RACCONTO FANTASY .... UNA FAVOLA PER SAMHAIN.



Ecco a voi care lettrici e cari lettori, un altro racconto che ha partecipato  all'evento "Giornata Fantasy"....

... e per rimarcare il concetto....

Perchè in fondo la notte è sempre più buia se ad accompagnarci c'è la paura... Buona lettura!


UNA FAVOLA PER SAMHAIN


La notte fra il 31 ottobre e il primo di novembre, nella tradizione pagana, si celebrava la fine dell’estate e l’inizio del periodo invernale. Materialmente determinava il momento dell’ultimo raccolto e la preparazione dei campi per l’inverno. A livello spirituale, durante questo giorno che “non esisteva”, lo scudo che separava il mondo dei vivi dagli altri si abbassava, permettendo al mondo dei morti di entrare in contatto con quello dei vivi. Per queste civiltà era molto importante il culto degli antenati, quindi venivano accesi fuochi e preparati doni per coloro che facevano ritorno nei luoghi dove avevano vissuto. Nel tempo questa festività mitico-rituale si è trasformata, per la cristianità è diventata la celebrazione dei morti nel giorno di Ognissanti per le comunità anglosassoni è diventata Halloween, per pochi non è cambiato nulla.
In una piccola casa, immersa nel verde di una valle lontana, abitavano tre gemelle, Emma Gemma e Amelia, insieme ai loro amorevoli genitori. Emma e Gemma erano praticamente identiche, alte oltre la media, longilinee e aggraziate. Avevano lunghi capelli biondi e gli occhi di un colore molto simile al ghiaccio artico. Le loro labbra erano rosa e sottili. La loro pelle era di un pallore compatto e luminoso. Amelia condivideva solamente la loro carnagione chiara, nell’aspetto generale non somigliava affatto alle gemelle. Era più bassa di statura, le sue forme erano generose e morbide, i suoi capelli erano neri come la notte e i suoi occhi erano del colore del mare in tempesta. Le sue labbra erano rosse e carnose, come petali di una rosa scarlatta e le differenze non si fermavano all’aspetto. Amelia era sempre stata di indole ribelle e testarda, quella peculiarità l’aveva ereditata dal padre il quale, per lei, aveva una vera predilezione.
In quel momento, la famigliola era impegnata nei preparativi della imminente festività pagana di Samhain, e in casa si poteva percepire un fermento magico come si vedeva raramente e non solo perché quella era la notte più importante dell’anno, ma anche la più pericolosa. Le sorelle avevano già approntato tutte le difese magiche per evitare di essere attaccate da qualche demone maligno o da qualche strega malvagia e, dopo le attività prettamente magiche si apprestavano alla preparazione dei doni e all’accensione delle luci per dare il benvenuto agli antenati pacifici che si sarebbero trovati a passare da lì.
“Amelia!” Si sentì chiamare la giovane brunetta che era intenta a sgattaiolare lontano da tutto quel trambusto, sussultò sul posto, come se fosse stata colta con le mani nella marmellata. Sbuffò contrariata e si voltò nella direzione dalla quale proveniva quella voce stizzita e intransigente. Era Gemma che la chiamava dal fondo delle scale e la guardava con quel suo piglio da saputella che Amelia non sopportava. La giovane strega alzò gli occhi al cielo e si diede della stupida per non essere stata più lungimirante, lei quella notte aveva una cosa molto importante da fare ma non aveva calcolato che le sorelle avrebbero insistito per essere aiutate nei preparativi.
“Sì, Gemma?” Domandò in tono mellifluo comparendo sul pianerottolo delle scale appoggiata al corrimano:
“Dove ti sei nascosta? Qui è un casino!” Disse la sorella indicando l’ingresso della cucina dalla quale, a tempo di musica, svolazzavano utensili e sbuffavano nugoli di farina. Amelia le riservò un sorrisetto tirato e tornò a fissarla:
“Ero in camera mia, ho messo le candele sul davanzale.” Disse sperando che la sorella non percepisse la menzogna nella sua voce, in realtà era in soffitta a studiare per l’ennesima volta la nuova formula sul suo Grimorio [1], quella che aveva cercato per anni e perfezionato nell’ultimo anno.
“Sbrigati, finisci le finestre di sopra e scendi. Dobbiamo fare i dolci.” Amelia non era capace di cucinare, non certo come le sue perfette sorelle, non le piaceva, non ne aveva voglia e non ne aveva nemmeno il tempo.
“Iniziate senza di me, - disse scomparendo al piano di sopra – siete così brave.” Amelia udì la voce di Gemma rincorrerla, per insultarla o richiamarla, non lo sapeva perché non l’aveva raggiunta.
Amelia tornò in soffitta e si chiuse dentro, riattivò l’incantesimo che la celava dalla magia delle sorelle e dei genitori, e tornò al suo lavoro. L’incantesimo che stava preparando era al contempo difficile ed estremamente pericoloso, ma ormai non poteva più tornare indietro e nemmeno lo voleva. Erano anni che si preparava a quel momento, da quando era appena diciottenne, da quando aveva partecipato per la prima volta alla celebrazione di Samhain come Strega Madrina.
“È tutto pronto!” Sussurrò fra sé e sé adocchiando il vestito nero sistemato sulla gruccia.
“Amelia cosa combini là dentro?” La voce sospettosa di suo padre la sorprese mentre intrecciava i rametti di alloro, lavanda, artemisia, noce moscata e salvia, le erbe previste per il rito.
“Mi sto preparando.” Rispose la giovane guardandosi intorno per accertarsi che tutto fosse celato prima di aprire la porticina della soffitta.
“Qui? - le domandò suo padre adocchiando diffidente l’interno. La giovane strega sapeva che all’Alto Stregone, reggente della comunità magica di quel piccolo paesino, non poteva nascondere nulla e lo vide dal suo sguardo, l’aveva scoperta. – Cosa stai combinando quassù tutta sola, mia piccola cornacchietta?” Nell’udire quel nomignolo Amelia avvampò, sia per l’affetto del quale era impregnato quell’appellativo affibbiatole da ragazzina, da quando il suo animale guida si era palesato sotto forma di cornacchia, sia per la latente vergogna che provava nel mentire a suo padre. Il Sig. Marlow entrò nella piccola soffitta abbassandosi per non scontrarsi con la cornice superiore senza perdere l’attenzione su ciò che gli stava intorno. Amava tutte e tre le sue figlie, com’era giusto che fosse, ma per Amelia provava una vera e propria adorazione perché in lei vedeva un po’ di sé stesso, riviveva con lei gli anni ribelli e spensierati della sua giovinezza. Ed era proprio perché si somigliavano tanto, anche caratterialmente, che sapeva che la sua cornacchietta stava combinando qualche guaio.
“Padre… - sussurrò timidamente Amelia indietreggiando per farlo accomodare – niente di ché. Come ti dicevo mi stavo preparando.” Riuscì a mentire ancora, anche se la sua voce tremolò impercettibilmente. L’espressione di disappunto che si palesò sul volto del genitore non le sfuggì, non le credeva e dal suo atteggiamento Amelia comprese che stava aspettando di conoscere la verità ma lei non poteva accontentarlo. Nonostante suo padre l’avesse sempre assecondata, in tutti i suoi esperimenti, in tutte le sue marachelle, confessargli ciò che si stava preparando a fare avrebbe significato dargli sicuramente un dispiacere e, cosa peggiore di tutte, glielo avrebbe impedito. Amelia però non poteva continuare a mentire, il genitore aveva già capito che qualcosa bolliva in pentola, nel loro caso letteralmente, così inspirò profondamente e chiamò a raccolta tutto il suo coraggio:
“Non posso dirtelo ma non ti devi preoccupare, ho tutto sotto controllo.” L’uomo lasciò andare le braccia lungo i fianchi come se la figlia, con quelle parole, gli avesse tolto tutte le energie.
“Cosa hai intenzione di fare?” Le domandò oltremodo preoccupato facendo un passo verso di lei:
“Padre, veramente, non ti voglio coinvolgere, non posso.” Mormorò Amelia afflitta, le guance si imporporarono all’improvviso e le fiamme delle candele accese si allungarono autonomamente verso il soffitto, come se percepissero il nervosismo dei due stregoni, poi tornarono normali quando entrambi si calmarono.
“C’entra con quel giovane vero?” La mascella di Amelia vibrò nervosamente, la ragazza abbassò lo sguardo verso il pavimento perché suo padre aveva colto nel segno. Gli occhi le si inumidirono, deglutì a vuoto e cercò di ingoiare il nodo di vergogna che le serrava la gola, prima di annuire.
L’uomo le si avvicinò con due potenti falcate e la afferrò per le spalle per obbligarla a guardarlo negli occhi, profondi e tempestosi, molto simili ai propri.
“E’ per lui. – disse con un tono misto di ammirazione e apprensione – So che lo vorresti aiutare ma non puoi!” Sentenziò in tono perentorio.
“Sì che posso.” Dichiarò Amelia fra le lacrime, decisa e caparbia come solo lei sapeva essere, ma già subodorava il proprio fallimento.
“Stasera non verrai.” Disse l’uomo, ma il suo tono non era brusco come Amelia si sarebbe aspettata, piuttosto era rassegnato. Amelia esalò un sospiro afflitto, era successo ciò di cui aveva più paura.
“Non posso, lui mi aspetta. È l’unica notte nella quale ci possiamo vedere.” Continuò con voce tremante.
“Cornacchietta, quello che hai intenzione di fare è folle, pericoloso e sconsiderato.” Cercò di convincerla suo padre, ma sapeva che a nulla sarebbero valsi i suoi tentativi, lo poté vedere dall’espressione sul suo volto, traspariva pura disperazione mista ad infinito amore, per un’anima perduta però.
“Ho preparato tutto, guarda. – disse Amelia speranzosa dissolvendo, con un gesto della mano, l’incantesimo di occultamento rivelando candele arancioni, il suo Grimorio pronto all’uso, un calice d’oro e un pugnale affilato. – Sono anni che pianifico questa cosa.” Disse rivolta a suo padre che invece di guardare quegli oggetti fissava una foto appoggiata lì vicino.
“E’ lui?” Domandò indicando la vecchia fotografia ingiallita, un reperto storico per il 2019, dalla quale un giovane di bell’aspetto, in abiti ottocenteschi di seconda mano, lo fissava con occhi attenti e tenebrosi. Amelia serrò la mascella e annuì.
“Sì. Il suo nome è Eugene McMoore, è morto nel 1867 proprio qui.”
“So chi è Amelia. – disse suo padre in tono grave – Lo so perfettamente, l’ho sempre saputo. – Amelia cadde all’indietro sul baule, sconvolta e incapace di metabolizzare le sue parole – Non avrei mai immaginato che questa relazione diventasse per voi così importante, – continuò afflitto – se lo avessi anche solo sospettato avrei fatto in modo che finisse molto tempo fa.” Amelia sbiancò e scosse il capo febbrilmente in segno negativo, non poteva accettare per veritiere quelle parole.
“Cosa significa? Io non capisco…” Mormorò Amelia stropicciandosi nervosamente le mani mentre dentro di sé si sentì nuovamente una ragazzina.
“Sei stata molto brava a nasconderti cornacchietta, ma non potevi pensare che i tuoi sotterfugi passassero inosservati.”
“Io lo amo.” Sussurrò la ragazza afflitta. Il Sig. Marlow annuì con solennità, inspirò gonfiando il petto poi sbuffò tutta l’aria insieme ad una sentenza definitiva.
