RACCONTO FANTASY....L'OCCHIO DI MISTRAL.



Ecco a voi care lettrici e cari lettori, un altro racconto che ha partecipato  all'evento "Giornata Fantasy"....

... e per rimarcare il concetto....

Perchè in fondo la notte è sempre più buia se ad accompagnarci c'è la paura... Buona lettura!



L’OCCHIO DI MISTRAL

Re Onorio di Gerender si aggirò furtivamente tra i corridoi del suo stesso palazzo. Al suo passaggio le guardie lo salutavano tenendo lo sguardo fisso verso il basso e senza mai avere il coraggio di guardarlo negli occhi. Tra la guarnigione di palazzo giravano diverse voci in merito agli occhi del loro sovrano, alcuni sostenevano che vedessero anche nel buio, altri che scintillavano come stelle, altri ancora giuravano di avervi visto l’ombra di un demone. Alla fine del corridoio svoltò a destra fermandosi di fronte ad un arazzo che copriva un’intera parete. Spostò il tessuto quel tanto che bastava per intravedere una parte di muro apparentemente liscia e priva di imperfezioni fatta eccezione per un unico foro nella parete.
Il medaglione a forma di mezzaluna, intarsiato con un unico smeraldo nel centro, gli pesava sul petto. Lo prese nel palmo della mano e lo sentì bruciare, fece pressione con l’indice e il pollice sulla pietra preziosa e un punteruolo con la punta dentellata fuoriuscì dal foro centrale. Lo inserì all’interno della parete, il muro fece perno sul suo lato sinistro e si aprì verso l’interno mostrando il vano di una scala a chiocciola che scendeva nelle profondità del sottosuolo. Velocemente Onorio entrò, il passaggio si chiuse alle sue spalle e il buio lo avvolse. Una torcia si accese alle sue spalle al suo semplice sbattere di ciglia. Sul suo viso si disegnò un ghigno divertito, era frustrante passare la giornata nascondendo la sua magia, quando avrebbe potuto raccogliere abbastanza potere da spazzare via ogni singolo essere vivente nel giro di qualche centinaia di metro, ma per fare ciò avrebbe dovuto richiamare a sé troppo potere, uno sforzo che gli sarebbe potuto costare la vita se solo ... Si riportò le mani sul medaglione. Se solo avesse completato l’occhio di Mistral con l’ultimo pezzo che ancora gli mancava.
La cripta era ampia come l’intera sala del trono, di pianta circolare, senza finestre e con un unico accesso, era in quel posto che Onorio esercitava le sue pratiche magiche. Era nato da padre umano e da madre strega, sul finire di una guerra sanguinaria che aveva visto scontrarsi due eserciti: da un parte quello degli umani numeroso e coeso e dall’altro quello dei magici. Quest’ultimo riuniva al suo interno tutte le creature con poteri magici, abituate a vivere sole e incapaci di fare fronte comune contro uno stesso nemico: l’uomo. Fin da bambino era cresciuto con la consapevolezza di doversi nascondere agli altri e così avrebbe fatto finché non avrebbe avuto abbastanza potere da essere incoronato leader di tutte quelle creature con doti particolari e che da troppi anni vivevano da fuggitivi. Per fare ciò avrebbe dovuto forgiare l’occhio di Mistral, uno scettro magico andato perduto durante la guerra e di cui si erano perse le tracce. Il pendente che portava al collo gli era stato donato da sua madre prima di morire, a lui mancava il bastone su cui incastonarlo, i due pezzi insieme davano vita alla fonte primordiale di un potere senza eguali.
Onorio passava la maggior parte della notte a consultare le antiche pergamene e a interrogare gli spiriti, affinché lo guidassero alla parte che ancora gli mancava. Sentì uno spiffero d’aria fredda colpirlo lungo la schiena, si voltò lentamente per non turbare il nuovo venuto.
“Con l’occhio di Mistral” disse a voce alta “radunerò il nostro popolo sotto un’unica effige e non saremmo più costretti a nasconderci.” Restò in silenziosa attesa, aveva formulato la sua richiesta, ora restava solo da vedere se lo spirito era in possesso dell’informazione che gli serviva.
I libri iniziarono a vibrare negli scaffali, alcuni caddero a terra, altri vennero gettati in alto da forze invisibili. La polvere si alzava a cumoli e il disordine regnava sovrano, sentì il rumore di carta strappata, non fece il tempo a volgere il capo verso il rumore che un foglio gli scivolò sul tavolo proprio davanti ai suoi occhi sbigottiti. Il medaglione che aveva appoggiato al tavolo, si spostò verso un punto della carta nautica, su un’isola, all’estremità Nord del mondo conosciuto, denominata Tindanyss.
