Ecco a voi care lettrici e cari lettori, un altro racconto che ha partecipato all'evento "Giornata Fantasy"....
... e per rimarcare il concetto....
Perchè in fondo la notte è sempre più buia se ad accompagnarci c'è la paura... Buona lettura!
Note:
[1] Un grimorio è un libro di magia. I libri di questo genere vennero scritti in gran parte tra la fine
del Medioevo e l'inizio del XVIII secolo. Contenevano soprattutto corrispondenze astrologiche, liste di angeli e demoni, istruzioni per creare incantesimi, preparare medicine e pozioni, invocare entità soprannaturali e fabbricare talismani. (Fonte Wikipedia)
[2] gòlem (o Gòlem) s. m. [dall’ebr. gōlem, propr. «embrione»]. – Figura mitica con sembianze umane, tipica della tradizione cabalistica ebraica, che si vuole creata da un ammasso d’argilla per opera del rabbino praghese Löw sul finire del sec. 16°, ritenuta capace di difendere il popolo ebreo dai suoi persecutori, e che può essere evocata recitando una combinazione di lettere alfabetiche; tale essere leggendario, variamente ripreso dalla letteratura posteriore (spec. romantica), è passato a rappresentare la forza ambigua della macchina che può manifestare facoltà ritenute proprie dell’uomo e sfuggire al controllo umano con risultati catastrofici. (Fonte dizionario Treccani on-line.)
Perchè in fondo la notte è sempre più buia se ad accompagnarci c'è la paura... Buona lettura!
UNA FAVOLA PER SAMHAIN
La
notte fra il 31 ottobre e il primo di novembre, nella tradizione
pagana, si celebrava la fine dell’estate e l’inizio del periodo
invernale. Materialmente determinava il momento dell’ultimo
raccolto e la preparazione dei campi per l’inverno. A livello
spirituale, durante questo giorno che “non
esisteva”, lo scudo
che separava il mondo dei vivi dagli altri si abbassava, permettendo
al mondo dei morti di entrare in contatto con quello dei vivi. Per
queste civiltà era molto importante il culto degli antenati, quindi
venivano accesi fuochi e preparati doni per coloro che facevano
ritorno nei luoghi dove avevano vissuto. Nel tempo questa festività
mitico-rituale si è trasformata, per la cristianità è diventata la
celebrazione dei morti nel giorno di Ognissanti per le comunità
anglosassoni è diventata Halloween, per pochi non è cambiato nulla.
In
una piccola casa, immersa nel verde di una valle lontana, abitavano
tre gemelle, Emma Gemma e Amelia, insieme ai loro amorevoli genitori.
Emma e Gemma erano praticamente identiche, alte oltre la media,
longilinee e aggraziate. Avevano lunghi capelli biondi e gli occhi di
un colore molto simile al ghiaccio artico. Le loro labbra erano rosa
e sottili. La loro pelle era di un pallore compatto e luminoso.
Amelia condivideva solamente la loro carnagione chiara, nell’aspetto
generale non somigliava affatto alle gemelle. Era più bassa di
statura, le sue forme erano generose e morbide, i suoi capelli erano
neri come la notte e i suoi occhi erano del colore del mare in
tempesta. Le sue labbra erano rosse e carnose, come petali di una
rosa scarlatta e le differenze non si fermavano all’aspetto. Amelia
era sempre stata di indole ribelle e testarda, quella peculiarità
l’aveva ereditata dal padre il quale, per lei, aveva una vera
predilezione.
In
quel momento, la famigliola era impegnata nei preparativi della
imminente festività pagana di Samhain, e in casa si poteva percepire
un fermento magico come si vedeva raramente e non solo perché quella
era la notte più importante dell’anno, ma anche la più
pericolosa. Le sorelle avevano già approntato tutte le difese
magiche per evitare di essere attaccate da qualche demone maligno o
da qualche strega malvagia e, dopo le attività prettamente magiche
si apprestavano alla preparazione dei doni e all’accensione delle
luci per dare il benvenuto agli antenati pacifici che si sarebbero
trovati a passare da lì.
“Amelia!”
Si sentì chiamare la giovane brunetta che era intenta a sgattaiolare
lontano da tutto quel trambusto, sussultò sul posto, come se fosse
stata colta con le mani nella marmellata. Sbuffò contrariata e si
voltò nella direzione dalla quale proveniva quella voce stizzita e
intransigente. Era Gemma che la chiamava dal fondo delle scale e la
guardava con quel suo piglio da saputella che Amelia non sopportava.
La giovane strega alzò gli occhi al cielo e si diede della stupida
per non essere stata più lungimirante, lei quella notte aveva una
cosa molto importante da fare ma non aveva calcolato che le sorelle
avrebbero insistito per essere aiutate nei preparativi.
“Sì,
Gemma?” Domandò in tono mellifluo comparendo sul pianerottolo
delle scale appoggiata al corrimano:
“Dove
ti sei nascosta? Qui è un casino!” Disse la sorella indicando
l’ingresso della cucina dalla quale, a tempo di musica,
svolazzavano utensili e sbuffavano nugoli di farina. Amelia le
riservò un sorrisetto tirato e tornò a fissarla:
“Ero
in camera mia, ho messo le candele sul davanzale.” Disse sperando
che la sorella non percepisse la menzogna nella sua voce, in realtà
era in soffitta a studiare per l’ennesima volta la nuova formula
sul suo Grimorio [1], quella che aveva cercato per anni e
perfezionato nell’ultimo anno.
“Sbrigati,
finisci le finestre di sopra e scendi. Dobbiamo fare i dolci.”
Amelia non era capace di cucinare, non certo come le sue perfette
sorelle, non le piaceva, non ne aveva voglia e non ne aveva nemmeno
il tempo.
“Iniziate
senza di me, - disse scomparendo al piano di sopra – siete così
brave.” Amelia udì la voce di Gemma rincorrerla, per insultarla o
richiamarla, non lo sapeva perché non l’aveva raggiunta.
Amelia
tornò in soffitta e si chiuse dentro, riattivò l’incantesimo che
la celava dalla magia delle sorelle e dei genitori, e tornò al suo
lavoro. L’incantesimo che stava preparando era al contempo
difficile ed estremamente pericoloso, ma ormai non poteva più
tornare indietro e nemmeno lo voleva. Erano anni che si preparava a
quel momento, da quando era appena diciottenne, da quando aveva
partecipato per la prima volta alla celebrazione di Samhain come
Strega Madrina.
“È
tutto pronto!” Sussurrò fra sé e sé adocchiando il vestito nero
sistemato sulla gruccia.
“Amelia
cosa combini là dentro?” La voce sospettosa di suo padre la
sorprese mentre intrecciava i rametti di alloro, lavanda, artemisia,
noce moscata e salvia, le erbe previste per il rito.
“Mi
sto preparando.” Rispose la giovane guardandosi intorno per
accertarsi che tutto fosse celato prima di aprire la porticina della
soffitta.
“Qui?
- le domandò suo padre adocchiando diffidente l’interno. La
giovane strega sapeva che all’Alto Stregone, reggente della
comunità magica di quel piccolo paesino, non poteva nascondere nulla
e lo vide dal suo sguardo, l’aveva scoperta. – Cosa stai
combinando quassù tutta sola, mia piccola cornacchietta?”
Nell’udire quel nomignolo Amelia avvampò, sia per l’affetto del
quale era impregnato quell’appellativo affibbiatole da ragazzina,
da quando il suo animale guida si era palesato sotto forma di
cornacchia, sia per la latente vergogna che provava nel mentire a suo
padre. Il Sig. Marlow entrò nella piccola soffitta abbassandosi per
non scontrarsi con la cornice superiore senza perdere l’attenzione
su ciò che gli stava intorno. Amava tutte e tre le sue figlie,
com’era giusto che fosse, ma per Amelia provava una vera e propria
adorazione perché in lei vedeva un po’ di sé stesso, riviveva con
lei gli anni ribelli e spensierati della sua giovinezza. Ed era
proprio perché si somigliavano tanto, anche caratterialmente, che
sapeva che la sua cornacchietta
stava combinando qualche guaio.
“Padre…
- sussurrò timidamente Amelia indietreggiando per farlo accomodare –
niente di ché. Come ti dicevo mi stavo preparando.” Riuscì a
mentire ancora, anche se la sua voce tremolò impercettibilmente.
L’espressione di disappunto che si palesò sul volto del genitore
non le sfuggì, non le credeva e dal suo atteggiamento Amelia
comprese che stava aspettando di conoscere la verità ma lei non
poteva accontentarlo. Nonostante suo padre l’avesse sempre
assecondata, in tutti i suoi esperimenti, in tutte le sue marachelle,
confessargli ciò che si stava preparando a fare avrebbe significato
dargli sicuramente un dispiacere e, cosa peggiore di tutte, glielo
avrebbe impedito. Amelia però non poteva continuare a mentire, il
genitore aveva già capito che qualcosa bolliva in pentola, nel loro
caso letteralmente, così inspirò profondamente e chiamò a raccolta
tutto il suo coraggio:
“Non
posso dirtelo ma non ti devi preoccupare, ho tutto sotto controllo.”
L’uomo lasciò andare le braccia lungo i fianchi come se la figlia,
con quelle parole, gli avesse tolto tutte le energie.
“Cosa
hai intenzione di fare?” Le domandò oltremodo preoccupato facendo
un passo verso di lei:
“Padre,
veramente, non ti voglio coinvolgere, non posso.” Mormorò Amelia
afflitta, le guance si imporporarono all’improvviso e le fiamme
delle candele accese si allungarono autonomamente verso il soffitto,
come se percepissero il nervosismo dei due stregoni, poi tornarono
normali quando entrambi si calmarono.
“C’entra
con quel giovane vero?” La mascella di Amelia vibrò nervosamente,
la ragazza abbassò lo sguardo verso il pavimento perché suo padre
aveva colto nel segno. Gli occhi le si inumidirono, deglutì a vuoto
e cercò di ingoiare il nodo di vergogna che le serrava la gola,
prima di annuire.
L’uomo
le si avvicinò con due potenti falcate e la afferrò per le spalle
per obbligarla a guardarlo negli occhi, profondi e tempestosi, molto
simili ai propri.
“E’
per lui. – disse con un tono misto di ammirazione e apprensione –
So che lo vorresti aiutare ma non puoi!” Sentenziò in tono
perentorio.
“Sì
che posso.” Dichiarò Amelia fra le lacrime, decisa e caparbia come
solo lei sapeva essere, ma già subodorava il proprio fallimento.
“Stasera
non verrai.” Disse l’uomo, ma il suo tono non era brusco come
Amelia si sarebbe aspettata, piuttosto era rassegnato. Amelia esalò
un sospiro afflitto, era successo ciò di cui aveva più paura.
“Non
posso, lui mi aspetta. È l’unica notte nella quale ci possiamo
vedere.” Continuò con voce tremante.
“Cornacchietta,
quello che hai intenzione di fare è folle, pericoloso e
sconsiderato.” Cercò di convincerla suo padre, ma sapeva che a
nulla sarebbero valsi i suoi tentativi, lo poté vedere
dall’espressione sul suo volto, traspariva pura disperazione mista
ad infinito amore, per un’anima perduta però.
“Ho
preparato tutto, guarda. – disse Amelia speranzosa dissolvendo, con
un gesto della mano, l’incantesimo di occultamento rivelando
candele arancioni, il suo Grimorio pronto all’uso, un calice d’oro
e un pugnale affilato. – Sono anni che pianifico questa cosa.”
Disse rivolta a suo padre che invece di guardare quegli oggetti
fissava una foto appoggiata lì vicino.
“E’
lui?” Domandò indicando la vecchia fotografia ingiallita, un
reperto storico per il 2019, dalla quale un giovane di bell’aspetto,
in abiti ottocenteschi di seconda mano, lo fissava con occhi attenti
e tenebrosi. Amelia serrò la mascella e annuì.
“Sì.
Il suo nome è Eugene McMoore, è morto nel 1867 proprio qui.”
