una ragione. Era diventato un demone a tutti gli effetti. Il ragazzo piegò la testa di lato. «Deneb» la salutò, carezzevole, e per un solo attimo a lei sembrò la stessa voce che le aveva spesso dato il buongiorno dopo una notte di passione. A quel ricordo, la sagoma di lui divenne sfocata a causa delle lacrime traditrici. «Sei venuto a uccidermi, non è così?» mormorò lei, puntandogli la pistola alla fronte. Erano distanti pochi passi, eppure a Deneb sembravano su due pianeti diversi. Lui ridacchiò e sollevò i palmi in segno di resa. «Suvvia, un po’ di ottimismo.» «Sei un demone» sputò quella parola tra i denti come un insulto. «Manco solo io da ammazzare, credi che non sappia quello che hai fatto agli altri due Protettori?» Se l’avesse uccisa non ci sarebbero state più speranze per la Terra e non poteva permetterlo. Serrò le dita sulla pistola ancora puntata su di lui. Altair portò le mani verso il cappuccio della felpa e lo tirò giù. Deneb ammirò i suoi riccioli neri, accarezzò con lo sguardo la forma affilata del viso e i suoi lineamenti cesellati. Desiderava saggiare il profilo dei suoi zigomi alti, baciare quelle labbra morbide. Ma non poteva. Altair non c’era più, era stato divorato dal male da diverso tempo. Lei era l’unica reale superstite dei quattro Protettori. Il ragazzo le si avvicinò e Deneb indietreggiò di riflesso. Quando le fu a un respiro di distanza, la schiena di lei cozzò contro il muro freddo e umido. Gli occhi azzurri di Altair catturarono i suoi, incatenandola nel consueto incantesimo. Il torace della ragazza si alzava e abbassava rapido e un nodo le occluse la trachea. Voleva piangere per lavare via tutto il dolore di vederlo lì, di fronte a lei, uguale di aspetto ma dissimile nell’anima. Scrutò a fondo le sue iridi, un tempo del colore del cielo ora gelide come la neve. Sperava, scioccamente, di trovare il suo Altair, nascosto da qualche parte lì dentro. Il ragazzo alzò la mano e appoggiò il palmo sulla sua guancia. Avvicinò il viso al suo, premendo i loro corpi, e Deneb abbassò piano la pistola senza tuttavia lasciare la presa. Socchiuse gli occhi al tocco dei polpastrelli di lui sulla sua pelle; scottava, e le regalò piacevoli brividi lungo le membra. Il fiato di Altair divenne il suo. Era così vicino che poteva percepirne il calore fin dentro le ossa. Altair posò la sua fronte su quella di lei e increspò le labbra in un sorriso dolce. Il cuore di Deneb venne attraversato da una crepa di pura sofferenza, ma non riuscì a distogliere lo sguardo dal suo volto. Perché mi stai facendo questo? Avrebbe voluto urlargli. Invece, rimase zitta a bearsi di quell’immagine, quell’illusione che la stava facendo a pezzi. Altair era morto, era morto, era morto… Se lo ripeté come una nenia. «Sì, Altair è morto» le mormorò lui, dimostrandole di poterle leggere nel pensiero. «E morirai anche tu. Se dei quattro Protettori rimarrò soltanto io, l’Efialte potrà continuare a rigettarsi sulla Terra.» L’indice del ragazzo scivolò fino alla bocca semichiusa di Deneb e vi indugiò. Quelle parole sussurrate con dolcezza, eppure taglienti come lame, la risvegliarono dal torpore. Lei assottigliò lo sguardo. «Sei un ingenuo se pensi che te lo lascerò fare.» Il suono del cane della pistola pervase l’aria. Deneb fu lesta a premere la canna della rivoltella sulla tempia di Altair. Una lacrima solitaria scivolò dalle sue ciglia e si srotolò lungo il viso. «Addio.» Le pupille di Altair si allargarono per la sorpresa. Deneb si lasciò sfuggire soltanto un singhiozzo. Poi premette il grilletto. Lo sparo riecheggiò nel vicolo e dentro di lei. Il sangue di Altair le schizzò in faccia e il corpo di lui ricadde scomposto al suolo. Deneb non riuscì a smettere di fissare il volto del ragazzo, ancora accartocciato in un’espressione sgomenta. Lo aveva ucciso. Le lacrime si rincorrevano sul suo viso miscelandosi al sangue dell’unico uomo che avesse mai amato. Prese un respiro profondo, dopodiché si portò la pistola alla bocca avvolgendo la canna con le labbra. Il freddo dell’arma le penetrò fin nelle ossa e ansimò. Temeva di non averne il coraggio. Altair era svanito per sempre e non c’era più motivo per lei di sopravvivere. Le porte dell’Efialte si erano aperte, la sua sola magia non sarebbe stata sufficiente a richiuderle. Se fosse morta, però, loro quattro si sarebbero reincarnati in nuovi Protettori. Avrebbero passato il testimone a qualcun altro e forse per la Terra ci sarebbe stata una speranza. Fu con quel pensiero che premette per la seconda volta il grilletto e si uccise. 