“Ed è per questo che stasera non verrai.” Amelia si alzò in piedi di scatto per impedirgli di andarsene ma il genitore fu più veloce di lei, la anticipò fuori dalla soffitta e la chiuse all’interno recitando un incantesimo di reclusione che Amelia non conosceva.
“Padre! - gridò disperata e adirata oltre ogni immaginazione – Padre.” Continuò mentre iniziò a battere sulla piccola porticina con pugni e calci fino a ferirsi le nocche, fino a crollare sul pavimento esausta, furiosa e disperata mentre i ricordi iniziarono a sfilarle davanti come un doloroso carillon.
Notte fra il 31 ottobre e il primo novembre 2013
Era il primo anno che partecipava al corteo come Strega Madrina, era emozionata e in tensione, aveva paura di sbagliare qualcosa o di incespicare e rischiare di bloccare la processione sul nascere. Insieme a Gemma ed Emma era in testa al corteo con la lunga veste nera, la candela accesa fra le mani e recitava la preghiera che aveva imparato a memoria. Insieme camminavano nel bosco, lontano dal centro abitato e celati dal buio della notte erano giunti al luogo dove avrebbero incontrato gli antenati. Amelia, le sue gemelle e tutti gli altri partecipanti al corteo, streghe e non, si erano disposti in due file compatte ai margini del viale ghiaiato che conduceva al cimitero per fare da spettatori alla sfilata di spiriti che da lì a poco sarebbero passati loro davanti, per una notte all’anno in carne e ossa. Amelia aveva fissato quelle presenze per non più di cinque minuti poi aveva perso ogni interesse e aveva iniziato a pensare a ciò che avrebbe fatto dopo, se ripassare per l’interrogazione di storia prevista per il giorno successivo o iniziare l’ultimo libro fantasy acquistato il giorno prima. L’ago della bilancia pendeva drammaticamente verso la lettura quando una folata di vento le aveva scompigliato i capelli e spento la candela, ma non era stato quello a riportare la sua attenzione al corteo piuttosto era stata la potente gomitata sferratale al fianco da Emma.
“Cosa c’è?” Aveva sibilato Amelia piegandosi leggermente da un lato trattenendo fra le labbra un gemito di dolore:
“A cosa stai pensando? Concentrati. – aveva sussurrato stizzita la gemella. Amelia aveva alzato gli occhi al cielo domandandosi a cosa le servisse concentrarsi, i fantasmi camminavano, loro li guardavano, e il tempo scorreva con una lentezza esasperante. - La candela!” Era intervenuta l’altra, Emma, con la solita pacata compostezza che la contraddistingueva. Amelia aveva spalancato lo sguardo stupita, non se n’era nemmeno resa conto e aveva riacceso la candela con un solo semplice gesto della mano. Dopo essersi accertata che la fiamma splendesse come prima l’attenzione di Amelia era tornata sul corteo nel quale vedeva sfilare donne, bambini e uomini di tutte le età “Che noia!” aveva pensato trattenendo uno sbuffo ma poi il suo sguardo si era posato su un giovane che si era fermato e scrutava la gente lì assiepata come se cercasse qualcuno. Tutta l’attenzione di Amelia si era focalizzata su di lui, come se non esistesse nessun altro. Era alto un po’ più della media, indossava vestiti di epoca ottocentesca ma non erano ricchi e opulenti, anzi. I suoi pantaloni neri erano logori, la camicia grigia aveva perso un paio di bottoni e la giacca di pannolenci era strappata su una spalla. Sembrava spaesato, come se fosse la prima volta che varcava la soglia del velo e di sicuro cercava qualcuno nella folla. Forse un parente o un amico e a quel pensiero il cuore di Amelia si contrasse addolorato, era sicura che non ci fosse rimasto nessuno a piangerlo.
Amelia aveva notato un uomo dietro di lui, lo aveva raggiunto e lo aveva spintonato in avanti, senza troppi riguardi, per farlo proseguire. Il giovane si era irrigidito ma non si era mosso, aveva alzato il capo e aveva incrociato i suoi occhi poi lo aveva visto sorridere impercettibilmente, come se avesse trovato esattamente ciò che stava cercando. Amelia era rimasta turbata da quell’occhiata ma ancor più dal fatto che le stava sorridendo, ma non come aveva fatto un’anima prima di lui, in modo lascivo e provocatorio, il suo sorriso era dolce e affabile. A mano a mano che il giovane avanzava lentamente in mezzo al fiume di anime, i loro sguardi erano rimasti incatenati l’uno all’altro e non si erano mai lasciati. Quando l’aveva oltrepassata, l’uomo si era voltato a guardarla fino a quando non gli fu più possibile, obbligato dalla folla dietro di sé ad andare oltre. Amelia avrebbe voluto inseguirlo, come se le loro anime fossero unite da un filo invisibile che non poteva spezzarsi, ed era pronta a farlo senza badare alle conseguenze, come sempre. Aveva fatto un impercettibile passo in avanti ma Gemma l’aveva notato e l’aveva afferrata per un polso:
“Dove credi di andare cornacchietta? - le aveva domandato in tono dolce scuotendo il capo in segno di disapprovazione- Non puoi interagire con loro, lo sai.” A quelle parole Amelia era stata percorsa da un brivido inaspettato, era la sua cocente delusione. Amelia, rattristata, aveva guardato nuovamente il corteo ma ormai il giovane sconosciuto era scomparso e non sapendo dove cercarlo o come, alla fine delle celebrazioni, praticamente all’alba, era tornata a casa, profondamente turbata da quell’incontro.
Notte fra il 31 ottobre e primo novembre 2014
Per tutto l’anno successivo a quello stravagante e inaspettato incontro Amelia aveva atteso insofferente e inquieta la successiva festività di Samhain, custodendo nel cuore la speranza che lo sconosciuto tornasse e, se lui ci fosse stato, lei avrebbe cercato con ogni mezzo di avvicinarlo. Quell’anno non doveva aprire il corteo, altre due streghe erano diventate maggiorenni e quell’onore spettava a loro.
Le celebrazioni si erano svolte esattamente come l’anno precedente, immutate da centinaia di anni. Amelia indossava il solito vestito nero, come tutti, e temeva che il giovane non riuscisse a notarla, infilata com’era fra tutte quelle streghe e quegli stregoni che apparivano tutti uguali. Se avesse potuto avrebbe iniziato a saltellare sul posto per vedere più in là possibile ma non poteva, doveva rimanere immobile con lo sguardo fisso davanti a sé come imponeva l’etichetta, ma cercava di forzare gli occhi al massimo della loro vista periferica e finalmente lo aveva rivisto. Era bello esattamente come l’anno precedente, ma Amelia aveva notato immediatamente che il suo volto malinconico era anche ferito e, scorrendo lo sguardo su e giù, aveva visto che anche i suoi abiti erano malconci, molto più dell’anno precedente. Amelia ne era rimasta profondamente turbata, ovviamente non aveva idea di come fosse l’aldilà, ma era sempre stata convinta che le anime trapassate rimanessero immobili, che fossero in pace nella luce ma a guardarlo, almeno per lui, non era affatto così. Amelia aveva escogitato uno stratagemma per avvicinarlo, sapeva che le anime prima di tornare al luogo al quale appartenevano visitavano le loro spoglie mortali, al cimitero. Amelia aveva creato un golem [2] con le proprie stesse fattezze che presenziasse alla celebrazione al posto suo e, quando l’attenzione di tutti gli astanti era fissa sul corteo, la creatura d’argilla si era sostituita a lei accanto alla sorella ed Amelia si era dileguata nella notte, fino a raggiungere il piccolo cimitero abbandonato che ospitava le sepolture più antiche. Guidata dalla sua personale luce e accompagnata dal suo animale totem, la cornacchia nera con la quale era cresciuta praticamente in simbiosi. Amelia si era avvicinata guardinga al cimitero, aveva oltrepassato il vecchio cancello arrugginito poi si era fermata ad osservare le anime, tutte in piedi immobili ognuna di fronte alla propria tomba. Li aveva scrutati attentamente fino a quando non lo aveva trovato.
Era inginocchiato di fronte ad una tomba ma, avvicinandosi con passo leggero per non essere udita, aveva visto che non poteva essere la sua. Sulla lapide era inciso un nome di donna:
Eveline McMoore
1854-1927
Amelia si era fermata a qualche metro dal giovane in ginocchio, aveva osservato la sua schiena che si muoveva scossa da singhiozzi, piangeva. Il cuore le si era stretto in petto e non aveva potuto impedirsi di azzerare la distanza che li separava per appoggiargli una mano sulla spalla. A quel contatto l’uomo scattò in piedi spaventato, si era voltato fulmineo afferrandole il polso stringendolo con forza. Amelia era stata sicura che si stesse preparando allo scontro con un avversario temibile ma lì c’era solo lei. La strega aveva esalato un gridolino di paura e sorpresa e il giovane, appena l’aveva riconosciuta, l’aveva lasciata con uno strattone e si era allontanato di un passo come se, nonostante tutto, fosse ugualmente spaventato.
“Cosa…cosa volete?” Le aveva chiesto con voce roca e frammentata, sembrava che non parlasse da centinaia di anni e Amelia aveva ragionato che probabilmente fosse proprio così.
“Non lo so. – aveva detto lei sincera e imbarazzata – Non lo so.” Aveva ripetuto perché in realtà il motivo che l’aveva spinta in quel cimitero era sconosciuto perfino a lei. Non sapeva perché desiderasse conoscere quell’uomo, sapere tutto di lui ma era così e basta. Ci aveva ragionato per tutto l’anno, aveva pensato che potesse essere curiosità, il suo spirito ribelle che si faceva più impavido o temerario, addirittura imprudente, che fosse l’ignoto ad affascinarla ma tutte quelle ipotesi non stavano in piedi, era lui il motivo per il quale era lì, lui e lui soltanto.
“Andatevene via!” Aveva ringhiato il giovane guardandosi intorno allarmato:
“Cosa ti è successo?” Gli aveva domandato lei ignorando la minaccia che aveva colto nella sua voce:
“Andate a casa.” Le aveva ordinato l’uomo alzando lo sguardo sull’orizzonte, il sole stava sorgendo, il suo tempo era finito e sembrava sollevato. Amelia seguì la direzione del suo sguardo e aveva visto il chiarore che si faceva più intenso oltre la cima degli alberi, poi aveva riportato l’attenzione sul giovane che stava scomparendo davanti ai propri occhi:
“Dimmi come ti chiami!” Aveva gridato Amelia, ma ormai lui era sparito e, al suo posto, oltre il limitare del cimitero aveva visto emergere sé stessa dagli alberi che la guardava con aria contrariata, anche il suo golem aveva pensato che stesse facendo una sciocchezza.
Amelia, con un gesto della mano, aveva fatto cenno al suo doppio di argilla di nascondersi, in cantina gli aveva ordinato prima della cerimonia, mentre anche lei tornava a casa in uno stato di malessere come mai ne aveva provati. Mentre si allontanava dal luogo di quell’incontro, troppo breve, aveva adocchiato la lapide della donna “Eveline McMoore” aveva ripetuto fra sé e sé per imprimerselo nella mente, e non dimenticarlo mai più. Anche quell’occasione era sfumata e Amelia aveva passato l’anno successivo divisa fra lo studio per l’esame di fine anno e le ricerche su quella Eveline. Nella biblioteca della città, fra scaffali polverosi e vecchi registri, aveva scoperto che era esistita una sola Eveline McMoore in paese. Era rimasta orfana da piccola ed era cresciuta con un fratello più grande di lei di qualche anno. Un fratello che qualcuno si era dato molta pena per farlo scomparire dai registri delle nascite o da tutti gli altri documenti custoditi negli archivi della città. Della donna, invece, trovò diverse informazioni. Si era sposata all’età di diciassette anni con un contadino del posto, un certo Joel Bredford. Avevano avuto due figli, Michael ed Eugene ed erano morti rispettivamente a 54, 62 e 67 anni, quindi in tarda età. Andava da sé che nessuno di loro poteva essere il suo giovane sconosciuto. Amelia aveva continuato a fare ricerche ma non era riuscita a scoprire altro prima che arrivasse nuovamente Samhain.