“So
chi è Amelia. – disse suo padre in tono grave – Lo so
perfettamente, l’ho sempre saputo. – Amelia cadde all’indietro
sul baule, sconvolta e incapace di metabolizzare le sue parole –
Non avrei mai immaginato che questa relazione diventasse per voi così
importante, – continuò afflitto – se lo avessi anche solo
sospettato avrei fatto in modo che finisse molto tempo fa.” Amelia
sbiancò e scosse il capo febbrilmente in segno negativo, non poteva
accettare per veritiere quelle parole.
“Cosa
significa? Io non capisco…” Mormorò Amelia stropicciandosi
nervosamente le mani mentre dentro di sé si sentì nuovamente una
ragazzina.
“Sei
stata molto brava a nasconderti cornacchietta,
ma non potevi pensare
che i tuoi sotterfugi passassero inosservati.”
“Io
lo amo.” Sussurrò la ragazza afflitta. Il Sig. Marlow annuì con
solennità, inspirò gonfiando il petto poi sbuffò tutta l’aria
insieme ad una sentenza definitiva.
“Ed
è per questo che stasera non verrai.” Amelia si alzò in piedi di
scatto per impedirgli di andarsene ma il genitore fu più veloce di
lei, la anticipò fuori dalla soffitta e la chiuse all’interno
recitando un incantesimo di reclusione che Amelia non conosceva.
“Padre!
- gridò disperata e adirata oltre ogni immaginazione – Padre.”
Continuò mentre iniziò a battere sulla piccola porticina con pugni
e calci fino a ferirsi le nocche, fino a crollare sul pavimento
esausta, furiosa e disperata mentre i ricordi iniziarono a sfilarle
davanti come un doloroso carillon.
Era
il primo anno che partecipava al corteo come Strega Madrina, era
emozionata e in tensione, aveva paura di sbagliare qualcosa o di
incespicare e rischiare di bloccare la processione sul nascere.
Insieme a Gemma ed Emma era in testa al corteo con la lunga veste
nera, la candela accesa fra le mani e recitava la preghiera che aveva
imparato a memoria. Insieme camminavano nel bosco, lontano dal centro
abitato e celati dal buio della notte erano giunti al luogo dove
avrebbero incontrato gli antenati. Amelia, le sue gemelle e tutti gli
altri partecipanti al corteo, streghe e non, si erano disposti in due
file compatte ai margini del viale ghiaiato che conduceva al cimitero
per fare da spettatori alla sfilata di spiriti che da lì a poco
sarebbero passati loro davanti, per una notte all’anno in carne e
ossa. Amelia aveva fissato quelle presenze per non più di cinque
minuti poi aveva perso ogni interesse e aveva iniziato a pensare a
ciò che avrebbe fatto dopo, se ripassare per l’interrogazione di
storia prevista per il giorno successivo o iniziare l’ultimo libro
fantasy acquistato il giorno prima. L’ago della bilancia pendeva
drammaticamente verso la lettura quando una folata di vento le aveva
scompigliato i capelli e spento la candela, ma non era stato quello a
riportare la sua attenzione al corteo piuttosto era stata la potente
gomitata sferratale al fianco da Emma.
“Cosa
c’è?” Aveva sibilato Amelia piegandosi leggermente da un lato
trattenendo fra le labbra un gemito di dolore:
“A
cosa stai pensando? Concentrati. – aveva sussurrato stizzita la
gemella. Amelia aveva alzato gli occhi al cielo domandandosi a cosa
le servisse concentrarsi, i fantasmi camminavano, loro li guardavano,
e il tempo scorreva con una lentezza esasperante. - La candela!”
Era intervenuta l’altra, Emma, con la solita pacata compostezza che
la contraddistingueva. Amelia aveva spalancato lo sguardo stupita,
non se n’era nemmeno resa conto e aveva riacceso la candela con un
solo semplice gesto della mano. Dopo essersi accertata che la fiamma
splendesse come prima l’attenzione di Amelia era tornata sul corteo
nel quale vedeva sfilare donne, bambini e uomini di tutte le età
“Che noia!”
aveva pensato trattenendo uno sbuffo ma poi il suo sguardo si era
posato su un giovane che si era fermato e scrutava la gente lì
assiepata come se cercasse qualcuno. Tutta l’attenzione di Amelia
si era focalizzata su di lui, come se non esistesse nessun altro. Era
alto un po’ più della media, indossava vestiti di epoca
ottocentesca ma non erano ricchi e opulenti, anzi. I suoi pantaloni
neri erano logori, la camicia grigia aveva perso un paio di bottoni e
la giacca di pannolenci era strappata su una spalla. Sembrava
spaesato, come se fosse la prima volta che varcava la soglia del velo
e di sicuro cercava qualcuno nella folla. Forse un parente o un
amico e a quel pensiero il cuore di Amelia si contrasse addolorato,
era sicura che non ci fosse rimasto nessuno a piangerlo.
Amelia
aveva notato un uomo dietro di lui, lo aveva raggiunto e lo aveva
spintonato in avanti, senza troppi riguardi, per farlo proseguire. Il
giovane si era irrigidito ma non si era mosso, aveva alzato il capo e
aveva incrociato i suoi occhi poi lo aveva visto sorridere
impercettibilmente, come se avesse trovato esattamente ciò che stava
cercando. Amelia era rimasta turbata da quell’occhiata ma ancor più
dal fatto che le stava sorridendo, ma non come aveva fatto un’anima
prima di lui, in modo lascivo e provocatorio, il suo sorriso era
dolce e affabile. A mano a mano che il giovane avanzava lentamente in
mezzo al fiume di anime, i loro sguardi erano rimasti incatenati
l’uno all’altro e non si erano mai lasciati. Quando l’aveva
oltrepassata, l’uomo si era voltato a guardarla fino a quando non
gli fu più possibile, obbligato dalla folla dietro di sé ad andare
oltre. Amelia avrebbe voluto inseguirlo, come se le loro anime
fossero unite da un filo invisibile che non poteva spezzarsi, ed era
pronta a farlo senza badare alle conseguenze, come sempre. Aveva
fatto un impercettibile passo in avanti ma Gemma l’aveva notato e
l’aveva afferrata per un polso:
“Dove
credi di andare cornacchietta?
- le aveva domandato in tono dolce scuotendo il capo in segno di
disapprovazione- Non puoi interagire con loro, lo sai.” A quelle
parole Amelia era stata percorsa da un brivido inaspettato, era la
sua cocente delusione. Amelia, rattristata, aveva guardato nuovamente
il corteo ma ormai il giovane sconosciuto era scomparso e non sapendo
dove cercarlo o come, alla fine delle celebrazioni, praticamente
all’alba, era tornata a casa, profondamente turbata da
quell’incontro.
Notte
fra il 31 ottobre e primo novembre 2014
Per
tutto l’anno successivo a quello stravagante e inaspettato incontro
Amelia aveva atteso insofferente e inquieta la successiva festività
di Samhain, custodendo nel cuore la speranza che lo sconosciuto
tornasse e, se lui ci fosse stato, lei avrebbe cercato con ogni mezzo
di avvicinarlo. Quell’anno non doveva aprire il corteo, altre due
streghe erano diventate maggiorenni e quell’onore spettava a loro.
Le
celebrazioni si erano svolte esattamente come l’anno precedente,
immutate da centinaia di anni. Amelia indossava il solito vestito
nero, come tutti, e temeva che il giovane non riuscisse a notarla,
infilata com’era fra tutte quelle streghe e quegli stregoni che
apparivano tutti uguali. Se avesse potuto avrebbe iniziato a
saltellare sul posto per vedere più in là possibile ma non poteva,
doveva rimanere immobile con lo sguardo fisso davanti a sé come
imponeva l’etichetta, ma cercava di forzare gli occhi al massimo
della loro vista periferica e finalmente lo aveva rivisto. Era bello
esattamente come l’anno precedente, ma Amelia aveva notato
immediatamente che il suo volto malinconico era anche ferito e,
scorrendo lo sguardo su e giù, aveva visto che anche i suoi abiti
erano malconci, molto più dell’anno precedente. Amelia ne era
rimasta profondamente turbata, ovviamente non aveva idea di come
fosse l’aldilà, ma era sempre stata convinta che le anime
trapassate rimanessero immobili, che fossero in pace nella luce ma a
guardarlo, almeno per lui, non era affatto così. Amelia aveva
escogitato uno stratagemma per avvicinarlo, sapeva che le anime prima
di tornare al luogo al quale appartenevano visitavano le loro spoglie
mortali, al cimitero. Amelia aveva creato un golem [2] con le proprie
stesse fattezze che presenziasse alla celebrazione al posto suo e,
quando l’attenzione di tutti gli astanti era fissa sul corteo, la
creatura d’argilla si era sostituita a lei accanto alla sorella ed
Amelia si era dileguata nella notte, fino a raggiungere il piccolo
cimitero abbandonato che ospitava le sepolture più antiche. Guidata
dalla sua personale luce e accompagnata dal suo animale totem, la
cornacchia nera con la quale era cresciuta praticamente in simbiosi.
Amelia si era avvicinata guardinga al cimitero, aveva oltrepassato il
vecchio cancello arrugginito poi si era fermata ad osservare le
anime, tutte in piedi immobili ognuna di fronte alla propria tomba.
Li aveva scrutati attentamente fino a quando non lo aveva trovato.
Era
inginocchiato di fronte ad una tomba ma, avvicinandosi con passo
leggero per non essere udita, aveva visto che non poteva essere la
sua. Sulla lapide era inciso un nome di donna:
Eveline
McMoore
1854-1927
Amelia
si era fermata a qualche metro dal giovane in ginocchio, aveva
osservato la sua schiena che si muoveva scossa da singhiozzi,
piangeva. Il cuore le si era stretto in petto e non aveva potuto
impedirsi di azzerare la distanza che li separava per appoggiargli
una mano sulla spalla. A quel contatto l’uomo scattò in piedi
spaventato, si era voltato fulmineo afferrandole il polso
stringendolo con forza. Amelia era stata sicura che si stesse
preparando allo scontro con un avversario temibile ma lì c’era
solo lei. La strega aveva esalato un gridolino di paura e sorpresa e
il giovane, appena l’aveva riconosciuta, l’aveva lasciata con uno
strattone e si era allontanato di un passo come se, nonostante tutto,
fosse ugualmente spaventato.
“Cosa…cosa
volete?” Le aveva chiesto con voce roca e frammentata, sembrava che
non parlasse da centinaia di anni e Amelia aveva ragionato che
probabilmente fosse proprio così.
“Non
lo so. – aveva detto lei sincera e imbarazzata – Non lo so.”
Aveva ripetuto perché in realtà il motivo che l’aveva spinta in
quel cimitero era sconosciuto perfino a lei. Non sapeva perché
desiderasse conoscere quell’uomo, sapere tutto di lui ma era così
e basta. Ci aveva ragionato per tutto l’anno, aveva pensato che
potesse essere curiosità, il suo spirito ribelle che si faceva più
impavido o temerario, addirittura imprudente, che fosse l’ignoto ad
affascinarla ma tutte quelle ipotesi non stavano in piedi, era lui il
motivo per il quale era lì, lui e lui soltanto.
“Andatevene
via!” Aveva ringhiato il giovane guardandosi intorno allarmato:
“Cosa
ti è successo?” Gli aveva domandato lei ignorando la minaccia che
aveva colto nella sua voce:
“Andate
a casa.” Le aveva ordinato l’uomo alzando lo sguardo
sull’orizzonte, il sole stava sorgendo, il suo tempo era finito e
sembrava sollevato. Amelia seguì la direzione del suo sguardo e
aveva visto il chiarore che si faceva più intenso oltre la cima
degli alberi, poi aveva riportato l’attenzione sul giovane che
stava scomparendo davanti ai propri occhi:
“Dimmi
come ti chiami!” Aveva gridato Amelia, ma ormai lui era sparito e,
al suo posto, oltre il limitare del cimitero aveva visto emergere sé
stessa dagli alberi che la guardava con aria contrariata, anche il
suo golem aveva pensato che stesse facendo una sciocchezza.