*** 

Londra, Quartiere degli umani, 2 dicembre 2119

 Dubhe diede una fugace occhiata all’orologio appeso alla parete color lavanda dell’elegante stanza in cui si trovava. Le lancette segnavano già le due del mattino, ma sapeva di avere almeno ancora un’altra ora di lavoro. Due, se Louis, il demone a capo del locale, avesse deciso di trattenerla. E lui, di solito, era più incline a farla sgobbare piuttosto che a lasciarle qualche ora di libertà in più. La ragazza sospirò, smaniava per poter abbandonare quel luogo che puzzava di sigari e alcol. Era molto nervosa. Durante il ritorno sarebbe dovuta passare per una delle zone peggiori, accanto alla recinzione elettrificata che separava il Quartiere degli umani dalla parte della città in cui vivevano i demoni, e ciò la spaventava. Purtroppo, era il solo modo per ottenere i farmaci di contrabbando necessari alla sopravvivenza della sua sorellina Lucy, l’unico parente che le era rimasto dall’omicidio dei loro genitori. Era lei a occuparsi della sorella e riusciva a guadagnarsi a malapena da vivere, lavorando in quel locale in cui si riunivano i demoni di rango maggiore per discutere di affari. Odiava quel lavoro, detestava indossare abiti succinti e sorridere sensuale a indirizzo degli esseri malvagi. Tuttavia, doveva mostrarsi sempre accomodante, anche a eventuali occhiate lascive. Il suo compito si limitava a versare l’alcol nei bicchieri oppure ad accendere sigarette, e a parte gli orari massacranti e le palpatine poco caste non le era mai accaduto nulla di spiacevole. Poteva davvero ritenersi fortunata rispetto alle ragazze sottratte dalla strada e vendute come prostitute. Ai demoni piacevano le donne umane, e le unioni mezzosangue non erano insolite di quei tempi. Dubhe aveva spesso sentito parlare di veri e propri harem. Capitava che le giovani restassero incinte e partorissero bambini di sangue misto. Era raro, ma accadeva. La ragazza si guardò allo specchio e si sistemò la lunga e fluente coda castana, dopodiché si rassettò la corta gonna nera a balze. Il corpetto bordeaux le stringeva il busto e le strizzava il seno facendola sentire a disagio: non si sarebbe mai abituata a mostrarsi in quel modo davanti a degli sconosciuti. Sospirò, poi gettò uno sguardo rapido all’orologio. Presto il suo capo sarebbe entrato dalla porta con suo figlio e alcuni demoni d’affari. Si vociferava che il figlio del suo datore di lavoro fosse un affascinante mezzosangue e, non avendone mai visto uno, la curiosità scalpitava in lei. Rimase in piedi, immobile con le braccia lungo i fianchi, finché, dopo qualche minuto, udì un parlottare proveniente dal corridoio. L’uscio si aprì e sulla soglia apparvero quattro persone. Louis fu il primo a entrare nella stanza, seguito da due esseri infernali. Erano bellissimi. Le loro figure alte, slanciate e prestanti erano fasciate in eleganti smoking da sera e il loro portamento impeccabile trasudava forza ed energia malvagia. La pelle diafana, le iridi eterocromatiche e i lineamenti del viso affilati e regolari facevano di loro delle opere artistiche viventi da osservare con stupore. Dubhe sapeva che era solo una facciata, erano ammalianti per gli umani così come lo erano le piante velenose per gli insetti. I tre demoni entrarono nel salottino, prendendo posto sui divanetti bianchi attorno a un piccolo tavolo in vetro su cui era appoggiata una costosa bottiglia di vino rosso e quattro bicchieri. Nessuno di loro si era dato la pena di guardarla, quasi fosse meno di una mosca. Nessuno, eccetto il giovane ragazzo ancora fermo sull’ingresso. Dubhe