Notte fra il 31 ottobre e primo novembre 2015
Come l’anno precedente Amelia aveva utilizzato lo stesso trucco del golem ma, in quell’occasione, lo aveva mandato direttamente a camminare al posto suo, mentre lei aveva preceduto lo sconosciuto al cimitero proprio davanti alla tomba di Eveline McMoore. Intanto che lo attendeva aveva pulito la tomba dalle erbacce e aveva portato una pianta di ciclamini rossi, che per la tradizione greca avevano il potere di allontanare eventi malefici o nefasti.
Era intenta a sistemare il vaso quando una voce potente e rabbiosa aveva richiamato la sua attenzione:
“Cosa fate lì? – aveva gridato lo sconosciuto avvicinandosi a grandi falcate. Sembrava intenzionato a mandarla via con prepotenza ma, come aveva notato la tomba ripulita e i fiori sistemati amorevolmente accanto alla fotografia della sorella, si era arrestato di botto sorpreso e terribilmente grato. – Grazie.” Aveva sussurrato chinando il capo sicuramente pentito della propria reazione, si era fissato le mani ferite ed era stato incapace di dire altro anche se, dentro di sé, provava l’impellente desiderio di interagire con quella strana e intrepida ragazza. Anche lo sguardo di Amelia era sceso fino a fissargli le mani e, nel momento in cui lo aveva fatto, aveva notato le nocche sanguinanti e rovinate, poi aveva osservato con attenzione tutto il resto e aveva constatato con orrore che il suo stato peggiorava di anno in anno, quella discesa verso il basso era inquietante ma Amelia non aveva avuto l’ardire di chiedergli cosa gli fosse successo.
“Come ti chiami?” Gli aveva domandato invece facendo un passo verso di lui, in seguito al quale lui reagì facendone uno indietro, era come se volesse mantenere una certa distanza di sicurezza.
“Perché me lo chiedete? – le aveva domandato sospettoso - Cosa volete da me?” Aveva detto serrando i pugni, sembrava che si stesse trattenendo, come se sentisse la necessità di chiedere qualcosa ma non potesse farlo.
“Io niente, ma credo che tu voglia chiedermi aiuto.” Gli aveva detto lei sicura delle proprie parole perché in quel momento aveva capito cosa avesse visto nei suoi occhi, cosa avesse letto nel profondo di quegli occhi verdi, una struggente richiesta di aiuto.
“Non mi serve niente.” Aveva risposto lui voltandole le spalle e scuotendo il capo febbrilmente come a cercare di convincere più sé stesso che lei.
“Ogni anno sei più malconcio. – aveva detto Amelia ignorando cocciutamente la ritrosia dell’uomo – È chiaro che per te non ci sia un “riposa in pace” quando torni dall’altra parte del velo, se vuoi il mio aiuto lo avrai.” Aveva detto lei sperando che glielo chiedesse. Il giovane si era voltato a guardarla con un misto di ammirazione e frustrazione, ma le parole che aveva pronunciato poco dopo erano state, per Amelia, come un pugno allo stomaco.
“Non potete fare niente per me.” Aveva detto cocciutamente ma Amelia, che si sentì pungolata nell’orgoglio, sorrise ironica:
“Non hai idea di cosa sono capace. – gli aveva detto, era vero. Crescendo i suoi poteri si erano amplificati e aveva già avuto il sentore che fosse destinata a diventare più potente della madre, se non addirittura di suo padre, tutto però era limitato dal poco controllo che riusciva ad avere su di esso, ma avrebbe imparato. - Cosa succede quando torni dietro al velo.” Aveva insistito Amelia mentre osservava la sua giacca fatta a brandelli da qualcuno, o da qualcosa, e la camicia stropicciata e macchiata di sangue.
“Niente, non succede niente. – aveva mentito lo sconosciuto – Me ne sto nel mio buco ad aspettare di poter venire al di qua del velo per visitare la tomba di mia sorella.” Amelia aveva sorriso impercettibilmente, aveva visto giusto, lui era il fratello di Eveline, e di nuovo si era domandata come mai non fosse riuscita a trovare informazioni su quell’uomo, com’era possibile che il fratello di Eveline McMoore fosse scomparso da tutti i registri.
“Non sei con lei al di là del velo?” Gli aveva domandato Amelia senza riuscire a trattenere la propria curiosità fra le labbra.
“Fortunatamente no, lei non è con me. – aveva ammesso il giovane - Dove sono io c’è solo dolore. - si lasciò sfuggire. A quelle parole il cuore di Amelia aveva saltato un battito, era impallidita ed era stata in procinto di subissarlo di domande ma il suo sguardo truce glielo aveva impedito. L’uomo era visibilmente pentito di essere stato così sincero, ma soprattutto era amareggiato perché si era mostrato vulnerabile e spaventato agli occhi di quella bellissima estranea. – Non dovreste essere altrove in questo momento?” Le aveva chiesto lui in un poco velato invito ad andarsene, sorprendendosi di sé stesso e della propria capacità di dissimulare i propri sentimenti, perché voleva quella ragazza esattamente dov’era.
“C’è qualcuno che mi copre.” Aveva risposto Amelia sorridendo maliziosamente pensando al golem che se ne stava in fila a fissare il vuoto al posto suo:
“Sbaglio o non dovreste interagire con i morti?” Aveva domandato l’uomo passandole accanto per avvicinarsi alla tomba della sorella. Amelia non era riuscita a rispondere subito perché era stata raggiunta dal suo odore, e non era mortifero o maleodorante come si era aspettata, profumava di bosco e di pioggia primaverile, un odore che la stregò. L’uomo aveva tossicchiato imbarazzato per riportarla alla realtà e Amelia, dopo essersi ripresa, aveva risposto prontamente.
“Interagisco solo con uno. Un piccolo strappo alla regola.” Aveva ammesso la giovane arrossendo e lo avrebbe fatto ancora e ancora e ancora senza alcun timore.
“Perché?” Le aveva domandato lui voltandosi a guardarla, un’occhiata che la lasciò per un attimo interdetta a domandarsi quanto profondo fosse il dolore che riusciva a leggere in quello sguardo smeraldino.
“Perché hai bisogno del mio aiuto, - aveva insistito lei – ma non vuoi chiederlo così io te lo offro.” Ma non era solo per quello, entrambi avevano percepito la forza che si era scatenata fra di loro appena avevano incrociato gli sguardi, qualcosa di profondo e trascendentale che nessuno dei due era in grado di spiegare a parole ma che vibrava con prepotenza. Amelia aveva avuto l’impressione che il giovane stesse per cedere ma poi si era irrigidito e la sua espressione si era fatta terribilmente cupa.
“Dovete andare via.” Aveva ringhiato aggressivo, Amelia aveva indietreggiato di un passo, si era spaventata sicura che ce l’avesse con lei.
“Perché fai così, non sono una minaccia.” Aveva detto lei nella speranza di tranquillizzarlo ma lui aveva scosso il capo e mulinato le braccia nella sua direzione, come se volesse dirle di fare silenzio.
“Lo so. Dovete andarvene subito.” Aveva ripetuto guardando oltre le sue spalle. Amelia aveva visto sul suo volto un’espressione di puro terrore misto alla più ferrea determinazione a combattere, si era voltata per guardare cosa stesse vedendo lo sconosciuto ed era stato allora che, per la prima volta nella sua vita, aveva messo gli occhi su un demone. Non sapeva esattamente come facesse a saperlo, ma ne era stata certa fin da subito. La creatura, in tutto simile ad una enorme ombra scura, ma corporea e tangibile, avvolta da un fumo denso che lo seguiva come un pesante mantello, si stava avvicinando lentamente ma inesorabilmente con lo sguardo fisso sulla povera anima la quale, evidentemente, gli era sfuggita e che voleva portare via. Man a mano che si avvicinava, Amelia vide emergere da quel fumo nero e denso due occhi umani, ma del colore dell’inferno. Dalle orbite emergevano piccole fiammelle voluttuose, le mani erano munite di lunghi artigli ma non era riuscita a distinguere altro perché lo sconosciuto le si era parato davanti, come a nasconderla o difenderla o proteggerla da quell’essere che si stava avvicinando con fare più che minaccioso.
“Per favore andatevene, ve ne supplico. – l’aveva implorata lui con la voce rotta dalla tensione – Non mi lascia in pace nemmeno qui.” Aveva aggiunto infine parlando fra sé e sé.
“Io…” Amelia non sapeva come reagire, era sicura di poter fare qualcosa per contrastare l’avanzata di quel demone, conosceva più di un incantesimo, non lo avrebbe certo neutralizzato ma poteva stordirlo per dal loro il tempo di fuggire o nascondersi. Lo sconosciuto aveva percepito la sua esitazione e, come se le avesse letto nella mente, aveva allargato un braccio per impedirle di muoversi.
“Qualsiasi cosa farete si ripercuoterà su di me.” Le aveva detto atono, a quelle parole Amelia era impallidita, aveva sentito il proprio sangue ritirarsi dagli arti per riversarsi nel suo petto, in un’esplosione dolorosa. La giovane strega aveva annuito, non avrebbe fatto nulla che potesse nuocergli, mai per nessun motivo al mondo così aveva ubbidito. Silenziosa si era allontanata camminando all’indietro per non perdere di vista la creatura e nemmeno lo sconosciuto.
“Grazie.” Aveva sentito sussurrare allo sconosciuto prima di scomparire dietro il folto degli alberi poco distanti. Si era nascosta dietro agli alti cipressi ed era rimasta immobile ad osservare ciò che stava per accadere, incapace di allontanarsi. La creatura era arrivata a pochi centimetri dallo sconosciuto, senza nessun preavviso lo aveva afferrato per il collo alzandolo da terra di qualche centimetro. Il giovane non aveva reagito, non si era difeso, non aveva combattuto, si era comportato come se non gliene importasse niente di sé stesso. L’atteggiamento bellicoso di poco prima era scomparso, era apparso ciò che era in realtà: rassegnato al proprio miserabile destino.
“Eugene McMoore – aveva ringhiato la creatura, un suono distorto e cavernoso al quale avevano fatto eco le creature del bosco che erano fuggite lamentandosi spaventate – non puoi sfuggirmi.” Aveva detto la creatura prima di scomparire senza lasciare nessuna traccia del suo passaggio, come se non fosse mai stata lì. Amelia era rimasta a fissare il vuoto lasciato dai due, nella mente il nome del giovane sussurrato con malignità e negli occhi l’immagine del demone che lo teneva stretto per il collo e il suo corpo che pendeva inerme come se fosse quello di un impiccato. Amelia si era riscossa da quell’incubo solo quando il cimitero si era riempito di tutti quei fantasmi che andavano a visitare la loro stessa tomba, si era guardata intorno allarmata ed era corsa a casa con un nuovo obiettivo per l’anno a venire, scoprire tutto il possibile su Eugene McMoore e su un demone fatto di ombra e fumo dagli occhi rossi.