Amelia,
con un gesto della mano, aveva fatto cenno al suo doppio di argilla
di nascondersi, in cantina gli aveva ordinato prima della cerimonia,
mentre anche lei tornava a casa in uno stato di malessere come mai ne
aveva provati. Mentre si allontanava dal luogo di quell’incontro,
troppo breve, aveva adocchiato la lapide della donna “Eveline
McMoore” aveva
ripetuto fra sé e sé per imprimerselo nella mente, e non
dimenticarlo mai più. Anche quell’occasione era sfumata e Amelia
aveva passato l’anno successivo divisa fra lo studio per l’esame
di fine anno e le ricerche su quella Eveline. Nella biblioteca della
città, fra scaffali polverosi e vecchi registri, aveva scoperto che
era esistita una sola Eveline McMoore in paese. Era rimasta orfana da
piccola ed era cresciuta con un fratello più grande di lei di
qualche anno. Un fratello che qualcuno si era dato molta pena per
farlo scomparire dai registri delle nascite o da tutti gli altri
documenti custoditi negli archivi della città. Della donna, invece,
trovò diverse informazioni. Si era sposata all’età di diciassette
anni con un contadino del posto, un certo Joel Bredford. Avevano
avuto due figli, Michael ed Eugene ed erano morti rispettivamente a
54, 62 e 67 anni, quindi in tarda età. Andava da sé che nessuno di
loro poteva essere il suo giovane sconosciuto. Amelia aveva
continuato a fare ricerche ma non era riuscita a scoprire altro prima
che arrivasse nuovamente Samhain.
Notte
fra il 31 ottobre e primo novembre 2015
Come
l’anno precedente Amelia aveva utilizzato lo stesso trucco del
golem ma, in quell’occasione, lo aveva mandato direttamente a
camminare al posto suo, mentre lei aveva preceduto lo sconosciuto al
cimitero proprio davanti alla tomba di Eveline McMoore. Intanto che
lo attendeva aveva pulito la tomba dalle erbacce e aveva portato una
pianta di ciclamini rossi, che per la tradizione greca avevano il
potere di allontanare eventi malefici o nefasti.
Era
intenta a sistemare il vaso quando una voce potente e rabbiosa aveva
richiamato la sua attenzione:
“Cosa
fate lì? – aveva gridato lo sconosciuto avvicinandosi a grandi
falcate. Sembrava intenzionato a mandarla via con prepotenza ma, come
aveva notato la tomba ripulita e i fiori sistemati amorevolmente
accanto alla fotografia della sorella, si era arrestato di botto
sorpreso e terribilmente grato. – Grazie.” Aveva sussurrato
chinando il capo sicuramente pentito della propria reazione, si era
fissato le mani ferite ed era stato incapace di dire altro anche se,
dentro di sé, provava l’impellente desiderio di interagire con
quella strana e intrepida ragazza. Anche lo sguardo di Amelia era
sceso fino a fissargli le mani e, nel momento in cui lo aveva fatto,
aveva notato le nocche sanguinanti e rovinate, poi aveva osservato
con attenzione tutto il resto e aveva constatato con orrore che il
suo stato peggiorava di anno in anno, quella discesa verso il basso
era inquietante ma Amelia non aveva avuto l’ardire di chiedergli
cosa gli fosse successo.
“Come
ti chiami?” Gli aveva domandato invece facendo un passo verso di
lui, in seguito al quale lui reagì facendone uno indietro, era come
se volesse mantenere una certa distanza di sicurezza.
“Perché
me lo chiedete? – le aveva domandato sospettoso - Cosa volete da
me?” Aveva detto serrando i pugni, sembrava che si stesse
trattenendo, come se sentisse la necessità di chiedere qualcosa ma
non potesse farlo.
“Io
niente, ma credo che tu voglia chiedermi aiuto.” Gli aveva detto
lei sicura delle proprie parole perché in quel momento aveva capito
cosa avesse visto nei suoi occhi, cosa avesse letto nel profondo di
quegli occhi verdi, una struggente richiesta di aiuto.
“Non
mi serve niente.” Aveva risposto lui voltandole le spalle e
scuotendo il capo febbrilmente come a cercare di convincere più sé
stesso che lei.
“Ogni
anno sei più malconcio. – aveva detto Amelia ignorando
cocciutamente la ritrosia dell’uomo – È chiaro che per te non ci
sia un “riposa in pace” quando torni dall’altra parte del velo,
se vuoi il mio aiuto lo avrai.” Aveva detto lei sperando che glielo
chiedesse. Il giovane si era voltato a guardarla con un misto di
ammirazione e frustrazione, ma le parole che aveva pronunciato poco
dopo erano state, per Amelia, come un pugno allo stomaco.
“Non
potete fare niente per me.” Aveva detto cocciutamente ma Amelia,
che si sentì pungolata nell’orgoglio, sorrise ironica:
“Non
hai idea di cosa sono capace. – gli aveva detto, era vero.
Crescendo i suoi poteri si erano amplificati e aveva già avuto il
sentore che fosse destinata a diventare più potente della madre, se
non addirittura di suo padre, tutto però era limitato dal poco
controllo che riusciva ad avere su di esso, ma avrebbe imparato. -
Cosa succede quando torni dietro al velo.” Aveva insistito Amelia
mentre osservava la sua giacca fatta a brandelli da qualcuno, o da
qualcosa, e la camicia stropicciata e macchiata di sangue.
“Niente,
non succede niente. – aveva mentito lo sconosciuto – Me ne sto
nel mio buco ad aspettare di poter venire al di qua del velo per
visitare la tomba di mia sorella.” Amelia aveva sorriso
impercettibilmente, aveva visto giusto, lui era il fratello di
Eveline, e di nuovo si era domandata come mai non fosse riuscita a
trovare informazioni su quell’uomo, com’era possibile che il
fratello di Eveline McMoore fosse scomparso da tutti i registri.
“Non
sei con lei al di là del velo?” Gli aveva domandato Amelia senza
riuscire a trattenere la propria curiosità fra le labbra.
“Fortunatamente
no, lei non è con me. – aveva ammesso il giovane - Dove sono io
c’è solo dolore. - si lasciò sfuggire. A quelle parole il cuore
di Amelia aveva saltato un battito, era impallidita ed era stata in
procinto di subissarlo di domande ma il suo sguardo truce glielo
aveva impedito. L’uomo era visibilmente pentito di essere stato
così sincero, ma soprattutto era amareggiato perché si era mostrato
vulnerabile e spaventato agli occhi di quella bellissima estranea. –
Non dovreste essere altrove in questo momento?” Le aveva chiesto
lui in un poco velato invito ad andarsene, sorprendendosi di sé
stesso e della propria capacità di dissimulare i propri sentimenti,
perché voleva quella ragazza esattamente dov’era.
“C’è
qualcuno che mi copre.” Aveva risposto Amelia sorridendo
maliziosamente pensando al golem che se ne stava in fila a fissare il
vuoto al posto suo:
“Sbaglio
o non dovreste interagire con i morti?” Aveva domandato l’uomo
passandole accanto per avvicinarsi alla tomba della sorella. Amelia
non era riuscita a rispondere subito perché era stata raggiunta dal
suo odore, e non era mortifero o maleodorante come si era aspettata,
profumava di bosco e di pioggia primaverile, un odore che la stregò.
L’uomo aveva tossicchiato imbarazzato per riportarla alla realtà e
Amelia, dopo essersi ripresa, aveva risposto prontamente.
“Interagisco
solo con uno. Un piccolo strappo alla regola.” Aveva ammesso la
giovane arrossendo e lo avrebbe fatto ancora e ancora e ancora senza
alcun timore.
“Perché?”
Le aveva domandato lui voltandosi a guardarla, un’occhiata che la
lasciò per un attimo interdetta a domandarsi quanto profondo fosse
il dolore che riusciva a leggere in quello sguardo smeraldino.
“Perché
hai bisogno del mio aiuto, - aveva insistito lei – ma non vuoi
chiederlo così io te lo offro.” Ma non era solo per quello,
entrambi avevano percepito la forza che si era scatenata fra di loro
appena avevano incrociato gli sguardi, qualcosa di profondo e
trascendentale che nessuno dei due era in grado di spiegare a parole
ma che vibrava con prepotenza. Amelia aveva avuto l’impressione che
il giovane stesse per cedere ma poi si era irrigidito e la sua
espressione si era fatta terribilmente cupa.
“Dovete
andare via.” Aveva ringhiato aggressivo, Amelia aveva
indietreggiato di un passo, si era spaventata sicura che ce l’avesse
con lei.
“Perché
fai così, non sono una minaccia.” Aveva detto lei nella speranza
di tranquillizzarlo ma lui aveva scosso il capo e mulinato le braccia
nella sua direzione, come se volesse dirle di fare silenzio.
“Lo
so. Dovete andarvene subito.” Aveva ripetuto guardando oltre le sue
spalle. Amelia aveva visto sul suo volto un’espressione di puro
terrore misto alla più ferrea determinazione a combattere, si era
voltata per guardare cosa stesse vedendo lo sconosciuto ed era stato
allora che, per la prima volta nella sua vita, aveva messo gli occhi
su un demone. Non sapeva esattamente come facesse a saperlo, ma ne
era stata certa fin da subito. La creatura, in tutto simile ad una
enorme ombra scura, ma corporea e tangibile, avvolta da un fumo denso
che lo seguiva come un pesante mantello, si stava avvicinando
lentamente ma inesorabilmente con lo sguardo fisso sulla povera anima
la quale, evidentemente, gli era sfuggita e che voleva portare via.
Man a mano che si avvicinava, Amelia vide emergere da quel fumo nero
e denso due occhi umani, ma del colore dell’inferno. Dalle orbite
emergevano piccole fiammelle voluttuose, le mani erano munite di
lunghi artigli ma non era riuscita a distinguere altro perché lo
sconosciuto le si era parato davanti, come a nasconderla o difenderla
o proteggerla da quell’essere che si stava avvicinando con fare più
che minaccioso.
“Per
favore andatevene, ve ne supplico. – l’aveva implorata lui con la
voce rotta dalla tensione – Non mi lascia in pace nemmeno qui.”
Aveva aggiunto infine parlando fra sé e sé.
“Io…”
Amelia non sapeva come reagire, era sicura di poter fare qualcosa per
contrastare l’avanzata di quel demone, conosceva più di un
incantesimo, non lo avrebbe certo neutralizzato ma poteva stordirlo
per dal loro il tempo di fuggire o nascondersi. Lo sconosciuto aveva
percepito la sua esitazione e, come se le avesse letto nella mente,
aveva allargato un braccio per impedirle di muoversi.
“Qualsiasi
cosa farete si ripercuoterà su di me.” Le aveva detto atono, a
quelle parole Amelia era impallidita, aveva sentito il proprio sangue
ritirarsi dagli arti per riversarsi nel suo petto, in un’esplosione
dolorosa. La giovane strega aveva annuito, non avrebbe fatto nulla
che potesse nuocergli, mai per nessun motivo al mondo così aveva
ubbidito. Silenziosa si era allontanata camminando all’indietro per
non perdere di vista la creatura e nemmeno lo sconosciuto.
“Grazie.”
Aveva sentito sussurrare allo sconosciuto prima di scomparire dietro
il folto degli alberi poco distanti. Si era nascosta dietro agli alti
cipressi ed era rimasta immobile ad osservare ciò che stava per
accadere, incapace di allontanarsi. La creatura era arrivata a pochi
centimetri dallo sconosciuto, senza nessun preavviso lo aveva
afferrato per il collo alzandolo da terra di qualche centimetro. Il
giovane non aveva reagito, non si era difeso, non aveva combattuto,
si era comportato come se non gliene importasse niente di sé stesso.
L’atteggiamento bellicoso di poco prima era scomparso, era apparso
ciò che era in realtà: rassegnato al proprio miserabile destino.