si sentiva perforare dagli occhi di lui, si impose di non girare la testa, ma fallì miseramente. Si voltò e i loro sguardi si allacciarono, quasi calamitati, incapaci di resistersi. Le mancò il fiato per un attimo e si smarrì dentro quelle pozze cristalline. Quel ragazzo aveva le iridi azzurre come una tersa giornata d’estate, di quelle che venivano mostrate negli ologrammi e che ormai, sulla Terra soffocata dal miasma demoniaco, non si potevano più ammirare. Era bello, ma non nel modo quasi fastidioso in cui lo erano gli altri tre demoni nella stanza, seppure l’essenza infernale sembrava essergli cucita sulla pelle. Pensò che fosse lui il figlio del suo capo. Aveva alcuni tratti demoniaci, come gli zigomi alti e le labbra soffici, tuttavia non possedeva l’eterocromia e il suo fisico aveva qualcosa di meno imponente, più umano. I suoi capelli neri, ricci e lunghi fino alle orecchie, erano lucidi e spiccavano sul pallore innaturale del viso. Il ragazzo le sorrise e il cuore di Dubhe saltò un battito. Aveva la sensazione di conoscerlo da sempre, sentiva dentro di sé una forte nostalgia per quel viso, quegli occhi ipnotizzanti e, soprattutto, quel sorriso timido e dolce al contempo. La forza di quel sentimento la straziava rendendola triste. “Che l’abbia già visto nelle vicinanze?” si chiese. Razionalmente sapeva che non era possibile, perché i demoni non abitavano nel Quartiere degli umani, e in ogni caso ne avrebbe avuto un vivido ricordo. Tuttavia, nel profondo di se stessa aveva l’impressione di conoscere a memoria ogni sfaccettatura di lui, per quanto fosse incredibile anche solo pensarlo. Dubhe non riusciva a staccargli lo sguardo di dosso, neppure lui parve intenzionato a smettere di guardarla. «Adair, entra e chiudi la porta.» La voce profonda del capo di Dubhe frantumò l’incantesimo che scorreva fra lei e il ragazzo. Lui si riscosse, spezzò il contatto visivo e il suo sorriso si dissipò all’istante. Dubhe percepì un’ombra nell’espressione del giovane di nome Adair, e capì che aveva dei conflitti con il padre. Non sapeva come facesse a esserne tanto sicura, eppure la piega leggermente all’ingiù delle sue labbra e la mandibola d’un tratto contratta glielo comunicarono. Era come se possedesse la chiave per decifrare il linguaggio del suo corpo. Adair avanzò e prese posto accanto a uno dei demoni, silenzioso e all’apparenza impassibile. Dubhe osservava ogni sua mossa, attratta da lui come un’ape dal miele. La riunione di affari si protrasse per un’ora. Dubhe, diligente e laboriosa, aveva versato il vino nelle coppe di cristallo, aveva allungato il posacenere a uno dei tre demoni ed era rimasta in disparte come un mobile dell’arredamento. I tre non si curavano di lei, l’unico a reagire alla sua vicinanza era Adair. Quando lei avanzava verso di loro per svolgere le mansioni richieste, lui irrigidiva la schiena e la guardava di sottecchi. Sembrava studiarla con minuzia, ma sorprendentemente non le arrecava fastidio, anzi ne era lusingata. Era stata tanto concentrata a non perdersi neppure un respiro di Adair, da non aver ascoltato una sola parola pronunciata dai tre esseri demoniaci. Lo aveva visto aggrottare le sopracciglia e assumere un’espressione corrucciata ogni volta che suo padre prendeva parola. Louis si portò un sigaro alle labbra, quindi inspirò e rilasciò il fumo. «Direi che per oggi è sufficiente» esordì, rivolto ai suoi simili. Non degnava il figlio di un’occhiata, e Dubhe si chiese perché lo avesse portato lì. Mentre gli esseri infernali si alzavano dai divani, la risposta alla