Non era stato facile trovare notizie su Eugene McMoore perché, durante quell’anno, Amelia aveva avuto la conferma che qualcuno si era dato molto da fare per farlo scomparire dalla storia e dalla memoria, ma chiunque fosse stato non poteva immaginare che nell’anno domini 1992 Mr. Biblioteca in persona avrebbe preso le redini dell’archivio storico e ne avrebbe fatto il proprio sancta sanctorum.
L’anziano bibliotecario era famoso per la sua capacità di trovare qualsiasi cosa ovunque fosse, anche se si trattasse di un trafiletto di poche righe su un vecchio giornale del 1867 del quale esisteva solo una copia. Amelia era sempre stata affascinata da quella sua capacità, considerato il fatto che in lui non scorresse la ben che minima scintilla di magia. L’ometto buffo, basso e paffuto, con i capelli sempre impomatati e gli occhiali appoggiati sulla punta del naso aquilino, era riuscito a recuperare proprio quell’unica copia in fondo all’archivio della città, ma per Amelia non era stato facile accettare ciò che vi era scritto. Lì, nero su bianco, Amelia aveva letto che l’uomo che avrebbe voluto aiutare, se non addirittura salvare, quello che l’aveva stregata e del quale, irragionevolmente, sentiva la mancanza ogni minuto era un assassino.
Nell’estate del 1867 Eugene McMoore era stato arrestato per aver ucciso un ricco possidente, non vi erano altri dettagli su come né sul perché, la riga successiva comunicava che il maniscalco si era costituito e che all’inizio dell’inverno successivo a quell’atto efferato era stato giustiziato per impiccagione sulla pubblica piazza. Nel leggere quelle ultime parole Amelia ripensò al modo in cui la creatura lo avesse afferrato e tenuto sospeso in aria, era proprio quella la sensazione che le aveva trasmesso, che fosse un’esecuzione.
Notte fra il 31 ottobre e il primo novembre 2016
Seduta sulla tomba di Eugene, Amelia era intenta a sistemare la piantina di ciclamini piacevolmente sorpresa che fosse rifiorita più rigogliosa dell’anno precedente quando l’anima la raggiunse.
“Siete di nuovo qui. – aveva detto l’uomo che finalmente aveva un nome, Eugene – Perché continuate a venire, perché mi tormentate con la vostra presenza?” Amelia si era alzata in piedi per fronteggiarlo, avrebbe voluto chiedergli perché avesse ucciso quell’uomo a sangue freddo, si era preparata un discorso perfetto ma le parole le morirono in gola appena lo vide. Non portava più la giacca, la camicia grigia era macchiata di sangue rappreso, era strappata in più punti mostrando il suo petto ferito, le braccia segnate da graffi profondi e il suo viso era gonfio e tumefatto.
“Ma che ti è successo?” Gli aveva chiesto allungando istintivamente una mano verso il suo viso ferito, lui evitò abilmente il suo tocco indietreggiando velocemente, non poteva permetterle di toccarlo, se ci fosse riuscita sapeva per certo che una volta tornato nel suo personale inferno ne avrebbe sentito terribilmente la mancanza e sarebbe impazzito.
“Sono all’inferno, ecco cos’è successo. – aveva sussurrato in tono freddo, come se quel tormento fosse riservato a qualcun altro – Voi piuttosto perché continuate a venire qui? La vostra presenza mi fa sentire ancora di più il peso di ciò che ho perso, di ciò che non avrò mai, perché continuate a venire?” Amelia aveva letto sul suo volto un profondo senso di inquietudine e smarrimento, sapere di esserne la causa l’aveva scossa in profondità, ma non poteva dirsi pentita di averlo raggiunto perché non riusciva a farne a meno.
“Mi dispiace, sapevo di non essere la benvenuta ma…” Amelia non era riuscita a terminare la frase, proferire le parole che le frullavano in testa, esprimerle a voce alta avrebbe significato dar voce alla crescente follia che sentiva nascere dentro di sé, voleva quell’uomo. Voleva stare con lui, voleva alleviare la sua pena, voleva accarezzarlo, voleva baciarlo, voleva appartenergli.
“Cos’è la vostra? – le aveva domandato lui interrompendo bruscamente il flusso dei suoi pensieri - Curiosità morbosa? Subite il fascino del macabro? Cosa?” Aveva insistito palesemente frustrato e oltremodo combattuto fra la necessità di condividere il poco tempo che aveva a disposizione con la giovane strega e la consapevolezza di non poterlo fare.
“Volevo solo conoscerti, Eugene, solo questo.” Aveva sussurrato Amelia sincera stringendosi nelle spalle.
“Sai il mio nome.” Aveva constatato il giovane con un fremito nella voce:
“Sì.” Aveva ammesso lei:
“Quindi sai tutto?” Aveva continuato lui voltandole le spalle rigido e in apprensione.
“So solo quello che ho letto.” Aveva risposto lei tranquilla. Aveva imparato, per esperienza personale, che non era mai tutto o bianco o nero, esistevano milioni di sfumature di grigio e, fortunatamente, anche i colori.
“E siete venuta ugualmente?” Le aveva chiesto tornando a guardarla, voleva vedere la sua reazione con i propri occhi:
“Sì. Non posso credere che tu lo abbia fatto davvero.” Era riuscita a sussurrare Amelia con un filo di voce:
“Sì invece. Sono un assassino.” Aveva confessato Eugene tutto d’un fiato, era sicuro che nell’apprendere quella verità la strega sarebbe fuggita da lui, ci sperava ma solo in superfice perché lei non lo fece e lui gliene fu infinitamente grato, la sua presenza lo confortava, alleviava la sua pena.
“Cosa ti ha fatto diventare un assassino?” Gli aveva chiesto Amelia:
“Mia sorella.”
“Eveline?” Gli aveva chiesto la strega guardando in direzione della tomba:
“Quanto sapete della mia vita? – le aveva domandato lui sorpreso – Io non so niente della vostra, non c’è equilibrio.” Amelia era andata a sedersi sul tronco di un albero rovesciato e si era stretta nelle braccia per scaldarsi, non solo dal freddo.
“Non c’è molto da sapere. – aveva detto lei facendo spallucce – Mi chiamo Amelia, sono la terza di tre gemelle, Gemma ed Emma sono due gocce d’acqua, io sono molto diversa da loro.” Nel suo tono Eugene aveva colto una nota di amarezza e se ne era dispiaciuto, lui la trovava perfetta.
“In molte cose se non sbaglio.” Aveva sussurrato Eugene andando a sederle accanto, Amelia aveva sorriso, grata di quella precisazione:
“Eh già. Brevemente, sono una strega, frequento una normalissima scuola di giorno e la sera studio incantesimi e pozioni, e amo leggere. Non c’è molto altro.” Riassunta così, in due parole, Amelia si era resa conto di quanto fosse stata vuota la sua vita prima di quell’incontro.
“Frequentate una normale scuola? Ve lo permettono? Non vi perseguitano più?” Amelia sospirò afflitta:
“Siamo diventati più bravi a nasconderci e il mondo è cambiato, l’Inquisizione non esiste più, ma dobbiamo comunque stare attenti.” Eugene aveva annuito mentre il suo corpo era stato scosso da un impercettibile fremito al quale non aveva dato importanza ma ad Amelia non era sfuggito:
“Cosa c’è?” Gli aveva chiesto agitata mentre si era guardata intorno allarmata, non aveva alcuna voglia di rivivere l’esperienza dell’anno precedente.
“E’ quasi l’alba, - aveva detto lui ma Amelia non riusciva ancora scorgere il chiarore del sole all’orizzonte - sento lo scorrere del tempo.” Aveva detto lui divertito dalla sua perplessità.
“Come?” Gli aveva domandato lei affascinata:
“Dove sono io il tempo non esiste, non c’è passato né futuro, solo un infinito ed estenuante presente ma qui, qui percepisco il tempo che passa e ha un certo effetto su di me.” Amelia era stata colta improvvisamente dall’urgenza di sapere di più:
“Allora? Perché hai ucciso quell’uomo?” Aveva insistito lei ed Eugene si era sentito in obbligo di accontentarla:
“Era inverno quando successe, mi ero attardato nel bosco a fare legna per il camino. Era tutto innevato e mi piaceva da impazzire starmene nel bosco fino a tardi, c’era un silenzio capace di annullare tutte le mie preoccupazioni. Io ed Eveline eravamo soli e non era facile trovare le risorse per andare avanti…comunque poco dopo iniziò a nevicare così decisi di tornare a casa. Ero quasi arrivato quando sentii mia sorella gridare. – Eugene aveva fatto una pausa per prendere coraggio di continuare – Quel grido non aveva niente di umano, mi spezzò il cuore. Lasciai andare i ceppi e corsi come un forsennato fino in casa, lei non smise mai di gridare, fu terribile perché avevo la sensazione che più correvo e più la casa si allontanasse. Quando arrivai, spalancai la porta e vidi il padrone di casa su di lei, le aveva strappato le vesti, il corpetto era stracciato sul suo petto e le sue mani la frugavano ovunque. Le sue intenzioni mi furono subito chiare e non ci ho visto più. Mi sono avventato su di lui, ero forte e non era la prima volta che facevo a pugni. Non aveva alcuna possibilità di contrastare la mia furia. L’ho ucciso a mani nude, non sono riuscito a fermarmi nemmeno quando non costituiva più una minaccia, nemmeno quando Eveline mi gridò addosso di fermarmi, ad un certo punto credo di aver colpito anche lei ma non me lo confermò mai. È così che sono diventato un assassino.” Aveva concluso ed Amelia, nella sua voce colma di rammarico e colpa aveva colto qualcos’altro, sollievo.
“Ci sei riuscito?” Gli aveva chiesto nervosa, non era riuscita ad essere esplicita ma Eugene aveva compreso perfettamente.
“Sì, fortunatamente sono arrivato in tempo. Non c’è riuscito. A quanto ho potuto vedere ha avuto una vita lunga, chissà se è stata anche felice.”
“Eveline si è sposata a diciassette anni con Joel Bredford.” Eugene raddrizzò la schiena nell’udire quel nome, evidentemente lo conosceva:
“Era un brav’uomo!” Aveva detto in un sussurro:
“Ha avuto due figli maschi, Michael ed Eugene.” Gli aveva rivelato lei. Nell’apprendere che la sorella aveva dato il proprio nome al suo secondogenito, il giovane aveva sussultato sorpreso, si era voltato a guardare la strega sorridendo infinitamente grato. Amelia era rimasta incantata nel vederlo felice e il suo cuore si era colmato di gioia.
“Grazie.” Aveva sussurrato prendendole una mano per baciarne le nocche. Amelia era rimasta stordita da quel gesto galante che apparteneva ad un’epoca che non esisteva più. La strega era arrossita imbarazzata, in quel momento aveva pensato che fosse la cosa più audace e sensuale che un uomo le avesse mai fatto.
“Arrossite spesso.” Aveva constatato il fantasma in tono dolce:
“E’ colpa del mio incarnato, sono pallida come…. – era stata sul punto di dire un morto ma era riuscita a trattenersi – sono pallida.”
“La vostra pelle è del colore della neve appena caduta, è meravigliosa.” Amelia aveva inspirato il desiderio di buttargli le braccia al collo perché era certa che lui non avrebbe gradito.
“Dovete andare, se vi vede nuovamente qui, se comprende che la vostra presenza rappresenta per me un momento lieto, inizierà a perseguitarvi. Non posso permettere che accada.” Aveva detto tutto d’un tratto Eugene spezzando quel momento intimo.