“Eugene
McMoore – aveva ringhiato la creatura, un suono distorto e
cavernoso al quale avevano fatto eco le creature del bosco che erano
fuggite lamentandosi spaventate – non puoi sfuggirmi.” Aveva
detto la creatura prima di scomparire senza lasciare nessuna traccia
del suo passaggio, come se non fosse mai stata lì. Amelia era
rimasta a fissare il vuoto lasciato dai due, nella mente il nome del
giovane sussurrato con malignità e negli occhi l’immagine del
demone che lo teneva stretto per il collo e il suo corpo che pendeva
inerme come se fosse quello di un impiccato. Amelia si era riscossa
da quell’incubo solo quando il cimitero si era riempito di tutti
quei fantasmi che andavano a visitare la loro stessa tomba, si era
guardata intorno allarmata ed era corsa a casa con un nuovo obiettivo
per l’anno a venire, scoprire tutto il possibile su Eugene McMoore
e su un demone fatto di ombra e fumo dagli occhi rossi.
Non
era stato facile trovare notizie su Eugene McMoore perché, durante
quell’anno, Amelia aveva avuto la conferma che qualcuno si era dato
molto da fare per farlo scomparire dalla storia e dalla memoria, ma
chiunque fosse stato non poteva immaginare che nell’anno domini
1992 Mr. Biblioteca
in persona avrebbe preso le redini dell’archivio storico e ne
avrebbe fatto il proprio sancta
sanctorum.
L’anziano
bibliotecario era famoso per la sua capacità di trovare qualsiasi
cosa ovunque fosse, anche se si trattasse di un trafiletto di poche
righe su un vecchio giornale del 1867 del quale esisteva solo una
copia. Amelia era sempre stata affascinata da quella sua capacità,
considerato il fatto che in lui non scorresse la ben che minima
scintilla di magia. L’ometto buffo, basso e paffuto, con i capelli
sempre impomatati e gli occhiali appoggiati sulla punta del naso
aquilino, era riuscito a recuperare proprio quell’unica copia in
fondo all’archivio della città, ma per Amelia non era stato facile
accettare ciò che vi era scritto. Lì, nero su bianco, Amelia aveva
letto che l’uomo che avrebbe voluto aiutare, se non addirittura
salvare, quello che l’aveva stregata e del quale,
irragionevolmente, sentiva la mancanza ogni minuto era un assassino.
Nell’estate
del 1867 Eugene McMoore era stato arrestato per aver ucciso un ricco
possidente, non vi erano altri dettagli su come né sul perché, la
riga successiva comunicava che il maniscalco si era costituito e che
all’inizio dell’inverno successivo a quell’atto efferato era
stato giustiziato per impiccagione sulla pubblica piazza. Nel leggere
quelle ultime parole Amelia ripensò al modo in cui la creatura lo
avesse afferrato e tenuto sospeso in aria, era proprio quella la
sensazione che le aveva trasmesso, che fosse un’esecuzione.
Seduta
sulla tomba di Eugene, Amelia era intenta a sistemare la piantina di
ciclamini piacevolmente sorpresa che fosse rifiorita più rigogliosa
dell’anno precedente quando l’anima la raggiunse.
“Siete
di nuovo qui. – aveva detto l’uomo che finalmente aveva un nome,
Eugene – Perché continuate a venire, perché mi tormentate con la
vostra presenza?” Amelia si era alzata in piedi per fronteggiarlo,
avrebbe voluto chiedergli perché avesse ucciso quell’uomo a sangue
freddo, si era preparata un discorso perfetto ma le parole le
morirono in gola appena lo vide. Non portava più la giacca, la
camicia grigia era macchiata di sangue rappreso, era strappata in più
punti mostrando il suo petto ferito, le braccia segnate da graffi
profondi e il suo viso era gonfio e tumefatto.
“Ma
che ti è successo?” Gli aveva chiesto allungando istintivamente
una mano verso il suo viso ferito, lui evitò abilmente il suo tocco
indietreggiando velocemente, non poteva permetterle di toccarlo, se
ci fosse riuscita sapeva per certo che una volta tornato nel suo
personale inferno ne avrebbe sentito terribilmente la mancanza e
sarebbe impazzito.
“Sono
all’inferno, ecco cos’è successo. – aveva sussurrato in tono
freddo, come se quel tormento fosse riservato a qualcun altro – Voi
piuttosto perché continuate a venire qui? La vostra presenza mi fa
sentire ancora di più il peso di ciò che ho perso, di ciò che non
avrò mai, perché continuate a venire?” Amelia aveva letto sul suo
volto un profondo senso di inquietudine e smarrimento, sapere di
esserne la causa l’aveva scossa in profondità, ma non poteva dirsi
pentita di averlo raggiunto perché non riusciva a farne a meno.
“Mi
dispiace, sapevo di non essere la benvenuta ma…” Amelia non era
riuscita a terminare la frase, proferire le parole che le frullavano
in testa, esprimerle a voce alta avrebbe significato dar voce alla
crescente follia che sentiva nascere dentro di sé, voleva
quell’uomo. Voleva stare con lui, voleva alleviare la sua pena,
voleva accarezzarlo, voleva baciarlo, voleva appartenergli.
“Cos’è
la vostra? – le aveva domandato lui interrompendo bruscamente il
flusso dei suoi pensieri - Curiosità morbosa? Subite il fascino del
macabro? Cosa?” Aveva insistito palesemente frustrato e oltremodo
combattuto fra la necessità di condividere il poco tempo che aveva a
disposizione con la giovane strega e la consapevolezza di non poterlo
fare.
“Volevo
solo conoscerti, Eugene, solo questo.” Aveva sussurrato Amelia
sincera stringendosi nelle spalle.
“Sai
il mio nome.” Aveva constatato il giovane con un fremito nella
voce:
“Sì.”
Aveva ammesso lei:
“Quindi
sai tutto?” Aveva continuato lui voltandole le spalle rigido e in
apprensione.
“So
solo quello che ho letto.” Aveva risposto lei tranquilla. Aveva
imparato, per esperienza personale, che non era mai tutto o bianco o
nero, esistevano milioni di sfumature di grigio e, fortunatamente,
anche i colori.
“E
siete venuta ugualmente?” Le aveva chiesto tornando a guardarla,
voleva vedere la sua reazione con i propri occhi:
“Sì.
Non posso credere che tu lo abbia fatto davvero.” Era riuscita a
sussurrare Amelia con un filo di voce:
“Sì
invece. Sono un assassino.” Aveva confessato Eugene tutto d’un
fiato, era sicuro che nell’apprendere quella verità la strega
sarebbe fuggita da lui, ci sperava ma solo in superfice perché lei
non lo fece e lui gliene fu infinitamente grato, la sua presenza lo
confortava, alleviava la sua pena.
“Cosa
ti ha fatto diventare un assassino?” Gli aveva chiesto Amelia:
“Mia
sorella.”
“Eveline?”
Gli aveva chiesto la strega guardando in direzione della tomba:
“Quanto
sapete della mia vita? – le aveva domandato lui sorpreso – Io non
so niente della vostra, non c’è equilibrio.” Amelia era andata a
sedersi sul tronco di un albero rovesciato e si era stretta nelle
braccia per scaldarsi, non solo dal freddo.
“Non
c’è molto da sapere. – aveva detto lei facendo spallucce – Mi
chiamo Amelia, sono la terza di tre gemelle, Gemma ed Emma sono due
gocce d’acqua, io sono molto diversa da loro.” Nel suo tono
Eugene aveva colto una nota di amarezza e se ne era dispiaciuto, lui
la trovava perfetta.
“In
molte cose se non sbaglio.” Aveva sussurrato Eugene andando a
sederle accanto, Amelia aveva sorriso, grata di quella precisazione:
“Eh
già. Brevemente, sono una strega, frequento una normalissima scuola
di giorno e la sera studio incantesimi e pozioni, e amo leggere. Non
c’è molto altro.” Riassunta così, in due parole, Amelia si era
resa conto di quanto fosse stata vuota la sua vita prima di
quell’incontro.
“Frequentate
una normale scuola? Ve lo permettono? Non vi perseguitano più?”
Amelia sospirò afflitta:
“Siamo
diventati più bravi a nasconderci e il mondo è cambiato,
l’Inquisizione non esiste più, ma dobbiamo comunque stare
attenti.” Eugene aveva annuito mentre il suo corpo era stato scosso
da un impercettibile fremito al quale non aveva dato importanza ma ad
Amelia non era sfuggito:
“Cosa
c’è?” Gli aveva chiesto agitata mentre si era guardata intorno
allarmata, non aveva alcuna voglia di rivivere l’esperienza
dell’anno precedente.
“E’
quasi l’alba, - aveva detto lui ma Amelia non riusciva ancora
scorgere il chiarore del sole all’orizzonte - sento lo scorrere del
tempo.” Aveva detto lui divertito dalla sua perplessità.
“Come?”
Gli aveva domandato lei affascinata:
“Dove
sono io il tempo non esiste, non c’è passato né futuro, solo un
infinito ed estenuante presente ma qui, qui percepisco il tempo che
passa e ha un certo effetto su di me.” Amelia era stata colta
improvvisamente dall’urgenza di sapere di più:
“Allora?
Perché hai ucciso quell’uomo?” Aveva insistito lei ed Eugene si
era sentito in obbligo di accontentarla:
“Era
inverno quando successe, mi ero attardato nel bosco a fare legna per
il camino. Era tutto innevato e mi piaceva da impazzire starmene nel
bosco fino a tardi, c’era un silenzio capace di annullare tutte le
mie preoccupazioni. Io ed Eveline eravamo soli e non era facile
trovare le risorse per andare avanti…comunque poco dopo iniziò a
nevicare così decisi di tornare a casa. Ero quasi arrivato quando
sentii mia sorella gridare. – Eugene aveva fatto una pausa per
prendere coraggio di continuare – Quel grido non aveva niente di
umano, mi spezzò il cuore. Lasciai andare i ceppi e corsi come un
forsennato fino in casa, lei non smise mai di gridare, fu terribile
perché avevo la sensazione che più correvo e più la casa si
allontanasse. Quando arrivai, spalancai la porta e vidi il padrone di
casa su di lei, le aveva strappato le vesti, il corpetto era
stracciato sul suo petto e le sue mani la frugavano ovunque. Le sue
intenzioni mi furono subito chiare e non ci ho visto più. Mi sono
avventato su di lui, ero forte e non era la prima volta che facevo a
pugni. Non aveva alcuna possibilità di contrastare la mia furia.
L’ho ucciso a mani nude, non sono riuscito a fermarmi nemmeno
quando non costituiva più una minaccia, nemmeno quando Eveline mi
gridò addosso di fermarmi, ad un certo punto credo di aver colpito
anche lei ma non me lo confermò mai. È così che sono diventato un
assassino.” Aveva concluso ed Amelia, nella sua voce colma di
rammarico e colpa aveva colto qualcos’altro, sollievo.
“Ci
sei riuscito?” Gli aveva chiesto nervosa, non era riuscita ad
essere esplicita ma Eugene aveva compreso perfettamente.
“Sì,
fortunatamente sono arrivato in tempo. Non c’è riuscito. A quanto
ho potuto vedere ha avuto una vita lunga, chissà se è stata anche
felice.”
“Eveline
si è sposata a diciassette anni con Joel Bredford.” Eugene
raddrizzò la schiena nell’udire quel nome, evidentemente lo
conosceva:
“Era
un brav’uomo!” Aveva detto in un sussurro:
“Ha
avuto due figli maschi, Michael ed Eugene.” Gli aveva rivelato lei.
Nell’apprendere che la sorella aveva dato il proprio nome al suo
secondogenito, il giovane aveva sussultato sorpreso, si era voltato a
guardare la strega sorridendo infinitamente grato. Amelia era rimasta
incantata nel vederlo felice e il suo cuore si era colmato di gioia.
“Grazie.”
Aveva sussurrato prendendole una mano per baciarne le nocche. Amelia
era rimasta stordita da quel gesto galante che apparteneva ad
un’epoca che non esisteva più. La strega era arrossita
imbarazzata, in quel momento aveva pensato che fosse la cosa più
audace e sensuale che un uomo le avesse mai fatto.
“Arrossite
spesso.” Aveva constatato il fantasma in tono dolce:
“E’
colpa del mio incarnato, sono pallida come…. – era stata sul
punto di dire un morto ma era riuscita a trattenersi – sono
pallida.”