sua muta domanda non tardò ad arrivare. Il suo datore di lavoro piantò gli occhi, uno azzurro e l’altro magenta, su di lei. «Occupati di lui» le ordinò, indicando il figlio con un cenno del capo. Dubhe spalancò le palpebre e schiuse la bocca, sorpresa. Fece balzare lo sguardo dal demone al ragazzo. Adair se ne stava con la schiena ricurva in avanti, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e il mento alzato. Fissava un punto davanti a lui e aveva d’un tratto smesso di prestarle attenzione. Lei intuì il suo disagio. Dubhe non rispose al demone e attese che se ne andassero. Una volta che la porta venne chiusa, gli occhi di Adair saettarono su di lei. «Non è come può sembrare» si affrettò a spiegare. «Avevo bisogno di parlarti in privato e gli ho pagato la stanza per mezz’ora.» La sua voce fu uno schiaffo in pieno viso, le riportò a galla un caleidoscopio confuso di immagini e sensazioni. Dubhe percepì il cuore stringersi in una morsa. Arretrò d’istinto, impaurita dalla situazione. «Perché?» Perché mi sembra di conoscerti da sempre? Avrebbe voluto chiedergli, invece. «Non sono una prostituta» soggiunse concitata, quando lo vide alzarsi in piedi. Temeva che l’avrebbe aggredita, anche se non avvertiva alcuna minaccia da lui. I movimenti del suo corpo le suggerirono che stesse cercando un approccio amichevole. Continuò a trovare assurdo il modo in cui riusciva a comprenderlo soltanto guardandolo. Adair sospirò e non accennò ad avvicinarsi. «Lo so, infatti non voglio usarti in alcun modo. Voglio solo parlare.» «Di cosa vuoi parlarmi? Sono una semplice dipendente, non ho fatto nulla di male.» Adair sorrise mesto e scosse il capo. «Sei molto più di questo.» Le sue iridi azzurro cielo accolsero una sfumatura dispiaciuta. Le si avvicinò con cautela. Dubhe iniziò a spaventarsi e indietreggiò ancora di più fino a far cozzare la schiena contro il muro. Aveva il respiro affannoso e il panico le annodava lo stomaco. Qualcosa dentro di lei, però, le sussurrava di fidarsi del giovane, anche se continuava a essere un pensiero irrazionale. «C-cosa vuoi dire?» Dubhe cercò con lo sguardo un qualsiasi oggetto contundente con cui difendersi all’occorrenza, ma l’unica potenziale arma era la bottiglia di vetro sul tavolino dietro Adair. Troppo distante da raggiungere e comunque dubitava che lui non l’avrebbe fermata. Lui continuò ad avanzare, accorciando in breve la distanza tra loro. Arricciò le labbra in un dolce sorriso rassicurante e il cuore di Dubhe ebbe un guizzo. Quel sorriso le scatenò un maremoto dentro, qualcosa di incredibile e mai sperimentato prima di allora. Era un misto di calore, sofferenza e dolcezza nostalgica. Si sentiva come quando osservava la pioggia scrosciare sui vetri in una giornata d’autunno. Era come quando sfiorava con il polpastrello le fotografie dei suoi defunti genitori catturati in un attimo felice. Era come avere dinnanzi qualcuno che aveva amato, ma che aveva perso. Cosa le stava accadendo? Era confusa. Si morse l’interno della guancia. “È un maledetto sconosciuto.” Pensò. No, non lo è. Un’altra voce dentro di sé, più predominante, prese il sopravvento e a quelle parole un dolore sordo le serpeggiò ovunque. Adair allungò un braccio nella sua direzione, ed esitò prima di appoggiare il palmo rovente sulla sua guancia. «Noi ci conosciamo» le rivelò. «Ci conosciamo molto bene. Ti ho cercata ovunque…» Dubhe trasalì a quelle parole. La sua pelle ardeva a contatto con quella di lui. Desiderò che la stringesse in un abbraccio, perché sentiva la mancanza del tepore confortante del suo