“Cos’è quella cosa? – gli aveva domandato lei gesticolando nervosamente – Non credo tu sia l’unico assassino che torna la notte di Samhain, perché nessun altro è perseguitato come te?” Eugene si era guardato intorno come a controllare che fossero soli poi le aveva fatto un’altra confidenza.
“Fino al momento della mia morte non l’ho mai saputo ma mio padre era uno stregone. – Amelia era rimasta estremamente sorpresa - I miei genitori non morirono, come ci riportarono, scivolando con il carro giù per il burrone di Hell’s Pick ma furono uccisi da un demone, evocato proprio per quello scopo. Non so chi fu il responsabile e non mi è dato sapere nemmeno il perché, ma sono sicuro che il mio castigo sia legato a qualcosa che riguardava lui.”
Amelia era scattata in piedi, colta da un improvviso impeto di speranza:
“E’ una maledizione. – aveva detto ad alta voce - Se è una maledizione si può spezzare, devo solo cercare la formula giusta. Ci posso riuscire, non sarà facile ma…” Le parole le si erano spente in gola quando Eugene le aveva accarezzato una mano, il suo tocco freddo aveva avuto su di lei l’effetto di una fiamma libera.
“No, non farete nulla che vi possa mettere in pericolo, non provateci nemmeno. – aveva sussurrato dolcemente - Ora dovete proprio andare.” Aveva detto ergendosi davanti a lei come a volerla nascondere e Amelia già sapeva che il demone si stava avvicinando. Eugene le aveva fatto cenno di allontanarsi e, nonostante avrebbe davvero voluto rimanere lì, il suo sguardo truce bastò per obbligarla ad ubbidire. Senza proferire parola Eugene la ringraziò con un cenno del capo, aveva dato un’ultima occhiata alla tomba della sorella e aveva atteso che il demone lo riportasse indietro ma, per la prima volta da decenni, non era afflitto, non era disperato e nemmeno sopraffatto, era felice perché a distanza di un anno avrebbe potuto rivedere la strega. La donna che l’aveva seguito, spiato, la stessa che gli aveva dato il beneficio del dubbio, che lo aveva ascoltato e compreso, che gli aveva offerto il suo, sebbene vano, aiuto. Amelia aveva osservato con orrore Eugene che veniva trascinato nell’oscurità da quell’essere, nel cuore sentiva un grande peso ma la mente aveva già iniziato a ragionare su cosa fare per annullare la maledizione.
Tornata a casa, Amelia aveva iniziato ad indagare sui genitori di Eugene e, soprattutto su suo padre, ed era stato a quel punto che la strega era stata costretta a chiedere aiuto. Dopo le festività del Natale Amelia si era arrischiata a visitare la strega più anziana della comunità, era saggia, una sapiente ma soprattutto, a detta di tutti, anche mezza sciroccata.
Appena arrivata in vista della sua modesta casetta in mezzo al bosco, che ad una prima occhiata sembrava esattamente identica a quelle orribili case delle streghe che si vedevano disegnate sui libri delle favole per bambini, si era arrestata appena fuori il cancelletto. Non si sarebbe mai permessa di entrare senza essere invitata.
“Mama Rosaria – aveva chiamato impaziente ma sapeva che, se desiderasse essere ricevuta, doveva seguire delle regole tutte speciali – Mama Rosaria ho bisogno del suo aiuto.” Aveva continuato Amelia mostrando il cestino con i doni. Il cancelletto si era aperto in totale autonomia e non perché fosse telecomandato o elettrico, semplicemente Mama Rosaria aveva deciso di riceverla.
Amelia era avanzata lentamente sul vialetto lastricato, guardandosi intorno persa ad osservare le piante più strane che avesse mai visto. Mama Rosaria si divertiva ad inventare piante e frutti che in natura non sarebbero mai potute esistere come le morele, un incrocio fra le more e le mele, oppure i lampococchi dati dai lamponi e dalle albicocche. Amelia aveva pensato che non avrebbe mai assaggiato qualcosa che venisse da quell’orto, quando Mama Rosaria aveva spalancato la porta reggendo fra le mani un vassoio stracolmo proprio di quegli strani frutti. Amelia aveva spalancato lo sguardo e se non fosse stato per l’estremo bisogno di aiuto sarebbe scappata a gambe levate. Mama Rosaria era piccola di statura, un nido di capelli grigi e arruffati le decorava la testa, il volto sembrava di carta stropicciata. Le labbra sottili, quasi viola, davano l’impressione che fosse malaticcia ma il suo sguardo era straordinariamente giovanile ed intelligente, sebbene fosse nascosto da un paio di occhiali spessi dalla montatura di corno. Indossava una veste da camera coloratissima, appoggiato sulle spalle portava uno scialle rosso come il sangue e ai piedi un paio di pantofole a forma di coniglio. Amelia non era più tanto sicura che quell’eccentrica strega sarebbe stata in grado di aiutarla ma ormai era lì e doveva accettare il suo cortese invito ad entrare.
Amelia non si era mai recata a casa di Mama Rosaria, ne aveva sempre solo sentito parlare da suo padre e da sua madre. Dall’esterno la casetta sembrava piccola e malmessa, ma appena aveva varcato la soglia, Amelia aveva immediatamente compreso che il vero aspetto della casa fosse celato da un incantesimo per depistare eventuali malintenzionati. L’ampio ingresso era elegante e sofisticato, un pesante tappeto arabo ricopriva il pavimento in parquet, le pareti erano dipinte di un blu acceso alle quali erano appesi diversi quadri che raffiguravano, con molta probabilità, gli antenati della donna, le somigliavano tutti, sia gli uomini che le donne.
“Tesoro! – l’aveva chiamata la donna con voce gracchiante – Accomodati, non essere timida.” Aveva detto la vecchia strega indicandole l’ingresso di un salotto che si apriva alla loro destra. Amelia aveva allungato il passo per seguire la donna nella graziosa stanzetta arredata con un paio di antiche poltrone e un sofà in legno e tessuto. Anche lì il pavimento era ricoperto da un ricco tappeto, in quel caso rosso, dello stesso colore delle pareti. Nel basso camino crepitavano le fiamme di un fuoco fatuo, era blu. Amelia aveva la sensazione di avere fatto un viaggio nel tempo per ritrovarsi in un salotto qualsiasi dell’Inghilterra ottocentesca.
“Siediti cara, cosa mi hai portato?” Le aveva chiesto la donna accomodandosi a propria volta, dopo aver appoggiato il vassoio con quegli strani frutti sul basso tavolino da tè.
“Ho portato i biscotti all’uvetta, li ho fatti io con la ricetta di mia madre.” La donna aveva saltellato sul divano e aveva applaudito come una bambina piacevolmente compiaciuta:
“Grazie, ottima scelta. Dimmi cara come ti posso aiutare?” Amelia aveva tentennato perché non era sicura di come potesse reagire quell’eccentrica strega nell’apprendere che aveva fatto amicizia con un’anima errante.
“Ho conosciuto un ragazzo. – le aveva confessato senza tergiversare oltre. La donna non aveva fiatato ma si era limitata ad appoggiarsi allo schienale della poltrona sondando con lo sguardo l’atteggiamento della giovane strega. Mama Rosaria le aveva dato l’impressione di sapere già tutto – Ho fatto conoscenza con un fantasma, un ragazzo, la notte di Samhain. Abbiamo parlato, un demone lo tormenta, è vittima di una maledizione, vorrei sapere se posso aiutarlo.” Aveva sputato fuori tutto d’un fiato, poi si era bloccata in attesa della sua replica.
“Chi è il ragazzo? E il demone? Sai il suo nome?” Le aveva chiesto l’anziana strega che non era apparsa affatto sorpresa, né scandalizzata. Spronata dalla sua domanda Amelia aveva risposto prontamente:
“Il demone non lo so ma il ragazzo è Eugene McMoore.” Mama Rosaria aveva sospirato pesantemente e il suo sguardo si era incupito:
“Quel povero ragazzo.” Aveva borbottato l’anziana strega sovrappensiero, un mormorio quasi impercettibile ma al giovane udito di Amelia non era sfuggito.
“Sa chi è?” Le aveva domandato colma di speranza:
“Certo che lo so e anche tu dovresti.” Amelia annuì:
“Sì, lo so. L’ho conosciuto. Faceva il maniscalco, aveva una sorella…” La donna aveva scosso il capo e alzato una mano per zittirla, Amelia aveva ubbidito senza esitazioni:
“No, non intendo quello… - aveva detto la donna sospirando afflitta. Amelia non aveva capito dove volesse andare a parare ma non aveva insistito, invece aveva atteso che l’anziana strega continuasse la sua spiegazione - …quindi la maledizione si è trasferita davvero ai discendenti maschi di Alphonse.”
“Mama Rosaria – l’aveva apostrofata Amelia con un tono vibrante che nessuno, per nessun motivo, si sarebbe permesso di usare con la donna, ma la giovane strega era troppo nervosa per seguire l’etichetta – sa molte cose su questa storia.” L’anziana aveva annuito con solennità, aveva afferrato un biscotto e lo aveva smangiucchiato distrattamente sbriciolando sulla veste da camera, sotto lo sguardo di Amelia che era sul punto di scoppiare. La donna sembrava ragionare, fra un morso e l’altro, poi era scattata in piedi come una molla e le aveva teso la mano:
“Vieni bambina.” Amelia aveva accettato il suo invito, aveva afferrato la sua mano nodosa e ossuta, e si era lasciata accompagnare su per la scala fino al secondo piano ma non si erano fermate lì, avevano continuato a salire fino ad incontrare la porta della soffitta.
“Dove andiamo Mama Rosaria?” Le aveva chiesto sospettosa e un po’ intimidita:
“Ti mostro ciò che devi sapere.” Le aveva risposto la donna criptica e Amelia si era zittita, le bastava.
Anche la vecchia soffitta non aveva esattamente l’aspetto di una soffitta, piuttosto era una fornitissima biblioteca stracolma di volumi, alcuni recenti, alcuni invece sembravano potersi disintegrare solo guardandoli. Mama Rosaria le aveva indicato il tavolaccio in legno intagliato posto al centro della stanza, sul quale si era accesa una lampada da tavolo. Amelia si era seduta su una delle grandi sedie, simili a troni in legno e pelle, e aveva atteso. Poco dopo la donna era tornata con le braccia piene di libri e pergamene. Amelia era stata sul punto di alzarsi per aiutarla ma i volumi e i rotoli, come se avessero vita propria, si erano sollevati e si erano posati delicatamente e ordinatamente sul tavolo.
Prima un rotolo, che si era dispiegato da solo mostrando un albero genealogico, poi un volume che si era aperto ad una pagina precisa, e infine un grimorio il quale, anch’esso, si era aperto da solo.
“Gli altri non servono. – aveva detto la donna, e quelli erano tornati a sistemarsi da dove lei li aveva prelevati. – Guarda cara, guarda bene.” Amelia aveva ubbidito e aveva scrutato con attenzione la vecchia pergamena.
“Quella sono io.” Aveva sussurrato atterrita spalancando lo sguardo sul proprio nome, vergato con una calligrafia elegante a lettere scarlatte.
“Sì, e quello è il nome dell’uomo che ha lanciato la maledizione sulla progenie di Alphonse, il padre di Eugene.”
Amelia si era afflosciata sullo scranno, travolta dalla verità che le era appena rovinata addosso:
“È stato un mio avo!”