“La
vostra pelle è del colore della neve appena caduta, è
meravigliosa.” Amelia aveva inspirato il desiderio di buttargli le
braccia al collo perché era certa che lui non avrebbe gradito.
“Dovete
andare, se vi vede nuovamente qui, se comprende che la vostra
presenza rappresenta per me un momento lieto, inizierà a
perseguitarvi. Non posso permettere che accada.” Aveva detto tutto
d’un tratto Eugene spezzando quel momento intimo.
“Cos’è
quella cosa? – gli aveva domandato lei gesticolando nervosamente –
Non credo tu sia l’unico assassino che torna la notte di Samhain,
perché nessun altro è perseguitato come te?” Eugene si era
guardato intorno come a controllare che fossero soli poi le aveva
fatto un’altra confidenza.
“Fino
al momento della mia morte non l’ho mai saputo ma mio padre era uno
stregone. – Amelia era rimasta estremamente sorpresa - I miei
genitori non morirono, come ci riportarono, scivolando con il carro
giù per il burrone di Hell’s Pick ma furono uccisi da un demone,
evocato proprio per quello scopo. Non so chi fu il responsabile e non
mi è dato sapere nemmeno il perché, ma sono sicuro che il mio
castigo sia legato a qualcosa che riguardava lui.”
Amelia
era scattata in piedi, colta da un improvviso impeto di speranza:
“E’
una maledizione. – aveva detto ad alta voce - Se è una maledizione
si può spezzare, devo solo cercare la formula giusta. Ci posso
riuscire, non sarà facile ma…” Le parole le si erano spente in
gola quando Eugene le aveva accarezzato una mano, il suo tocco freddo
aveva avuto su di lei l’effetto di una fiamma libera.
“No,
non farete nulla che vi possa mettere in pericolo, non provateci
nemmeno. – aveva sussurrato dolcemente - Ora dovete proprio
andare.” Aveva detto ergendosi davanti a lei come a volerla
nascondere e Amelia già sapeva che il demone si stava avvicinando.
Eugene le aveva fatto cenno di allontanarsi e, nonostante avrebbe
davvero voluto rimanere lì, il suo sguardo truce bastò per
obbligarla ad ubbidire. Senza proferire parola Eugene la ringraziò
con un cenno del capo, aveva dato un’ultima occhiata alla tomba
della sorella e aveva atteso che il demone lo riportasse indietro ma,
per la prima volta da decenni, non era afflitto, non era disperato e
nemmeno sopraffatto, era felice perché a distanza di un anno avrebbe
potuto rivedere la strega. La donna che l’aveva seguito, spiato, la
stessa che gli aveva dato il beneficio del dubbio, che lo aveva
ascoltato e compreso, che gli aveva offerto il suo, sebbene vano,
aiuto. Amelia aveva osservato con orrore Eugene che veniva trascinato
nell’oscurità da quell’essere, nel cuore sentiva un grande peso
ma la mente aveva già iniziato a ragionare su cosa fare per
annullare la maledizione.
Tornata
a casa, Amelia aveva iniziato ad indagare sui genitori di Eugene e,
soprattutto su suo padre, ed era stato a quel punto che la strega era
stata costretta a chiedere aiuto. Dopo le festività del Natale
Amelia si era arrischiata a visitare la strega più anziana della
comunità, era saggia, una sapiente ma soprattutto, a detta di tutti,
anche mezza sciroccata.
Appena
arrivata in vista della sua modesta casetta in mezzo al bosco, che ad
una prima occhiata sembrava esattamente identica a quelle orribili
case delle streghe che si vedevano disegnate sui libri delle favole
per bambini, si era arrestata appena fuori il cancelletto. Non si
sarebbe mai permessa di entrare senza essere invitata.
“Mama
Rosaria – aveva chiamato impaziente ma sapeva che, se desiderasse
essere ricevuta, doveva seguire delle regole tutte speciali – Mama
Rosaria ho bisogno del suo aiuto.” Aveva continuato Amelia
mostrando il cestino con i doni. Il cancelletto si era aperto in
totale autonomia e non perché fosse telecomandato o elettrico,
semplicemente Mama Rosaria aveva deciso di riceverla.
Amelia
era avanzata lentamente sul vialetto lastricato, guardandosi intorno
persa ad osservare le piante più strane che avesse mai visto. Mama
Rosaria si divertiva ad inventare piante e frutti che in natura non
sarebbero mai potute esistere come le morele,
un incrocio fra le more e le mele, oppure i lampococchi
dati dai lamponi e dalle albicocche. Amelia aveva pensato che non
avrebbe mai assaggiato qualcosa che venisse da quell’orto, quando
Mama Rosaria aveva spalancato la porta reggendo fra le mani un
vassoio stracolmo proprio di quegli strani frutti. Amelia aveva
spalancato lo sguardo e se non fosse stato per l’estremo bisogno di
aiuto sarebbe scappata a gambe levate. Mama Rosaria era piccola di
statura, un nido di capelli grigi e arruffati le decorava la testa,
il volto sembrava di carta stropicciata. Le labbra sottili, quasi
viola, davano l’impressione che fosse malaticcia ma il suo sguardo
era straordinariamente giovanile ed intelligente, sebbene fosse
nascosto da un paio di occhiali spessi dalla montatura di corno.
Indossava una veste da camera coloratissima, appoggiato sulle spalle
portava uno scialle rosso come il sangue e ai piedi un paio di
pantofole a forma di coniglio. Amelia non era più tanto sicura che
quell’eccentrica strega sarebbe stata in grado di aiutarla ma ormai
era lì e doveva accettare il suo cortese invito ad entrare.
Amelia
non si era mai recata a casa di Mama Rosaria, ne aveva sempre solo
sentito parlare da suo padre e da sua madre. Dall’esterno la
casetta sembrava piccola e malmessa, ma appena aveva varcato la
soglia, Amelia aveva immediatamente compreso che il vero aspetto
della casa fosse celato da un incantesimo per depistare eventuali
malintenzionati. L’ampio ingresso era elegante e sofisticato, un
pesante tappeto arabo ricopriva il pavimento in parquet, le pareti
erano dipinte di un blu acceso alle quali erano appesi diversi quadri
che raffiguravano, con molta probabilità, gli antenati della donna,
le somigliavano tutti, sia gli uomini che le donne.
“Tesoro!
– l’aveva chiamata la donna con voce gracchiante – Accomodati,
non essere timida.” Aveva detto la vecchia strega indicandole
l’ingresso di un salotto che si apriva alla loro destra. Amelia
aveva allungato il passo per seguire la donna nella graziosa
stanzetta arredata con un paio di antiche poltrone e un sofà in
legno e tessuto. Anche lì il pavimento era ricoperto da un ricco
tappeto, in quel caso rosso, dello stesso colore delle pareti. Nel
basso camino crepitavano le fiamme di un fuoco fatuo, era blu. Amelia
aveva la sensazione di avere fatto un viaggio nel tempo per
ritrovarsi in un salotto qualsiasi dell’Inghilterra ottocentesca.
“Siediti
cara, cosa mi hai portato?” Le aveva chiesto la donna accomodandosi
a propria volta, dopo aver appoggiato il vassoio con quegli strani
frutti sul basso tavolino da tè.
“Ho
portato i biscotti all’uvetta, li ho fatti io con la ricetta di mia
madre.” La donna aveva saltellato sul divano e aveva applaudito
come una bambina piacevolmente compiaciuta:
“Grazie,
ottima scelta. Dimmi cara come ti posso aiutare?” Amelia aveva
tentennato perché non era sicura di come potesse reagire
quell’eccentrica strega nell’apprendere che aveva fatto amicizia
con un’anima errante.
“Ho
conosciuto un ragazzo. – le aveva confessato senza tergiversare
oltre. La donna non aveva fiatato ma si era limitata ad appoggiarsi
allo schienale della poltrona sondando con lo sguardo l’atteggiamento
della giovane strega. Mama Rosaria le aveva dato l’impressione di
sapere già tutto – Ho fatto conoscenza con un fantasma, un
ragazzo, la notte di Samhain. Abbiamo parlato, un demone lo tormenta,
è vittima di una maledizione, vorrei sapere se posso aiutarlo.”
Aveva sputato fuori tutto d’un fiato, poi si era bloccata in attesa
della sua replica.
“Chi
è il ragazzo? E il demone? Sai il suo nome?” Le aveva chiesto
l’anziana strega che non era apparsa affatto sorpresa, né
scandalizzata. Spronata dalla sua domanda Amelia aveva risposto
prontamente:
“Il demone non lo so ma il ragazzo è Eugene McMoore.” Mama Rosaria aveva sospirato pesantemente e il suo sguardo si era incupito:
“Il demone non lo so ma il ragazzo è Eugene McMoore.” Mama Rosaria aveva sospirato pesantemente e il suo sguardo si era incupito:
“Quel
povero ragazzo.” Aveva borbottato l’anziana strega
sovrappensiero, un mormorio quasi impercettibile ma al giovane udito
di Amelia non era sfuggito.
“Sa
chi è?” Le aveva domandato colma di speranza:
“Certo
che lo so e anche tu dovresti.” Amelia annuì:
“Sì,
lo so. L’ho conosciuto. Faceva il maniscalco, aveva una sorella…”
La donna aveva scosso il capo e alzato una mano per zittirla, Amelia
aveva ubbidito senza esitazioni:
“No,
non intendo quello… - aveva detto la donna sospirando afflitta.
Amelia non aveva capito dove volesse andare a parare ma non aveva
insistito, invece aveva atteso che l’anziana strega continuasse la
sua spiegazione - …quindi la maledizione si è trasferita davvero
ai discendenti maschi di Alphonse.”
“Mama
Rosaria – l’aveva apostrofata Amelia con un tono vibrante che
nessuno, per nessun motivo, si sarebbe permesso di usare con la
donna, ma la giovane strega era troppo nervosa per seguire
l’etichetta – sa molte cose su questa storia.” L’anziana
aveva annuito con solennità, aveva afferrato un biscotto e lo aveva
smangiucchiato distrattamente sbriciolando sulla veste da camera,
sotto lo sguardo di Amelia che era sul punto di scoppiare. La donna
sembrava ragionare, fra un morso e l’altro, poi era scattata in
piedi come una molla e le aveva teso la mano:
“Vieni
bambina.” Amelia aveva accettato il suo invito, aveva afferrato la
sua mano nodosa e ossuta, e si era lasciata accompagnare su per la
scala fino al secondo piano ma non si erano fermate lì, avevano
continuato a salire fino ad incontrare la porta della soffitta.
“Dove
andiamo Mama Rosaria?” Le aveva chiesto sospettosa e un po’
intimidita:
“Ti
mostro ciò che devi sapere.” Le aveva risposto la donna criptica e
Amelia si era zittita, le bastava.
Anche
la vecchia soffitta non aveva esattamente l’aspetto di una
soffitta, piuttosto era una fornitissima biblioteca stracolma di
volumi, alcuni recenti, alcuni invece sembravano potersi disintegrare
solo guardandoli. Mama Rosaria le aveva indicato il tavolaccio in
legno intagliato posto al centro della stanza, sul quale si era
accesa una lampada da tavolo. Amelia si era seduta su una delle
grandi sedie, simili a troni in legno e pelle, e aveva atteso. Poco
dopo la donna era tornata con le braccia piene di libri e pergamene.
Amelia era stata sul punto di alzarsi per aiutarla ma i volumi e i
rotoli, come se avessero vita propria, si erano sollevati e si erano
posati delicatamente e ordinatamente sul tavolo.
Prima
un rotolo, che si era dispiegato da solo mostrando un albero
genealogico, poi un volume che si era aperto ad una pagina precisa, e
infine un grimorio il quale, anch’esso, si era aperto da solo.
“Gli
altri non servono. – aveva detto la donna, e quelli erano tornati a
sistemarsi da dove lei li aveva prelevati. – Guarda cara, guarda
bene.” Amelia aveva ubbidito e aveva scrutato con attenzione la
vecchia pergamena.