corpo. Come poteva mancarle una persona che non aveva mai visto prima? Quel pensiero fu sufficiente a scuoterla. Guardò di nuovo la porta. Voleva fuggire da quella situazione surreale, sentì l’urgenza di andarsene, di allontanarsi il più possibile. Gli dedicò un’occhiata truce. «Non so di cosa tu stia parlando. Stai commettendo un errore» fu brusca nel dirlo, ma non le importava. Era terrorizzata, smaniava per correre via, pertanto si scansò da lui piuttosto bruscamente. Non le importava di offenderlo; dopotutto, benché una parte sconosciuta del suo essere le sussurrasse il contrario, non aveva la più pallida idea di chi fosse quel ragazzo. Adair, però, non sembrava un tipo avvezzo ai rifiuti. Infatti, le appoggiò la mano sulla spalla per trattenerla. «Potresti starmi a sentire? Ci vorranno solo pochi minuti. Per favore.» Il suo tono non era minaccioso, tradiva soltanto una profonda stanchezza. Dubhe si sentì mancare il respiro, pervasa dal desiderio di afferrare la mano dello sconosciuto e stringerla. C’era una voce, dentro di lei, che sgomitava per uscire e prendere il sopravvento. Era come se le mancasse un tassello importante, come se dovesse ricordare ma non ci riuscisse. Il giovane di nome Adair continuò a osservarla intensamente, in attesa. Sembrava non volersi perdere nessun dettaglio di lei. I suoi occhi cristallini erano privi di ombre e perdersi dentro di essi le procurava smarrimento e dolore. Una sofferenza ingiustificata che la metteva a disagio. Dubhe scosse la testa in segno di diniego, spaventata da quel trambusto di emozioni. Voleva soltanto uscire da lì, dimenticare quell’incontro e andare a prendere le medicine per sua sorella. «Non posso. Non ho tempo per nulla di tutto questo. Mi dispiace.» Un lampo di delusione attraversò l’espressione di Adair, che però lasciò la presa. Raddrizzò la postura, l’espressione d’un tratto dura e impenetrabile. Lo aveva ferito, lo sapeva. Ignorando quella consapevolezza scomoda, si voltò e, senza più gettare nemmeno un’occhiata nella sua direzione, corse fuori dal salottino. Adair non la fermò. Da qualche parte in fondo all’anima, Dubhe sentì un forte rammarico. *** L’umidità le incollava i lunghi capelli castani alla nuca e si infiltrava sotto gli abiti fino a raggiungerle le ossa. Dubhe rabbrividì e si strinse nel cappotto nero. Camminava avvolta dal silenzio lungo i vicoli bui e stretti del Quartiere, gettandosi di tanto in tanto occhiate alle spalle. Si sentiva seguita, ma tentò di convincersi che fosse solo una paranoia dovuta a quanto era successo nel locale. Nonostante gli sforzi, non riusciva a cancellare lo sguardo limpido e luminoso del ragazzo di nome Adair fisso su di lei, i suoi lineamenti pressoché perfetti, il suo odore che le rievocava flash intrisi di una straziante nostalgia. Conosceva a memoria il suono della sua voce, ogni dettaglio del suo viso, eppure non capiva come fosse possibile. Era fuggita come una codarda, mettendo a tacere la parte di sé che le diceva di restare e parlare ancora con lui, di stare a sentire qualsiasi cosa avesse da dirle. Aveva la sensazione che fosse qualcosa di davvero importante. Dubhe abbassò la testa sui propri piedi. Non aveva tempo per queste cose, Lucy aveva bisogno di lei e non poteva perdersi dietro fantasticherie e illusioni. Si convinse che fosse stata soltanto una coincidenza e che Adair, in quanto mezzo demone, stesse cercando solo un’umana da raggirare e da portarsi a letto. Ai demoni piaceva cacciare le giovani donne umane. Doveva essere per forza così. Svoltò a destra, imboccando una stradina