“Sì. La vostra è una delle famiglie più antiche qui nei dintorni, potenti streghe e stregoni ne hanno sempre fatto parte. Unendosi ad altre famiglie potenti, con alleanze o matrimoni, hanno sempre tenuto le redini della comunità magica fino a quando quest’uomo – disse Mama Rosaria puntando l’indice nodoso, che sembrava un rametto – non ha potuto stringere l’alleanza con la famiglia McMoore. Voleva accasare la figlia con il padre di Eugene ma lui preferì un’umana, una donna del popolino. Era di una bellezza rara, proprio come i figli, era sempre gentile con tutti e McMoore non seppe resistere al suo fascino. Se ne innamorò perdutamente, nemmeno le minacce, le botte, le ritorsioni o gli incantesimi servirono a dissuaderlo. McMoore aveva incontrato il suo grande amore e sposò l’umana. Il tuo avo non poté sopportare l’onta così maledisse tutti, il suo matrimonio e i suoi figli maschi.” Mama Rosaria le aveva indicato l’altro volume e Amelia lo aveva avvicinato alla luce per leggere cosa ci fosse scritto, lì nero su bianco, campeggiava la maledizione che affliggeva Eugene.
“Mai, né nella vita né nella morte, la progenie maschile dei McMoore potrà vivere o riposare in pace.
Il demone Azaziel strazierà e perseguiterà la loro anima, in un ciclo di sette anni, che si ripeterà all’infinito.
Solo il sangue dei traditi potrà lavare l’onta del tradimento, acquietando il demone per i secoli avvenire.”
Amelia aveva letto e riletto la maledizione fino ad impararla a memoria e poco dopo aveva compreso appieno ciò che non era esplicito:
“Il mio sangue. – aveva gridato ilare – Il mio sangue laverà l’onta. Noi siamo i traditi, secondo questo passo, io posso spezzare la maledizione con il mio sangue.” Mama Rosaria si era abbandonata sulla poltrona vicino alla piccola finestrella tonda:
“Ne sei proprio sicura?” Le aveva chiesto in tono cupo e meditabondo:
“Certo. – aveva risposto Amelia senza esitazioni – Non è giusto che Eugene paghi per questo. Se posso fare qualcosa, la farò.” Mama Rosaria aveva annuito compiaciuta e le aveva indicato il grimorio:
“Lì c’è la formula dell’incantesimo ma – aveva detto alzandosi in piedi per prenderle le mani fra le proprie – può essere molto pericoloso. Il demone Azaziel potrebbe non accettare il tuo sangue, non è più puro come un tempo, potrebbe non bastare e potrebbe prendere anche la tua anima. - Amelia aveva tremato impercettibilmente, il brivido di quella minaccia le aveva percorso la pelle, le gambe avevano ceduto ed era tornata a sedersi. – Esatto, sei pronta a rischiare la tua vita per un fantasma?”
Con quelle parole che le ronzavano in testa e le trafiggevano il cuore, Amelia era tornata a casa con il cestino vuoto di biscotti ma stracolmo di morele e sottobraccio il grimorio del suo antenato.
Notte fra il 31 ottobre e il primo novembre 2017
Amelia aveva passato il resto dell’anno a ragionare sulla domanda di Mama Rosaria, “…sei pronta a rischiare la vita per un fantasma?” e tutte le volte la risposta era sempre la stessa, sì. La maledizione era stata lanciata da un suo antenato, geloso e furente, contro il padre di Eugene che non aveva nessuna colpa, si era innamorato, esattamente come era successo a lei. Era già terribile aver maledetto il padre, ma il figlio non aveva fatto niente di male, non meritava quel tormento. Amelia si sentiva terribilmente responsabile per quello che gli stava succedendo e, in realtà, non aveva dovuto ragionarci sopra, dal primo momento che Mama Rosaria le aveva dato quell’informazione lei aveva già deciso che avrebbe tentato.
Prima dell’arrivo della festa di Samhain aveva già iniziato a raccogliere informazioni e aveva messo insieme nozioni importanti che la facevano ben sperare. La notte di Samhain Amelia, eccitata ed emozionata, aveva lasciato che il golem presenziasse al posto suo e invece di aspettare il corteo di fantasmi andò loro incontro per raggiungere Eugene e stare con lui il più tempo possibile. Si era nascosta dietro alcuni alberi dal fusto abbastanza largo da poterne celare la presenza e aveva atteso. Non era mai stata così vicino al velo, non aveva mai visto effettivamente come i fantasmi apparissero o arrivassero, non era nemmeno sicura che qualcuno avesse assistito a quell’evento prima di lei. Il sole non era ancora scomparso all’orizzonte che una fitta nebbia artificiosa era scesa su tutto ciò che le stava attorno, un odore nauseabondo aveva impregnato l’aria e Amelia era stata costretta a coprirsi il naso con un lembo dello scialle per non cedere alla nausea incipiente. Fortunatamente quell’odore pestilenziale se n’era andato esattamente come era arrivato, la fitta nebbia si era diradata e la giovane strega aveva visto i fantasmi emergere, uno dopo l’altro, da una sorta di breccia, come lo strappo in un tessuto invisibile. Amelia aveva percepito la loro energia, in quel luogo era potente e terrificante, un’ondata di adrenalina l’aveva pervasa e il suo istinto avrebbe voluto obbligarla a scappare il più lontano possibile, ma il desiderio di rivedere Eugene era più forte di qualunque paura. Amelia aveva preso un grosso respiro poi aveva sporto il capo per osservare i fantasmi che sfilavano davanti a lei e li aveva osservati con spasmodica attenzione, aveva scrutato i volti, uno dopo l’altro ma ne cercava solo uno. Quando lo aveva visto il suo cuore si era riempito di gioia ma era stato un attimo troppo breve. Quella sensazione era scomparsa immediatamente appena aveva notato lo stato in cui versava. Era ferito e malconcio come non l’aveva mai visto, Amelia pensò che il demone si fosse accanito pesantemente in quell’ultimo anno. In quel preciso momento la strega aveva avuto la sua conferma, la decisione che aveva preso era quella giusta, non c’era altra via, non c’era alternativa, era da fare.
“Eugene! - lo aveva chiamato sottovoce ma il suo richiamo non aveva sortito alcun effetto, sembrava non udirla – Eugene.” Aveva insistito ma a nulla le era servito sbracciarsi, nessuno sembrava notare la sua presenza così aveva deciso di tentare percorrendo un’altra strada, più spirituale. Con il tempo i suoi poteri si erano amplificati e stabilizzati così, forte delle proprie capacità, aveva chiuso gli occhi e lo aveva chiamato con la forza più potente che tratteneva dentro di sé, un sentimento nuovo e inaspettato che era cresciuto indomito senza che nemmeno se ne accorgesse, l’amore.
“Eugene.” Aveva sussurrato il suo cuore in direzione dell’anima perduta che camminava ingobbita, trascinando i piedi sul terreno e che si muoveva a stento, spinta anch’essa dallo stesso sentimento che animava la giovane strega. Il fantasma si era fermato attratto da quel richiamo, si era guardato intorno, enormemente sorpreso e terribilmente spaventato all’idea di aver inteso male, al pensiero che fosse uno scherzo del suo stesso inconscio disperato ma poi la vide. La giovane strega lo osservava in fremente attesa, ai suoi occhi era parsa la creatura più bella sulla quale avesse mai posato lo sguardo. I suoi capelli neri, la sua pelle diafana, gli occhi blu che sembravano brillare solo per lui, e le labbra rosse come il sangue appena versato. Amelia lo aveva invitato a seguirla e lui non era riuscito ad opporre alcuna resistenza. Si era allontanato dalla processione di anime e l’aveva raggiunta claudicante e sofferente. Amelia lo aveva osservato rapita e allo stesso tempo devastata.
“Amelia – aveva gemuto lui appena le era arrivato vicino – cosa fate qui? È pericoloso per voi stare così vicino al velo, allontaniamoci.” Le aveva detto oltrepassandola e tendendole una mano. La strega non aveva esitato ed era stata pronta ad afferrarla, desiderava così tanto farlo che quasi faceva male ma quando lui si era accorto del proprio gesto istintivo ma sconsiderato aveva stretto il pugno, fuggendo il suo tocco. La delusione di Amelia, per essere stata defraudata di quella possibilità, le aveva arso il cuore e amare lacrime avevano minacciato di inondarle lo sguardo.
“Cosa siete venuta a fare qui? Perché non mi avete aspettato al cimitero.” Quelle parole avevano sorpreso entrambi perché, sebbene non avessero concordato di rivedersi, era sottinteso che sarebbe successo perché, nonostante li separasse l’ostacolo insormontabile per antonomasia, la morte, loro desideravano una cosa soltanto, stare insieme.
“Volevo vederti, stare con te il più possibile. – aveva mormorato Amelia volgendo lo sguardo verso la volta celeste – Non potevo aspettare.” Aveva ammesso con l’innocenza della giovinezza. Eugene era rimasto in silenzio per un tempo interminabile, pensando che non avrebbe dovuto dirle ciò che provava, che non poteva ammettere che l’unica cosa che non lo aveva fatto impazzire nel suo personale inferno era stato il pensiero che l’avrebbe rivista, ma era sempre stato un uomo sincero e schietto:
“Sono felice che voi siate qui.” Aveva ammesso infine in un sussurro, Amelia, sorpresa e felice di quella confessione si era avvicinata per osservarlo meglio.
“Come stai?” Gli aveva chiesto con voce tremante:
“Ora bene.” Aveva risposto lui, nella sua voce Amelia aveva percepito il suo stesso desiderio, avrebbe voluto abbracciarla, scaldarsi al calore del suo corpo vivo e pieno di energia.
“Mi dispiace. – aveva detto poco dopo Amelia andando a sedersi su uno sperone di roccia – Mi dispiace per quello che ti sta succedendo.” Eugene era un uomo perspicace e nella sua voce aveva percepito il senso di colpa che la ottenebrava:
“Perché dite questo? Non siete stata voi a farlo.” Amelia aveva cercato di ingoiare il nodo doloroso che le impediva di parlare e lo aveva invitato a sedersi accanto a sé ed Eugene aveva ubbidito, felice di farlo:
“Ho fatto delle ricerche. Ho scoperto che l’uomo che ha scagliato la maledizione sulla tua famiglia era un mio antenato. Era il padre della donna che tuo padre avrebbe dovuto sposare. Quando lui decise di sposare una popolana lo maledisse, e fece lo stesso con la sua progenie maschile. È colpa della mia famiglia se quel demone ti tormenta.” Eugene aveva scosso il capo e mai, come in quel momento, avrebbe voluto prenderla fra le braccia per consolarla:
“Voi e la vostra famiglia non c’entrate minimamente con questo. Non potete addossarvi colpe che non avete.” Amelia non era affatto d’accordo ma prima di metterlo a parte del suo piano aveva una richiesta:
“Eugene? – lui la guardò in attesa della sua domanda – Potresti evitare di darmi del voi? Non lo fa più nessuno da secoli.” Il giovane sorrise imbarazzato, per lui era una cosa normale ma annuì, per compiacerla avrebbe fatto qualsiasi cosa:
“Ci proverò.” Aveva detto sorridendo dolcemente.