“Quella
sono io.” Aveva sussurrato atterrita spalancando lo sguardo sul
proprio nome, vergato con una calligrafia elegante a lettere
scarlatte.
“Sì,
e quello è il nome dell’uomo che ha lanciato la maledizione sulla
progenie di Alphonse, il padre di Eugene.”
Amelia
si era afflosciata sullo scranno, travolta dalla verità che le era
appena rovinata addosso:
“È
stato un mio avo!”
“Sì.
La vostra è una delle famiglie più antiche qui nei dintorni,
potenti streghe e stregoni ne hanno sempre fatto parte. Unendosi ad
altre famiglie potenti, con alleanze o matrimoni, hanno sempre tenuto
le redini della comunità magica fino a quando quest’uomo – disse
Mama Rosaria puntando l’indice nodoso, che sembrava un rametto –
non ha potuto stringere l’alleanza con la famiglia McMoore. Voleva
accasare la figlia con il padre di Eugene ma lui preferì un’umana,
una donna del popolino. Era di una bellezza rara, proprio come i
figli, era sempre gentile con tutti e McMoore non seppe resistere al
suo fascino. Se ne innamorò perdutamente, nemmeno le minacce, le
botte, le ritorsioni o gli incantesimi servirono a dissuaderlo.
McMoore aveva incontrato il suo grande amore e sposò l’umana. Il
tuo avo non poté sopportare l’onta così maledisse tutti, il suo
matrimonio e i suoi figli maschi.” Mama Rosaria le aveva indicato
l’altro volume e Amelia lo aveva avvicinato alla luce per leggere
cosa ci fosse scritto, lì nero su bianco, campeggiava la maledizione
che affliggeva Eugene.
“Mai,
né nella vita né nella morte, la progenie maschile dei McMoore
potrà vivere o riposare in pace.
Il
demone Azaziel strazierà e perseguiterà la loro anima, in un ciclo
di sette anni, che si ripeterà all’infinito.
Solo
il sangue dei traditi potrà lavare l’onta del tradimento,
acquietando il demone per i secoli avvenire.”
Amelia
aveva letto e riletto la maledizione fino ad impararla a memoria e
poco dopo aveva compreso appieno ciò che non era esplicito:
“Il
mio sangue. – aveva gridato ilare – Il mio sangue laverà l’onta.
Noi siamo i traditi, secondo questo passo, io posso spezzare la
maledizione con il mio sangue.” Mama Rosaria si era abbandonata
sulla poltrona vicino alla piccola finestrella tonda:
“Ne
sei proprio sicura?” Le aveva chiesto in tono cupo e meditabondo:
“Certo.
– aveva risposto Amelia senza esitazioni – Non è giusto che
Eugene paghi per questo. Se posso fare qualcosa, la farò.” Mama
Rosaria aveva annuito compiaciuta e le aveva indicato il grimorio:
“Lì
c’è la formula dell’incantesimo ma – aveva detto alzandosi in
piedi per prenderle le mani fra le proprie – può essere molto
pericoloso. Il demone Azaziel potrebbe non accettare il tuo sangue,
non è più puro come un tempo, potrebbe non bastare e potrebbe
prendere anche la tua anima. - Amelia aveva tremato
impercettibilmente, il brivido di quella minaccia le aveva percorso
la pelle, le gambe avevano ceduto ed era tornata a sedersi. –
Esatto, sei pronta a rischiare la tua vita per un fantasma?”
Con
quelle parole che le ronzavano in testa e le trafiggevano il cuore,
Amelia era tornata a casa con il cestino vuoto di biscotti ma
stracolmo di morele
e sottobraccio il grimorio del suo antenato.
Notte
fra il 31 ottobre e il primo novembre 2017
Amelia
aveva passato il resto dell’anno a ragionare sulla domanda di Mama
Rosaria, “…sei
pronta a rischiare la vita per un fantasma?”
e tutte le volte la risposta era sempre la stessa, sì. La
maledizione era stata lanciata da un suo antenato, geloso e furente,
contro il padre di Eugene che non aveva nessuna colpa, si era
innamorato, esattamente come era successo a lei. Era già terribile
aver maledetto il padre, ma il figlio non aveva fatto niente di male,
non meritava quel tormento. Amelia si sentiva terribilmente
responsabile per quello che gli stava succedendo e, in realtà, non
aveva dovuto ragionarci sopra, dal primo momento che Mama Rosaria le
aveva dato quell’informazione lei aveva già deciso che avrebbe
tentato.
Prima
dell’arrivo della festa di Samhain aveva già iniziato a
raccogliere informazioni e aveva messo insieme nozioni importanti che
la facevano ben sperare. La notte di Samhain Amelia, eccitata ed
emozionata, aveva lasciato che il golem presenziasse al posto suo e
invece di aspettare il corteo di fantasmi andò loro incontro per
raggiungere Eugene e stare con lui il più tempo possibile. Si era
nascosta dietro alcuni alberi dal fusto abbastanza largo da poterne
celare la presenza e aveva atteso. Non era mai stata così vicino al
velo, non aveva mai visto effettivamente come i fantasmi apparissero
o arrivassero, non era nemmeno sicura che qualcuno avesse assistito a
quell’evento prima di lei. Il sole non era ancora scomparso
all’orizzonte che una fitta nebbia artificiosa era scesa su tutto
ciò che le stava attorno, un odore nauseabondo aveva impregnato
l’aria e Amelia era stata costretta a coprirsi il naso con un lembo
dello scialle per non cedere alla nausea incipiente. Fortunatamente
quell’odore pestilenziale se n’era andato esattamente come era
arrivato, la fitta nebbia si era diradata e la giovane strega aveva
visto i fantasmi emergere, uno dopo l’altro, da una sorta di
breccia, come lo strappo in un tessuto invisibile. Amelia aveva
percepito la loro energia, in quel luogo era potente e terrificante,
un’ondata di adrenalina l’aveva pervasa e il suo istinto avrebbe
voluto obbligarla a scappare il più lontano possibile, ma il
desiderio di rivedere Eugene era più forte di qualunque paura.
Amelia aveva preso un grosso respiro poi aveva sporto il capo per
osservare i fantasmi che sfilavano davanti a lei e li aveva osservati
con spasmodica attenzione, aveva scrutato i volti, uno dopo l’altro
ma ne cercava solo uno. Quando lo aveva visto il suo cuore si era
riempito di gioia ma era stato un attimo troppo breve. Quella
sensazione era scomparsa immediatamente appena aveva notato lo stato
in cui versava. Era ferito e malconcio come non l’aveva mai visto,
Amelia pensò che il demone si fosse accanito pesantemente in
quell’ultimo anno. In quel preciso momento la strega aveva avuto la
sua conferma, la decisione che aveva preso era quella giusta, non
c’era altra via, non c’era alternativa, era da fare.
“Eugene!
- lo aveva chiamato sottovoce ma il suo richiamo non aveva sortito
alcun effetto, sembrava non udirla – Eugene.” Aveva insistito ma
a nulla le era servito sbracciarsi, nessuno sembrava notare la sua
presenza così aveva deciso di tentare percorrendo un’altra strada,
più spirituale. Con il tempo i suoi poteri si erano amplificati e
stabilizzati così, forte delle proprie capacità, aveva chiuso gli
occhi e lo aveva chiamato con la forza più potente che tratteneva
dentro di sé, un sentimento nuovo e inaspettato che era cresciuto
indomito senza che nemmeno se ne accorgesse, l’amore.
“Eugene.”
Aveva sussurrato il suo cuore in direzione dell’anima perduta che
camminava ingobbita, trascinando i piedi sul terreno e che si muoveva
a stento, spinta anch’essa dallo stesso sentimento che animava la
giovane strega. Il fantasma si era fermato attratto da quel richiamo,
si era guardato intorno, enormemente sorpreso e terribilmente
spaventato all’idea di aver inteso male, al pensiero che fosse uno
scherzo del suo stesso inconscio disperato ma poi la vide. La giovane
strega lo osservava in fremente attesa, ai suoi occhi era parsa la
creatura più bella sulla quale avesse mai posato lo sguardo. I suoi
capelli neri, la sua pelle diafana, gli occhi blu che sembravano
brillare solo per lui, e le labbra rosse come il sangue appena
versato. Amelia lo aveva invitato a seguirla e lui non era riuscito
ad opporre alcuna resistenza. Si era allontanato dalla processione di
anime e l’aveva raggiunta claudicante e sofferente. Amelia lo aveva
osservato rapita e allo stesso tempo devastata.
“Amelia
– aveva gemuto lui appena le era arrivato vicino – cosa fate qui?
È pericoloso per voi stare così vicino al velo, allontaniamoci.”
Le aveva detto oltrepassandola e tendendole una mano. La strega non
aveva esitato ed era stata pronta ad afferrarla, desiderava così
tanto farlo che quasi faceva male ma quando lui si era accorto del
proprio gesto istintivo ma sconsiderato aveva stretto il pugno,
fuggendo il suo tocco. La delusione di Amelia, per essere stata
defraudata di quella possibilità, le aveva arso il cuore e amare
lacrime avevano minacciato di inondarle lo sguardo.
“Cosa
siete venuta a fare qui? Perché non mi avete aspettato al cimitero.”
Quelle parole avevano sorpreso entrambi perché, sebbene non avessero
concordato di rivedersi, era sottinteso che sarebbe successo perché,
nonostante li separasse l’ostacolo insormontabile per antonomasia,
la morte, loro desideravano una cosa soltanto, stare insieme.
“Volevo
vederti, stare con te il più possibile. – aveva mormorato Amelia
volgendo lo sguardo verso la volta celeste – Non potevo aspettare.”
Aveva ammesso con l’innocenza della giovinezza. Eugene era rimasto
in silenzio per un tempo interminabile, pensando che non avrebbe
dovuto dirle ciò che provava, che non poteva ammettere che l’unica
cosa che non lo aveva fatto impazzire nel suo personale inferno era
stato il pensiero che l’avrebbe rivista, ma era sempre stato un
uomo sincero e schietto:
“Sono
felice che voi siate qui.” Aveva ammesso infine in un sussurro,
Amelia, sorpresa e felice di quella confessione si era avvicinata per
osservarlo meglio.
“Come
stai?” Gli aveva chiesto con voce tremante:
“Ora
bene.” Aveva risposto lui, nella sua voce Amelia aveva percepito il
suo stesso desiderio, avrebbe voluto abbracciarla, scaldarsi al
calore del suo corpo vivo e pieno di energia.
“Mi
dispiace. – aveva detto poco dopo Amelia andando a sedersi su uno
sperone di roccia – Mi dispiace per quello che ti sta succedendo.”
Eugene era un uomo perspicace e nella sua voce aveva percepito il
senso di colpa che la ottenebrava:
“Perché
dite questo? Non siete stata voi a farlo.” Amelia aveva cercato di
ingoiare il nodo doloroso che le impediva di parlare e lo aveva
invitato a sedersi accanto a sé ed Eugene aveva ubbidito, felice di
farlo:
“Ho
fatto delle ricerche. Ho scoperto che l’uomo che ha scagliato la
maledizione sulla tua famiglia era un mio antenato. Era il padre
della donna che tuo padre avrebbe dovuto sposare. Quando lui decise
di sposare una popolana lo maledisse, e fece lo stesso con la sua
progenie maschile. È colpa della mia famiglia se quel demone ti
tormenta.” Eugene aveva scosso il capo e mai, come in quel momento,
avrebbe voluto prenderla fra le braccia per consolarla:
“Voi
e la vostra famiglia non c’entrate minimamente con questo. Non
potete addossarvi colpe che non avete.” Amelia non era affatto
d’accordo ma prima di metterlo a parte del suo piano aveva una
richiesta:
“Eugene?
– lui la guardò in attesa della sua domanda – Potresti evitare
di darmi del voi? Non lo fa più nessuno da secoli.” Il giovane
sorrise imbarazzato, per lui era una cosa normale ma annuì, per
compiacerla avrebbe fatto qualsiasi cosa:
“Ci
proverò.” Aveva detto sorridendo dolcemente.