selciata che serpeggiava tra due enormi edifici grigi e fatiscenti. L’odore nauseabondo di cibo andato a male e sporcizia le raggiunse le narici e le fece venire il voltastomaco. C’era un silenzio lugubre, spezzato solo dal ronzio dei lampioni che si accendevano e si spegnevano a singhiozzo. Dal cielo oscuro come le tenebre cadeva una debole pioggia. Dubhe aveva paura: sobbalzava a ogni rumore sospetto e il suo cuore batteva veloce. Percepiva costantemente il rumore di passi alle sue spalle, ma quando si voltava ad accoglierla c’era solo la notte buia. Quella zona del Quartiere non era delle migliori, soprattutto alle quattro del mattino, tuttavia l’unica farmacia che vendeva la medicina per Lucy si trovava lì. Non era facile procurarsi quel farmaco che era anche parecchio costoso. Stava prosciugando ogni risparmio per poterlo comprare. Era quasi giunta a destinazione. Dall’ombra di un palazzo, proprio dietro un cassonetto rovesciato, emerse una figura incappucciata con il volto coperto da un passamontagna e una pistola puntata verso di lei. Dubhe spalancò le palpebre, fece per strillare ma i suoni rimasero aggrappati in gola. Il cuore le schizzò fino al cervello. «Dammi tutti i tuoi soldi o ti ammazzo» gridò l’uomo. Lei arretrò, respirando affannosamente, e diede una veloce occhiata al luogo in cui si trovava. Valutò quanto ci avrebbe messo a fuggire o ad afferrare l’asta in ferro che notò a qualche metro di distanza, illuminata di sbieco da un lampione. Il malvivente riuscì a prevedere le sue intenzioni. «Se ci provi ti sparo un colpo in testa» le intimò, infatti. Strinse meglio l’arma. Dubhe si portò la borsa al petto. L’unica soluzione era dargli le banconote per la medicina di Lucy. “Senza quelle pastiglie morirà.” Fu il suo unico angosciante pensiero. Arretrò di qualche passo, cercando un modo per scappare senza rischiare di morire. «Getta quella borsa a terra!» urlò ancora l’uomo facendola trasalire. Si avvicinò, la pistola puntata contro la sua testa. Dubhe era paralizzata dalla paura, la sua mente congelata non riusciva a escogitare nulla di sensato. C’erano soltanto il freddo che le raschiava le guance e la gola, la canna della rivoltella davanti a lei, il viso sorridente della sua sorellina e il terrore di non vederla mai più. «Deneb, scansati!» La voce di Adair riecheggiò tra le mura delle costruzioni, riverberando dentro di lei e risvegliando le sue terminazioni nervose. Dall’oscurità alle sue spalle emerse la sagoma del ragazzo. Lo vide correre nella direzione dell’uomo incappucciato e, per una frazione di secondo, la rivoltella cambiò bersaglio. L’uomo prese la mira su Adair. Dubhe lasciò andare la borsa, che cadde dentro una pozzanghera. Si portò le mani alla bocca e strillò. D’un tratto una serie di immagini le invase la mente: ricordi non suoi si rincorrevano, la abbacinavano e poi sfumavano, rapidi, sostituti da altri. Ogni frammento di essi ritraeva Adair ed era doloroso come un ago conficcato nel cuore. Rivide il loro primo incontro, la volta in cui aveva capito di amarlo, la morbidezza delle labbra invitanti di lui premute sulle sue, il sapore inebriante dei loro baci. La prima volta in cui avevano fatto l’amore. Ricordò un Adair malvagio, tramutato in un demone dalla fazione nemica per permettere alle porte dell’Efialte di spalancarsi e all’inferno di porre radici nella Terra. Rammentò il rumore di uno sparo, il sangue di Adair che le schizzava addosso, il suo corpo senza vita che si accasciava sul pavimento acquitrinoso di un vicolo buio. Quello davanti a lei non era Adair. Lei