“Bene, grazie. Ora ti devo dire una cosa. – Eugene si era irrigidito, non del tutto certo che gli sarebbe piaciuto ciò che Amelia aveva da rivelargli, ma era rimasto in silenzio e aveva atteso – Sto escogitando un modo per spezzare la maledizione.” Gli aveva rivelato lei con entusiasmo. Il cuore di Eugene aveva esultato:
“Come?” Le aveva chiesto colmo di speranza:
“Il sangue della mia famiglia, il mio sangue è stato usato per perpetrare la maledizione e lo stesso sangue può essere usato per spezzarla.” La speranza scomparve dal cuore di Eugene spazzato via dalla paura e dall’ansia:
“No. Non vi… - ma poi si era corretto – non ti permetterò di fare questa pazzia, non per me.” Eugene si era alzato in piedi agitato oltre ogni immaginazione:
“Ma…- lo aveva seguito Amelia – lo posso fare.” Aveva detto frustrata:
“E’ una follia, non te lo permetterò, mai.” Aveva continuato lui irremovibile:
“Eugene.”
“No. – l’aveva zittita con un cenno della mano, avrebbe voluto afferrarla e scuoterla per le spalle per obbligarla ad ascoltarlo ma non lo aveva fatto, non voleva spaventarla – Non lo farai.” Aveva detto allontanandosi.
“Dove vai? – gli aveva chiesto lei correndogli appresso, poi lo aveva superato e le si era parata davanti per impedirgli di andarsene - Rimani, è presto.” Aveva insistito disperata appoggiandogli una mano sul petto. Amelia era rimasta scioccata nel sentire il battito di un cuore in tumulto sotto le dita e il calore della pelle come se Eugene fosse vivo, sapeva che era così solo in quella notte magica, e quella consapevolezza aveva acceso in lei un desiderio inaspettato.
“Non dovevo cedere, - aveva detto Eugene, ma non si era allontanato, il suo tocco lo aveva fatto sentire vivo come mai prima di allora – sono un debole.”
“A cosa ti riferisci?”
“A te, - aveva detto lui incatenando i propri occhi ai suoi – sei così bella Amelia, la tua anima è pura e luminosa, sei pura energia e io non ho saputo resisterti, ma ora è finita devo andare.”
“Eugene aspetta. – aveva insistito Amelia – Sappi che lo farò, anche se tu non vuoi.”
“Se io non torno lui non mi seguirà, non lo troverai.” Amelia sorrise, un mezzo sorriso amaro e condiscendente:
“Lo posso sempre evocare, sono una strega dopotutto e anche piuttosto bravina.” L’atteggiamento di Eugene era cambiato di colpo, era sopraffatto.
“Ti supplico, - l’aveva implorata cadendo in ginocchio – non lo fare.” Amelia lo aveva seguito sull’erba e aveva cercato il suo sguardo che però era rimasto fisso al terreno:
“Guardami. – gli aveva ordinato lei con voce ferma – Io non so cosa stia succedendo fra noi due, - perché era chiaro ad entrambi che fosse qualcosa di profondo e bellissimo - non posso pensarti là, ovunque tu vada quando oltrepassi il velo, che subisci una punizione che non meriti. Quando non ci sei fatico a respirare, vivo in apnea un anno dopo l’altro in attesa di questa notte per vederti.”
“E’ lo stesso per me. – aveva ammesso lui, il quale non si sarebbe mai aspettato di innamorarsi, soprattutto da morto – Ragiona un attimo se…se tu riuscissi e io non potessi più tornare? Se spezzando la maledizione tu liberassi la mia anima? Se andassi oltre? Non potrei più vederti, sarei libero ma l’eternità senza di te sarebbe insopportabile.”
“L’amore è anche questo, sacrificio. Sarei felice di saperti libero. Non sei stanco?” Gli aveva chiesto accarezzandogli una guancia:
“Certo che lo sono ma… - un fremito nell’aria lo aveva zittito – sta arrivando. Mi ha trovato, nasconditi.”
“Posso fermarlo, almeno per un po’.” Aveva detto lei mettendosi in guardia, pronta allo scontro:
“No. Va via! - aveva ringhiato lui ma Amelia non aveva alcuna intenzione di ubbidirgli – Amelia per favore, voi donne di questo secolo non sapete ubbidire?”
“No, ne siamo incapaci.” Aveva risposto lei mentre si allontanava per andare incontro al demone, sentiva la sua energia arrivare a lambirla, era calda come una fiamma e altrettanto potente, quando d’un tratto si era sentita avvolgere da forti braccia che l’avevano trattenuta sul posto. Eugene l’aveva abbracciata da dietro, aveva stretto il proprio corpo contro il suo per fermarla. Quel contatto, però, aveva scatenato in lui il desiderio più umano e potente che ci fosse, il desiderio di un uomo che voleva possedere una donna. Eugene aveva tuffato il volto fra i suoi capelli e Amelia aveva goduto del tocco leggero delle sue labbra sul proprio collo, aveva chiuso gli occhi e aveva stretto le proprie mani sulle sue per godere di quella meravigliosa sensazione di completezza, consapevole che non l’avrebbe dimenticata mai più.
“Eugene?” Aveva sussurrato poco dopo voltandosi verso di lui senza permettergli di lasciarla:
“Amelia.” Sentire il proprio nome sussurrato con amore e riconoscenza l’aveva fatta sentire la donna più felice di tutti i mondi. Il giovane le aveva scostato una ciocca di capelli dal volto, incantato dai suoi occhi profondi velati di commozione, si era abbassato sulle sue labbra ma non aveva osato baciarla. Amelia aveva pensato che la sua fosse timidezza o forse qualche tipo di antica etichetta, così era stata lei ad andare fino in fondo. Si era alzata sulle punte e aveva sfiorato le sue labbra. Eugene era chiaramente sorpreso e affascinato dalla sua sfrontataggine, ai suoi tempi nessuna donna avrebbe mai preso l’iniziativa in quel modo, ma l’uomo che ancora viveva dentro di lui non aveva resistito e aveva trasformato quel tocco delicato in un bacio appassionato che rapì entrambi, strappandoli dalla realtà. Quando quell’impeto di passione travolgente sfumò, i due si scostarono a malincuore l’uno dall’altro ed Eugene si voltò a guardare nella direzione dalla quale stava sopraggiungendo minaccioso il demone di ombra e fumo.
“Ora va! - le aveva detto – E non fare nulla di avventato. - Amelia però non aveva annuito come lui si sarebbe aspettato – Promettimelo!”
“Non posso.” Eugene avrebbe voluto rimanere lì ancora, per convincerla ma non c’era più tempo. Si era allontanato da lei il più possibile andando incontro alla pena che qualcun altro aveva scelto per lui, sotto lo sguardo afflitto della strega della quale si era perdutamente innamorato.
Notte fra il 31 ottobre e il primo novembre 2018
Dopo quel bacio dal sapore dell’addio Amelia aveva atteso la successiva festività come sospesa in un limbo di incertezza, perché la minaccia che Eugene le aveva fatto, che non sarebbe tornato da lei, l’aveva tormentata, temeva che lo avrebbe fatto veramente. Durante tutto l’anno non era riuscita a pensare ad altro, aveva faticato ad andare avanti con la propria vita perché il suo cuore era nel regno dei morti e sembrava che riuscisse a rianimarsi e a battere solo una notte l’anno. Qualcuno dei suoi amici aveva avuto il sospetto che le stesse succedendo qualcosa di strano, ma la strega era sempre stata brava ad evitare le domande o a svicolare abilmente le imboscate che perfino la sua famiglia aveva provato a farle. Per i suoi coetanei la vita procedeva in un’unica direzione, andava avanti, crescevano e si evolvevano ma non lei, Amelia guardava solo indietro ad un passato lontano, ad una maledizione ingiusta all’uomo che, ne era sicura, sarebbe stata in grado di amare e che non esisteva più.
La sera del trentuno ottobre Amelia era sgattaiolata fuori di casa ancora prima dell’inizio delle celebrazioni, sapeva che stava diventando sempre più avventata, che se scoperta la situazione si sarebbe fatta terribilmente pericolosa ma non era riuscita a trattenersi, non poteva aspettare, fermarsi ed agire con prudenza era fuori discussione. Come l’anno precedente Amelia si era recata al confine che separava i due mondi. Come in un doloroso dejà vu aveva osservato una per una le anime che si inoltravano al di qua del velo, aveva aspettato per ore ma di Eugene non vi era nessuna traccia. Mossa dal panico era uscita dal suo nascondiglio e, in barba alle raccomandazioni, ai divieti e alla tradizione aveva iniziato a chiedere alle anime se qualcuna lo avesse visto ma nessuno la ascoltava, per loro era come se non esistesse, solo Eugene la udiva, solo lui la vedeva. Quando la disperazione era ormai arrivata ad un livello allarmante aveva scorto qualcuno nascosto fra gli alberi lontano, lontanissimo da lei. Da quella distanza non era riuscita a distinguerne le fattezze ma il suo cuore era stato sicuro che fosse lui.
“Eugene!” Aveva gridato Amelia per attirare la sua attenzione, temeva che non l’avesse vista ma lui l’aveva vista, eccome. L’aveva osservata per ore mentre lo cercava, mentre disperata chiedeva di lui ma non aveva potuto accontentarla, si era opposto con tutto sé stesso al desiderio di tornare da lei, aveva perfino tentato di non oltrepassare il velo in quella notte nefasta ma non c’era riuscito, non era riuscito ad opporsi alla forza che attirava le anime fra i vivi così si era nascosto nell’ombra per sfuggirle. Amelia non aveva smesso di chiamarlo e aveva corso fino a raggiungerlo ma lui ancora non si mostrava. Ottenebrata dal panico la strega aveva perso attenzione, era incespicata su una radice, era caduta a terra ferendosi un ginocchio ma niente l’avrebbe fermata, si era rialzata e aveva raggiunto il luogo dove era sicura di averlo visto pochi minuti prima ma lui, o chiunque fosse, era scomparso.
“Eugene? - lo aveva chiamato ancora – Dove sei? So che sei qui mostrati per favore.”
“Va via!” Amelia non aveva riconosciuto quella voce, roca e frammentata, come quella di Eugene, ma non aveva potuto accontentarlo e aveva usato un piccolo trucchetto per individuarlo. Aveva mosso una mano sventolandola davanti a sé sussurrando una parola semplice “Revela!” così lo aveva visto, seduto su un masso, ingobbito con la testa fra le mani, il suo corpo tremava convulsamente. Amelia era corsa da lui, non aveva parlato perché le parole non sarebbero servite a nulla, si era limitata a sedergli accanto, lo aveva cinto con le braccia e lo aveva stretto a sé. Aveva ingoiato il dolore terrificante che aveva provato nel vederlo nudo e ferito, inerme e solo, aveva ricacciato indietro le lacrime e aveva cercato di consolarlo al meglio delle proprie capacità.
“Non dovevi venire. - aveva sussurrato lui afflitto – Non volevo che mi vedessi così.” Amelia aveva deglutito a vuoto, era straziata e afflitta oltre ogni immaginazione.
“Non riesco a farne a meno Eugene, - aveva detto in un sussurro – io ti amo. – e nel proferire quelle parole ad alta voce si sentì libera – non smetterò mai di venire da te.” Il giovane l’aveva stretta più forte mentre un singhiozzo gli aveva scosso il corpo ferito. Amelia gli aveva accarezzato la schiena nuda e aveva baciato le sue ferite, una dopo l’altra donando, a quell’anima tormentata, un po’ di pace.
“Il ciclo è concluso – gli aveva detto lui poco dopo – l’anno prossimo tornerò più sano di prima e poi ricomincerà tutto daccapo.” Aveva concluso con voce spezzata.
“L’anno prossimo io ti libererò.” Gli aveva promesso lei.
Notte fra il 31 ottobre e il primo novembre 2019
“Padre! – gridò Amelia in preda alla furia – Liberami per gli Dei, devo aiutarlo.” Ma la giovane strega sapeva perfettamente che il genitore non l’avrebbe accontentata, mai. Scesa a patti con quella verità, Amelia iniziò a ragionare su come infrangere l’incantesimo di suo padre, lì aveva tutto l’occorrente ed era diventata abbastanza forte ed esperta per riuscire a fuggire dalla sua prigione magica.