“Bene,
grazie. Ora ti devo dire una cosa. – Eugene si era irrigidito, non
del tutto certo che gli sarebbe piaciuto ciò che Amelia aveva da
rivelargli, ma era rimasto in silenzio e aveva atteso – Sto
escogitando un modo per spezzare la maledizione.” Gli aveva
rivelato lei con entusiasmo. Il cuore di Eugene aveva esultato:
“Come?”
Le aveva chiesto colmo di speranza:
“Il
sangue della mia famiglia, il mio sangue è stato usato per
perpetrare la maledizione e lo stesso sangue può essere usato per
spezzarla.” La speranza scomparve dal cuore di Eugene spazzato via
dalla paura e dall’ansia:
“No.
Non vi… - ma poi si era corretto – non ti permetterò di fare
questa pazzia, non per me.” Eugene si era alzato in piedi agitato
oltre ogni immaginazione:
“Ma…-
lo aveva seguito Amelia – lo posso fare.” Aveva detto frustrata:
“E’
una follia, non te lo permetterò, mai.” Aveva continuato lui
irremovibile:
“Eugene.”
“No.
– l’aveva zittita con un cenno della mano, avrebbe voluto
afferrarla e scuoterla per le spalle per obbligarla ad ascoltarlo ma
non lo aveva fatto, non voleva spaventarla – Non lo farai.” Aveva
detto allontanandosi.
“Dove
vai? – gli aveva chiesto lei correndogli appresso, poi lo aveva
superato e le si era parata davanti per impedirgli di andarsene -
Rimani, è presto.” Aveva insistito disperata appoggiandogli una
mano sul petto. Amelia era rimasta scioccata nel sentire il battito
di un cuore in tumulto sotto le dita e il calore della pelle come se
Eugene fosse vivo, sapeva che era così solo in quella notte magica,
e quella consapevolezza aveva acceso in lei un desiderio inaspettato.
“Non
dovevo cedere, - aveva detto Eugene, ma non si era allontanato, il
suo tocco lo aveva fatto sentire vivo come mai prima di allora –
sono un debole.”
“A
cosa ti riferisci?”
“A
te, - aveva detto lui incatenando i propri occhi ai suoi – sei così
bella Amelia, la tua anima è pura e luminosa, sei pura energia e io
non ho saputo resisterti, ma ora è finita devo andare.”
“Eugene
aspetta. – aveva insistito Amelia – Sappi che lo farò, anche se
tu non vuoi.”
“Se
io non torno lui non mi seguirà, non lo troverai.” Amelia sorrise,
un mezzo sorriso amaro e condiscendente:
“Lo
posso sempre evocare, sono una strega dopotutto e anche piuttosto
bravina.” L’atteggiamento di Eugene era cambiato di colpo, era
sopraffatto.
“Ti
supplico, - l’aveva implorata cadendo in ginocchio – non lo
fare.” Amelia lo aveva seguito sull’erba e aveva cercato il suo
sguardo che però era rimasto fisso al terreno:
“Guardami.
– gli aveva ordinato lei con voce ferma – Io non so cosa stia
succedendo fra noi due, - perché era chiaro ad entrambi che fosse
qualcosa di profondo e bellissimo - non posso pensarti là, ovunque
tu vada quando oltrepassi il velo, che subisci una punizione che non
meriti. Quando non ci sei fatico a respirare, vivo in apnea un anno
dopo l’altro in attesa di questa notte per vederti.”
“E’
lo stesso per me. – aveva ammesso lui, il quale non si sarebbe mai
aspettato di innamorarsi, soprattutto da morto – Ragiona un attimo
se…se tu riuscissi e io non potessi più tornare? Se spezzando la
maledizione tu liberassi la mia anima? Se andassi oltre? Non potrei
più vederti, sarei libero ma l’eternità senza di te sarebbe
insopportabile.”
“L’amore
è anche questo, sacrificio. Sarei felice di saperti libero. Non sei
stanco?” Gli aveva chiesto accarezzandogli una guancia:
“Certo
che lo sono ma… - un fremito nell’aria lo aveva zittito – sta
arrivando. Mi ha trovato, nasconditi.”
“Posso
fermarlo, almeno per un po’.” Aveva detto lei mettendosi in
guardia, pronta allo scontro:
“No.
Va via! - aveva ringhiato lui ma Amelia non aveva alcuna intenzione
di ubbidirgli – Amelia per favore, voi donne di questo secolo non
sapete ubbidire?”
“No,
ne siamo incapaci.” Aveva risposto lei mentre si allontanava per
andare incontro al demone, sentiva la sua energia arrivare a
lambirla, era calda come una fiamma e altrettanto potente, quando
d’un tratto si era sentita avvolgere da forti braccia che l’avevano
trattenuta sul posto. Eugene l’aveva abbracciata da dietro, aveva
stretto il proprio corpo contro il suo per fermarla. Quel contatto,
però, aveva scatenato in lui il desiderio più umano e potente che
ci fosse, il desiderio di un uomo che voleva possedere una donna.
Eugene aveva tuffato il volto fra i suoi capelli e Amelia aveva
goduto del tocco leggero delle sue labbra sul proprio collo, aveva
chiuso gli occhi e aveva stretto le proprie mani sulle sue per godere
di quella meravigliosa sensazione di completezza, consapevole che non
l’avrebbe dimenticata mai più.
“Eugene?”
Aveva sussurrato poco dopo voltandosi verso di lui senza permettergli
di lasciarla:
“Amelia.”
Sentire il proprio nome sussurrato con amore e riconoscenza l’aveva
fatta sentire la donna più felice di tutti i mondi. Il giovane le
aveva scostato una ciocca di capelli dal volto, incantato dai suoi
occhi profondi velati di commozione, si era abbassato sulle sue
labbra ma non aveva osato baciarla. Amelia aveva pensato che la sua
fosse timidezza o forse qualche tipo di antica etichetta, così era
stata lei ad andare fino in fondo. Si era alzata sulle punte e aveva
sfiorato le sue labbra. Eugene era chiaramente sorpreso e affascinato
dalla sua sfrontataggine, ai suoi tempi nessuna donna avrebbe mai
preso l’iniziativa in quel modo, ma l’uomo che ancora viveva
dentro di lui non aveva resistito e aveva trasformato quel tocco
delicato in un bacio appassionato che rapì entrambi, strappandoli
dalla realtà. Quando quell’impeto di passione travolgente sfumò,
i due si scostarono a malincuore l’uno dall’altro ed Eugene si
voltò a guardare nella direzione dalla quale stava sopraggiungendo
minaccioso il demone di ombra e fumo.
“Ora
va! - le aveva detto – E non fare nulla di avventato. - Amelia però
non aveva annuito come lui si sarebbe aspettato – Promettimelo!”
“Non
posso.” Eugene avrebbe voluto rimanere lì ancora, per convincerla
ma non c’era più tempo. Si era allontanato da lei il più
possibile andando incontro alla pena che qualcun altro aveva scelto
per lui, sotto lo sguardo afflitto della strega della quale si era
perdutamente innamorato.
Notte
fra il 31 ottobre e il primo novembre 2018
Dopo
quel bacio dal sapore dell’addio Amelia aveva atteso la successiva
festività come sospesa in un limbo di incertezza, perché la
minaccia che Eugene le aveva fatto, che non sarebbe tornato da lei,
l’aveva tormentata, temeva che lo avrebbe fatto veramente. Durante
tutto l’anno non era riuscita a pensare ad altro, aveva faticato ad
andare avanti con la propria vita perché il suo cuore era nel regno
dei morti e sembrava che riuscisse a rianimarsi e a battere solo una
notte l’anno. Qualcuno dei suoi amici aveva avuto il sospetto che
le stesse succedendo qualcosa di strano, ma la strega era sempre
stata brava ad evitare le domande o a svicolare abilmente le
imboscate che perfino la sua famiglia aveva provato a farle. Per i
suoi coetanei la vita procedeva in un’unica direzione, andava
avanti, crescevano e si evolvevano ma non lei, Amelia guardava solo
indietro ad un passato lontano, ad una maledizione ingiusta all’uomo
che, ne era sicura, sarebbe stata in grado di amare e che non
esisteva più.
La
sera del trentuno ottobre Amelia era sgattaiolata fuori di casa
ancora prima dell’inizio delle celebrazioni, sapeva che stava
diventando sempre più avventata, che se scoperta la situazione si
sarebbe fatta terribilmente pericolosa ma non era riuscita a
trattenersi, non poteva aspettare, fermarsi ed agire con prudenza era
fuori discussione. Come l’anno precedente Amelia si era recata al
confine che separava i due mondi. Come in un doloroso dejà vu aveva
osservato una per una le anime che si inoltravano al di qua del velo,
aveva aspettato per ore ma di Eugene non vi era nessuna traccia.
Mossa dal panico era uscita dal suo nascondiglio e, in barba alle
raccomandazioni, ai divieti e alla tradizione aveva iniziato a
chiedere alle anime se qualcuna lo avesse visto ma nessuno la
ascoltava, per loro era come se non esistesse, solo Eugene la udiva,
solo lui la vedeva. Quando la disperazione era ormai arrivata ad un
livello allarmante aveva scorto qualcuno nascosto fra gli alberi
lontano, lontanissimo da lei. Da quella distanza non era riuscita a
distinguerne le fattezze ma il suo cuore era stato sicuro che fosse
lui.
“Eugene!”
Aveva gridato Amelia per attirare la sua attenzione, temeva che non
l’avesse vista ma lui l’aveva vista, eccome. L’aveva osservata
per ore mentre lo cercava, mentre disperata chiedeva di lui ma non
aveva potuto accontentarla, si era opposto con tutto sé stesso al
desiderio di tornare da lei, aveva perfino tentato di non
oltrepassare il velo in quella notte nefasta ma non c’era riuscito,
non era riuscito ad opporsi alla forza che attirava le anime fra i
vivi così si era nascosto nell’ombra per sfuggirle. Amelia non
aveva smesso di chiamarlo e aveva corso fino a raggiungerlo ma lui
ancora non si mostrava. Ottenebrata dal panico la strega aveva perso
attenzione, era incespicata su una radice, era caduta a terra
ferendosi un ginocchio ma niente l’avrebbe fermata, si era rialzata
e aveva raggiunto il luogo dove era sicura di averlo visto pochi
minuti prima ma lui, o chiunque fosse, era scomparso.
“Eugene?
- lo aveva chiamato ancora – Dove sei? So che sei qui mostrati per
favore.”
“Va
via!” Amelia non aveva riconosciuto quella voce, roca e
frammentata, come quella di Eugene, ma non aveva potuto accontentarlo
e aveva usato un piccolo trucchetto per individuarlo. Aveva mosso una
mano sventolandola davanti a sé sussurrando una parola semplice
“Revela!”
così lo aveva visto, seduto su un masso, ingobbito con la testa fra
le mani, il suo corpo tremava convulsamente. Amelia era corsa da lui,
non aveva parlato perché le parole non sarebbero servite a nulla, si
era limitata a sedergli accanto, lo aveva cinto con le braccia e lo
aveva stretto a sé. Aveva ingoiato il dolore terrificante che aveva
provato nel vederlo nudo e ferito, inerme e solo, aveva ricacciato
indietro le lacrime e aveva cercato di consolarlo al meglio delle
proprie capacità.
“Non
dovevi venire. - aveva sussurrato lui afflitto – Non volevo che mi
vedessi così.” Amelia aveva deglutito a vuoto, era straziata e
afflitta oltre ogni immaginazione.
“Non
riesco a farne a meno Eugene, - aveva detto in un sussurro – io ti
amo. – e nel proferire quelle parole ad alta voce si sentì libera
– non smetterò mai di venire da te.” Il giovane l’aveva
stretta più forte mentre un singhiozzo gli aveva scosso il corpo
ferito. Amelia gli aveva accarezzato la schiena nuda e aveva baciato
le sue ferite, una dopo l’altra donando, a quell’anima
tormentata, un po’ di pace.