non era Dubhe. Adair emise un ringhio soffocato e si gettò con tutto il suo peso addosso al criminale facendogli perdere l’equilibrio. L’uomo lasciò andare la pistola che scaricò un colpo a vuoto. Il rumore agghiacciante dello sparo le fece a pezzi il cuore. Adair si mise cavalcioni sul malvivente e Dubhe lo vide prenderlo a pugni. Non aveva granché tempo, perciò si fece forza e corse vero l’arma abbandonata accanto al cassonetto rovesciato. Si chinò, l’afferrò e tese le braccia verso i due ragazzi. «Altair.» Al suono della sua voce, simile ma al contempo differente da quella che era sempre stata, il ragazzo drizzò il busto e smise di scagliare pugni all’uomo ormai immobile sotto di lui. Dubhe ansimava, un rivolo di sudore le scivolò dalla fronte miscelandosi alle lacrime. La rivoltella nera era indirizzata sul capo di Altair. Avanzò verso di lui, piegata da un dolore che riconobbe finalmente come suo. Guardò la schiena di Altair, i suoi ricci capelli neri brillare sotto il debole fascio di luce giallognola dei lampioni. Pensò a quanto le mancasse passarci le dita per districarli. Pensò a quanto le mancasse il suono della sua risata contagiosa. «Deneb» disse lui, nel tono una punta di sorpresa. «Ricordi, dunque.» Non si volse nella sua direzione. «Ricordo ogni cosa.» Il suono del cane della pistola pervase l’aria come un frastuono assordante. Altair si sollevò piano dal corpo dell’uomo incappucciato privo di sensi, quindi si girò verso Deneb. Il sorriso sghembo che le rivolse fu capace di farle impazzire il battito, e gli occhi scintillanti di lui, pieni di amore e di vita, si intrecciarono ai suoi intrappolandola in una meravigliosa magia. Non erano più gelidi e affilati, ma puri come l’acqua di un lago in una giornata soleggiata. Ne era certa: era lui, era il suo Altair; del demone che aveva ucciso cento anni prima non c’era più alcuna traccia. Il petto sembrò sul punto di scoppiarle. Si ritrovò a singhiozzare prima di impedirselo e abbassò la mano con cui teneva la pistola. «Altair…» mormorò. «Sei davvero tu?» Si sentì sciocca a chiederglielo, perché la luce che lo accarezzava con dolcezza ne era una prova. In lui scorreva sangue demoniaco, eppure le sue gentili iridi azzurre erano così umane da spiazzarla. Un tenue sorriso affiorò sulla bocca di lui. «Sì, sono io.» Le si avvicinò e, quando fu a una spanna da lei, le accarezzò la guancia con il pollice catturando una lacrima solitaria. Deneb socchiuse le palpebre, rinfrancata da quel tocco. «Mi dispiace per averti ucciso» gli confessò. Altair appoggiò la fronte sulla sua e incatenò i loro occhi in uno sguardo intriso di parole non dette e di un amore che durava da un secolo. «Era l’unica cosa da fare, la più giusta. Hai avuto un coraggio straordinario.» Continuò ad accarezzarle il volto, con delicatezza, quasi avesse il timore di vederla svanire. «Ti ho vista tra le foto delle dipendenti, qualche settimana fa, nella bacheca della reception. Ti ho riconosciuta subito.» Il suo palmo scivolò fino al fianco di Deneb e la strinse a sé in un abbraccio. Il cuore della ragazza sprofondò nello stomaco. Era ebbra di felicità. «Ci siamo reincarnati.» Si specchiò in quelle pozze cristalline e vi trovò se stessa. Si sentì di nuovo completa come non lo era da diverso tempo. «Sì» le rispose lui, a pochi centimetri dalle sue labbra. «E non permetterò mai più a nessuno di trascinarmi lontano da te.» Altair piegò il viso verso di lei e suggellò quella promessa con un bacio morbido e passionale. 


Alexandra Rose

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