Il Sig. Marlow conosceva troppo bene Amelia per sperare di essere riuscito a fermarla così, prima che lei infrangesse la barriera magica, si inoltrò nel cimitero dove era sicuro di trovare l’uomo del quale la sua scapestrata figlia si era innamorata.
“Eugene? – lo chiamò mentre si avvicinava a lui a grandi falcate – Siete voi Eugene?” Il giovane si voltò nella direzione dalla quale proveniva la voce di un uomo, palesemente furioso:
“Per servirvi.” Rispose lui senza timore. Era tornato perfettamente in sé, vestito di tutto punto e sano, come aveva detto ad Amelia l’anno precedente.
“Sono il padre di Amelia, - si presentò l’uomo – lo sai cosa si prepara a fare? - Eugene impallidì, se poteva essere possibile per un fantasma impallidire – glielo hai chiesto tu?” Eugene serrò la mascella nervoso, indispettire il padre della donna che amava era l’ultima cosa che volesse fare.
“Signore, ho chiesto ad Amelia di desistere. – ammise il giovane, ma sul suo volto si dipinse un’espressione afflitta, era chiaro a tutti che non ci fosse riuscito - Il mio destino è segnato non voglio che lei lo condivida, per nulla al mondo. – continuò sincero - È pericoloso, l’ho pregata, implorata di non farlo ma…” Il Sig. Marlow lo interruppe con un gesto della mano e scosse il capo rassegnato sbuffando aria dal naso:
“Lo so. – ammise l’uomo – Quando Amelia si mette in testa una cosa difficilmente la si può fermare.” Disse guardandosi alle spalle, come se si aspettasse di vederla comparire da un momento all’altro.
“So che l’amore che ci lega è quanto di più sbagliato possa esistere, ma non sono riuscito ad impedirmelo. – disse come se la responsabilità fosse solo sua - Amelia è la mia luce e l’unica cosa che mi manda avanti è sapere che la vedrò, che potrò stare con lei, anche solo una volta all’anno. So di essere un egoista, so che dovrei lasciarla libera, che dovrei evitarla ma…”
“Non ci sei riuscito.” Lo interruppe Marlow:
“No!”
“E nemmeno lei! – disse lo stregone alzando gli occhi al cielo, poi tornò con l’attenzione sull’uomo che aveva fatto conoscere alla figlia il vero amore - Mi dispiace per quello che ti ha fatto il nostro avo.” Disse infine sincero:
“Ora comprendo da chi ha preso Amelia. - disse Eugene grato di quelle scuse non dovute – Non siete stati voi.” Ripeté al Sig. Marlow ciò che aveva già detto alla figlia milioni di volte.
“Amelia però ha ragione, possiamo provarci…eccola.” Mormorò l’uomo senza guardarsi alle spalle, aveva sentito la sua magia che si avvicinava, continuò invece a fissare il volto del giovane che si illuminò di pura gioia quando vide comparire sua figlia in lontananza.
“Padre!” La voce di Amelia li fece sussultare entrambi, era palesemente sul piede di guerra.
“E’ arrabbiata.” Disse l’uomo sorridendo dolcemente:
“È furiosa, oserei dire.” Replicò Eugene con impresso sul volto un sorriso simile.
“Bambina, non essere arrabbiata. – le disse porgendole una mano. La ragazza si arrestò perplessa poi accettò la sua mano, il suo tocco era caldo e confortante. Suo padre aveva sempre avuto il potere di tranquillizzarla anche se in quel caso l’artefice del suo malumore fosse proprio lui. – Ti aiuterò figlia, ti aiuteremo tutti.” Il volto di Amelia si illuminò quando, dal folto del bosco, vide comparire la madre e le sorelle.
“Non capisco. – farfugliò la giovane – Credevo…”
“Credevi davvero che non ci saremmo accorti che stavi escogitando qualcosa?” Le domandò Gemma con quel suo piglio arrogante:
“Cornacchietta, - disse Emma – perché non ce ne hai parlato? Perché hai fatto tutto da sola? Siamo tutti coinvolti.”
Eugene li guardò uno ad uno poi si mosse per imporsi:
“Scusate, - disse timidamente - non voglio che lo facciate, non voglio lasciare il mio inferno se questo significa non vederti più. – disse rivolto ad Amelia la quale lasciò la mano di suo padre per involarsi fra le braccia di Eugene – Non posso immaginare un’eternità senza di te, anche se questo significa la pace, io non la voglio.” Amelia gli accarezzò il volto poi appoggiò la testa sul suo petto:
“Nemmeno io voglio che ci separiamo ma tu meriti la pace, non lo capisci? – mugolò contro il suo petto - Non riesco a vivere con questo peso, se posso fare qualcosa per alleviare la tua sofferenza la farò, anche se significa non vederti mai più.”
“Ragazzi. – fu la madre di Amelia a parlare – Non è detto che debba andare così.” I due giovani innamorati si scambiarono uno sguardo colmo di speranza:
“Cosa vorresti dire?” Chiese Amelia rivolta alla madre:
“In questa notte tutto può succedere, i morti camminano sulla terra, i vivi possono parlare con loro, anche se non dovrebbero – disse Emma scoccando alla sorella un’occhiataccia accusatrice – e talvolta i morti, con le giuste misure possono rimanere.” Amelia si strinse a Eugene:
“Vorresti rimanere?” Chiese il Sig. Marlow ad Eugene, il giovane inspirò il profumo di Amelia che aleggiava tutto intorno a lui, chiuse gli occhi e annuì.
“Allora è meglio che ci prepariamo. – disse la Sig.ra Marlow – Hai portato tutto?” Chiese alla figlia ribelle che annuì con determinazione.
Emma e Gemma disegnarono sul terreno un simbolo specifico con le erbe che Amelia aveva intrecciato fino a farne una lunga fune. Posizionarono le candele arancioni tutte attorno al cerchio poi, con un pugnale, si incisero il palmo della mano e, uno dopo l’altro, i componenti della famiglia Marlow fecero scorrere il proprio sangue dentro la coppa d’oro.
“È tutto pronto, - disse il Sig. Marlow soddisfatto – ora Eugene, mettiti dentro al cerchio.” Gli disse indicando quello che, il fantasma non poteva saperlo, era una trappola per demoni. Amelia guardò la propria famiglia lì riunita, che si prodigava per salvare un’anima dannata, il cuore le si riempì di gioia e gli occhi di lacrime.
“Sei stata brava cornacchietta, - le disse suo padre avvicinandosi – hai preparato tutto nel minimo dettaglio. Diventerai una grande strega.” Amelia prese la mano che suo padre le porgeva, la strinse forte in segno di ringraziamento ma in quel momento aveva un’unica cosa in mente:
“Funzionerà?” Chiese in apprensione:
“Io credo proprio di sì.” Le rispose lui rassicurandola. Amelia annuì rincuorata poi tutti alzarono lo sguardo sulla creatura immonda che si stava avvicinando.
“Sta arrivando, – sussurrò Amelia – è lui.” Eugene li guardò uno per uno, sul volto un’espressione mista fra la gratitudine e il terrore poi fece un cenno ad Amelia chiedendole di raggiungerlo. La giovane scattò velocemente verso di lui:
“Se non funzionasse – le disse con la voce spezzata – ci rivediamo qui il prossimo anno!” Amelia annuì con veemenza e prima di allontanarsi gli scoccò un tenero bacio sulle labbra:
“Andrà tutto bene.”
Amelia uscì dal cerchio e attese che il demone, ignaro di quanto stava per accadergli, assoggettato anch’esso alla maledizione si dirigesse, senza esitazioni, verso l’anima che era costretto a tormentare per l’eternità. Entrò nel cerchio, permettendo alla famiglia Marlow di tirare un sospiro di sollievo. Amelia prese Eugene per mano e lo tirò verso di sé senza che il demone potesse seguirlo poi si consumò un rito magico di altissimo livello.
La famiglia Marlow formò un cerchio attorno alla creatura, iniziando a salmodiare una nenia in una lingua che Eugene non conosceva, mentre il demone iniziava a contorcersi come se lo stessero colpendo da tutte le direzioni. Quando sembrò al limite della sopportazione il Sig. Marlow afferrò la coppa dove il loro sangue si era mescolato e lo versò nel cerchio a quel punto il demone gridò, un lampo rosso squarciò la notte e la folgore scarlatta si scagliò contro di lui ributtandolo nel luogo al quale apparteneva, l’inferno.
Amelia si voltò a guardare Eugene che fissava il vuoto davanti a sé, dove il demone era appena scomparso. La giovane strega corse verso di lui, felice oltre ogni immaginazione, e si involò fra le sue braccia spalancate pronte ad accoglierla, Eugene era libero ma non sembrava felice.
“Sei libero. – gli disse lei fra i singhiozzi, era sollevata e felice per lui – Che c’è? Perché fai così?” Eugene le accarezzò i capelli e le riservò un dolcissimo sorriso agrodolce.
“E se adesso non tornassi più? Se non potessimo più vederci?” Era quello il suo nuovo cruccio, era quello il terribile pensiero che lo affliggeva.
“Ragazzi! – intervenne la Sig.ra Marlow – Un modo c’è ma dovete decidere in fretta.” Disse indicando l’alba.
“Cosa dobbiamo fare?” Domandò Amelia:
“Sta a te cornacchietta, - disse suo padre – ora è tutto nelle tue mani. – Amelia li incitò a parlare con un’occhiata eloquente, iniziava ad innervosirsi – Eugene può rimanere, in carne e ossa, solo se potrà ancorare la sua anima a qualcosa qui, sul nostro piano.”
“O a qualcuno.” Intervenne Emma sorridendole.
I due innamorati si guardarono negli occhi, ed Eugene comprese che non avrebbe mai più dovuto soffrire la mancanza di Amelia, che lei sarebbe stata l’àncora che gli avrebbe permesso di tornare alla vita.
Fine?



© Tanja Mengoli


Note:
[1] Un grimorio è un libro di magia. I libri di questo genere vennero scritti in gran parte tra la fine
del Medioevo e l'inizio del XVIII secolo. Contenevano soprattutto corrispondenze astrologiche, liste di angeli e demoni, istruzioni per creare incantesimi, preparare medicine e pozioni, invocare entità soprannaturali e fabbricare talismani. (Fonte Wikipedia)

[2] gòlem (o Gòlem) s. m. [dall’ebr. gōlem, propr. «embrione»]. – Figura mitica con sembianze umane, tipica della tradizione cabalistica ebraica, che si vuole creata da un ammasso d’argilla per opera del rabbino praghese Löw sul finire del sec. 16°, ritenuta capace di difendere il popolo ebreo dai suoi persecutori, e che può essere evocata recitando una combinazione di lettere alfabetiche; tale essere leggendario, variamente ripreso dalla letteratura posteriore (spec. romantica), è passato a rappresentare la forza ambigua della macchina che può manifestare facoltà ritenute proprie dell’uomo e sfuggire al controllo umano con risultati catastrofici. (Fonte dizionario Treccani on-line.)

Nessun commento:

Posta un commento

NUOVA USCITA: I Corvi di Thorne Point di Veronica Eden

                        Titolo:  I Corvi di Thorne Point Autrice:  Veronica Eden Serie:  I Corvi di Thorne Point #1 Editore:  Heartbeat Ediz...