“Il
ciclo è concluso – gli aveva detto lui poco dopo – l’anno
prossimo tornerò più sano di prima e poi ricomincerà tutto
daccapo.” Aveva concluso con voce spezzata.
“L’anno
prossimo io ti libererò.” Gli aveva promesso lei.
Notte
fra il 31 ottobre e il primo novembre 2019
“Padre!
– gridò Amelia in preda alla furia – Liberami per gli Dei, devo
aiutarlo.” Ma la giovane strega sapeva perfettamente che il
genitore non l’avrebbe accontentata, mai. Scesa a patti con quella
verità, Amelia iniziò a ragionare su come infrangere l’incantesimo
di suo padre, lì aveva tutto l’occorrente ed era diventata
abbastanza forte ed esperta per riuscire a fuggire dalla sua prigione
magica.
Il
Sig. Marlow conosceva troppo bene Amelia per sperare di essere
riuscito a fermarla così, prima che lei infrangesse la barriera
magica, si inoltrò nel cimitero dove era sicuro di trovare l’uomo
del quale la sua scapestrata figlia si era innamorata.
“Eugene?
– lo chiamò mentre si avvicinava a lui a grandi falcate – Siete
voi Eugene?” Il giovane si voltò nella direzione dalla quale
proveniva la voce di un uomo, palesemente furioso:
“Per
servirvi.” Rispose lui senza timore. Era tornato perfettamente in
sé, vestito di tutto punto e sano, come aveva detto ad Amelia l’anno
precedente.
“Sono
il padre di Amelia, - si presentò l’uomo – lo sai cosa si
prepara a fare? - Eugene impallidì, se poteva essere possibile per
un fantasma impallidire – glielo hai chiesto tu?” Eugene serrò
la mascella nervoso, indispettire il padre della donna che amava era
l’ultima cosa che volesse fare.
“Signore,
ho chiesto ad Amelia di desistere. – ammise il giovane, ma sul suo
volto si dipinse un’espressione afflitta, era chiaro a tutti che
non ci fosse riuscito - Il mio destino è segnato non voglio che lei
lo condivida, per nulla al mondo. – continuò sincero - È
pericoloso, l’ho pregata, implorata di non farlo ma…” Il Sig.
Marlow lo interruppe con un gesto della mano e scosse il capo
rassegnato sbuffando aria dal naso:
“Lo
so. – ammise l’uomo – Quando Amelia si mette in testa una cosa
difficilmente la si può fermare.” Disse guardandosi alle spalle,
come se si aspettasse di vederla comparire da un momento all’altro.
“So
che l’amore che ci lega è quanto di più sbagliato possa esistere,
ma non sono riuscito ad impedirmelo. – disse come se la
responsabilità fosse solo sua - Amelia è la mia luce e l’unica
cosa che mi manda avanti è sapere che la vedrò, che potrò stare
con lei, anche solo una volta all’anno. So di essere un egoista, so
che dovrei lasciarla libera, che dovrei evitarla ma…”
“Non
ci sei riuscito.” Lo interruppe Marlow:
“No!”
“E
nemmeno lei! – disse lo stregone alzando gli occhi al cielo, poi
tornò con l’attenzione sull’uomo che aveva fatto conoscere alla
figlia il vero amore - Mi dispiace per quello che ti ha fatto il
nostro avo.” Disse infine sincero:
“Ora
comprendo da chi ha preso Amelia. - disse Eugene grato di quelle
scuse non dovute – Non siete stati voi.” Ripeté al Sig. Marlow
ciò che aveva già detto alla figlia milioni di volte.
“Amelia
però ha ragione, possiamo provarci…eccola.” Mormorò l’uomo
senza guardarsi alle spalle, aveva sentito la sua magia che si
avvicinava, continuò invece a fissare il volto del giovane che si
illuminò di pura gioia quando vide comparire sua figlia in
lontananza.
“Padre!”
La voce di Amelia li fece sussultare entrambi, era palesemente sul
piede di guerra.
“E’
arrabbiata.” Disse l’uomo sorridendo dolcemente:
“È
furiosa, oserei dire.” Replicò Eugene con impresso sul volto un
sorriso simile.
“Bambina,
non essere arrabbiata. – le disse porgendole una mano. La ragazza
si arrestò perplessa poi accettò la sua mano, il suo tocco era
caldo e confortante. Suo padre aveva sempre avuto il potere di
tranquillizzarla anche se in quel caso l’artefice del suo malumore
fosse proprio lui. – Ti aiuterò figlia, ti aiuteremo tutti.” Il
volto di Amelia si illuminò quando, dal folto del bosco, vide
comparire la madre e le sorelle.
“Non
capisco. – farfugliò la giovane – Credevo…”
“Credevi
davvero che non ci saremmo accorti che stavi escogitando qualcosa?”
Le domandò Gemma con quel suo piglio arrogante:
“Cornacchietta,
- disse Emma – perché non ce ne hai parlato? Perché hai fatto
tutto da sola? Siamo tutti coinvolti.”
Eugene
li guardò uno ad uno poi si mosse per imporsi:
“Scusate,
- disse timidamente - non voglio che lo facciate, non voglio lasciare
il mio inferno se questo significa non vederti più. – disse
rivolto ad Amelia la quale lasciò la mano di suo padre per involarsi
fra le braccia di Eugene – Non posso immaginare un’eternità
senza di te, anche se questo significa la pace, io non la voglio.”
Amelia gli accarezzò il volto poi appoggiò la testa sul suo petto:
“Nemmeno
io voglio che ci separiamo ma tu meriti la pace, non lo capisci? –
mugolò contro il suo petto - Non riesco a vivere con questo peso, se
posso fare qualcosa per alleviare la tua sofferenza la farò, anche
se significa non vederti mai più.”
“Ragazzi.
– fu la madre di Amelia a parlare – Non è detto che debba andare
così.” I due giovani innamorati si scambiarono uno sguardo colmo
di speranza:
“Cosa
vorresti dire?” Chiese Amelia rivolta alla madre:
“In
questa notte tutto può succedere, i morti camminano sulla terra, i
vivi possono parlare con loro, anche se non dovrebbero – disse Emma
scoccando alla sorella un’occhiataccia accusatrice – e talvolta i
morti, con le giuste misure possono rimanere.” Amelia si strinse a
Eugene:
“Vorresti
rimanere?” Chiese il Sig. Marlow ad Eugene, il giovane inspirò il
profumo di Amelia che aleggiava tutto intorno a lui, chiuse gli occhi
e annuì.
“Allora
è meglio che ci prepariamo. – disse la Sig.ra Marlow – Hai
portato tutto?” Chiese alla figlia ribelle che annuì con
determinazione.
Emma
e Gemma disegnarono sul terreno un simbolo specifico con le erbe che
Amelia aveva intrecciato fino a farne una lunga fune. Posizionarono
le candele arancioni tutte attorno al cerchio poi, con un pugnale, si
incisero il palmo della mano e, uno dopo l’altro, i componenti
della famiglia Marlow fecero scorrere il proprio sangue dentro la
coppa d’oro.
“È
tutto pronto, - disse il Sig. Marlow soddisfatto – ora Eugene,
mettiti dentro al cerchio.” Gli disse indicando quello che, il
fantasma non poteva saperlo, era una trappola per demoni. Amelia
guardò la propria famiglia lì riunita, che si prodigava per salvare
un’anima dannata, il cuore le si riempì di gioia e gli occhi di
lacrime.
“Sei
stata brava cornacchietta,
- le disse suo padre avvicinandosi – hai preparato tutto nel minimo
dettaglio. Diventerai una grande strega.” Amelia prese la mano che
suo padre le porgeva, la strinse forte in segno di ringraziamento ma
in quel momento aveva un’unica cosa in mente:
“Funzionerà?”
Chiese in apprensione:
“Io
credo proprio di sì.” Le rispose lui rassicurandola. Amelia annuì
rincuorata poi tutti alzarono lo sguardo sulla creatura immonda che
si stava avvicinando.
“Sta
arrivando, – sussurrò Amelia – è lui.” Eugene li guardò uno
per uno, sul volto un’espressione mista fra la gratitudine e il
terrore poi fece un cenno ad Amelia chiedendole di raggiungerlo. La
giovane scattò velocemente verso di lui:
“Se
non funzionasse – le disse con la voce spezzata – ci rivediamo
qui il prossimo anno!” Amelia annuì con veemenza e prima di
allontanarsi gli scoccò un tenero bacio sulle labbra:
“Andrà
tutto bene.”
Amelia
uscì dal cerchio e attese che il demone, ignaro di quanto stava per
accadergli, assoggettato anch’esso alla maledizione si dirigesse,
senza esitazioni, verso l’anima che era costretto a tormentare per
l’eternità. Entrò nel cerchio, permettendo alla famiglia Marlow
di tirare un sospiro di sollievo. Amelia prese Eugene per mano e lo
tirò verso di sé senza che il demone potesse seguirlo poi si
consumò un rito magico di altissimo livello.
La
famiglia Marlow formò un cerchio attorno alla creatura, iniziando a
salmodiare una nenia in una lingua che Eugene non conosceva, mentre
il demone iniziava a contorcersi come se lo stessero colpendo da
tutte le direzioni. Quando sembrò al limite della sopportazione il
Sig. Marlow afferrò la coppa dove il loro sangue si era mescolato e
lo versò nel cerchio a quel punto il demone gridò, un lampo rosso
squarciò la notte e la folgore scarlatta si scagliò contro di lui
ributtandolo nel luogo al quale apparteneva, l’inferno.
Amelia
si voltò a guardare Eugene che fissava il vuoto davanti a sé, dove
il demone era appena scomparso. La giovane strega corse verso di lui,
felice oltre ogni immaginazione, e si involò fra le sue braccia
spalancate pronte ad accoglierla, Eugene era libero ma non sembrava
felice.
“Sei
libero. – gli disse lei fra i singhiozzi, era sollevata e felice
per lui – Che c’è? Perché fai così?” Eugene le accarezzò i
capelli e le riservò un dolcissimo sorriso agrodolce.
“E
se adesso non tornassi più? Se non potessimo più vederci?” Era
quello il suo nuovo cruccio, era quello il terribile pensiero che lo
affliggeva.
“Ragazzi!
– intervenne la Sig.ra Marlow – Un modo c’è ma dovete decidere
in fretta.” Disse indicando l’alba.
“Cosa
dobbiamo fare?” Domandò Amelia:
“Sta
a te cornacchietta,
- disse suo padre – ora è tutto nelle tue mani. – Amelia li
incitò a parlare con un’occhiata eloquente, iniziava ad
innervosirsi – Eugene può rimanere, in carne e ossa, solo se potrà
ancorare la sua anima a qualcosa qui, sul nostro piano.”
“O
a qualcuno.” Intervenne Emma sorridendole.
I
due innamorati si guardarono negli occhi, ed Eugene comprese che non
avrebbe mai più dovuto soffrire la mancanza di Amelia, che lei
sarebbe stata l’àncora che gli avrebbe permesso di tornare alla
vita.
Fine?
© Tanja Mengoli
Note:
[1] Un grimorio è un libro di magia. I libri di questo genere vennero scritti in gran parte tra la fine
del Medioevo e l'inizio del XVIII secolo. Contenevano soprattutto corrispondenze astrologiche, liste di angeli e demoni, istruzioni per creare incantesimi, preparare medicine e pozioni, invocare entità soprannaturali e fabbricare talismani. (Fonte Wikipedia)
[2] gòlem (o Gòlem) s. m. [dall’ebr. gōlem, propr. «embrione»]. – Figura mitica con sembianze umane, tipica della tradizione cabalistica ebraica, che si vuole creata da un ammasso d’argilla per opera del rabbino praghese Löw sul finire del sec. 16°, ritenuta capace di difendere il popolo ebreo dai suoi persecutori, e che può essere evocata recitando una combinazione di lettere alfabetiche; tale essere leggendario, variamente ripreso dalla letteratura posteriore (spec. romantica), è passato a rappresentare la forza ambigua della macchina che può manifestare facoltà ritenute proprie dell’uomo e sfuggire al controllo umano con risultati catastrofici. (Fonte dizionario Treccani on-line.)

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