“Grazie” si limitò a dire prima che l’ultima brezza di aria gelida se ne andò via.
Onorio convocò con urgenza il capitano della sua armata Aro di Valder e gli diede un ordine di estrema importanza e segretezza.
“Ti recherai sull’isola di Tindanyss e dovrai barattare con la Regina Leylan la cessione di questo scettro” disse mostrandogli una pergamena con raffigurato uno scettro che ricordava un giglio e che terminava con un serpente avvolto attorno ad una sfera “se non dovesse accettare lo scambio sei autorizzato ad impossessartene con la forza. Porta con te due navi…”
“Sire, torniamo da una dura battaglia” disse Aro sollevando il capo “abbiamo perso diversi uomini e questa nuova missione getterebbe sconforto tra le truppe. Mancano da casa da più di un anno.”
“Se è allegria che le truppe vogliono, darò l’ordine di preparare una festa, ci sarà birra, cibo a volontà e donne, ciò servirà a risollevare il morale degli uomini e a coloro che verrà con te riceverà un premio in oro. Hai dieci giorni per organizzare la partenza” detto questo lo liquidò con un gesto della mano.
Nove giorni dopo le navi, con un equipaggio di cinquanta uomini, erano pronte per salpare alla volta dell’isola di Tindanyss. Aro diede l’ordine di sciogliere gli ormeggi e di lasciare il porto. Il morale era alto, l’oro del sovrano tintinnava ancora nelle tasche dei soldati e ciò contribuiva al buonumore. Dall’alto del ponte osservò la costa scomparire alle sue spalle e la distesa blu diventare sempre più ampia, come se volesse inghiottirli tutti, con quel pensiero di malinconico abbandono lasciò la terra ferma per affrontare il mare davanti a lui.
La notte scese lentamente dipingendo di buio l’orizzonte. Aro chiuse la porta della cabina, si adagiò sul letto e aprì l’oblò in modo che l’aria fresca della notte rinfrescasse il piccolo ambiente. Si addormentò fissando le stelle nel cielo e lasciandosi cullare dal dondolio della nave. Sentì una voce di donna chiamarlo per nome, la cercò con lo sguardo, ma una coltre fitta di nebbia lo avvolgeva impedendogli di vedere ad un passo da lui.
“Ti sto aspettando Aro di Valder” disse la donna.
“Chi sei?” Aro afferrò la spada che teneva in vita e prese a tirare colpi alla nebbia.
“Ti sto aspettando” sentì due mani posarsi sulle sue, un tocco delicato che lo fece sussultare “ti sto aspettando” continuò la donna manifestandosi dinanzi a lui.
Due occhi scuri come la notte avvolti in ciglia lunghe e morbide risaltavano in un viso perfetto contornato da una chioma rossa di capelli che ricordava il colore del fuoco. Aro aprì gli occhi trafelato, madido di sudore, non era la prima volta che sognava quella donna e non sarebbe stata neppure l’ultima.
Avvistarono terra all’alba del quattordicesimo giorno. Una nebbia leggera si levava a contatto con l’acqua e saliva verso l’alto creando un muro ovattato che rendeva scarsa la visibilità. Furono preparare due lance per procedere con una guarnigione ridotta verso la terra ferma.
I villaggi disseminati intorno alla costa dell’isola erano abitati da pescatori che da decenni vivevano in tranquillità grazie alla protezione offerta dal castello di Castrum Dorum, che dall’alto del suo promontorio omonimo dominava l’intera isola. Aro dispiegò la pergamena sulle sue gambe e ne osservò ancora una volta il disegno, raffigurava uno scettro finemente lavorato e con l’impugnatura di un serpente con la bocca aperta. Diede l’ordine agli uomini di vogare più forte, ripiegò la pergamena all’interno della sua giacca e strinse l’elsa della sua spada. La sentì fremere sotto la stretta della sua mano, come se fosse dotata di vita propria, come se percepisse il pericolo che li stava aspettando. Non appena misero piede a terra furono circondati da una decina di arcieri a cavallo, che li minacciava sotto il tiro delle loro frecce.
“Chi siete e cosa volete?” domandò imperioso il capitano degli arcieri.
“Veniamo in pace e portiamo gli omaggi del nostro Re Onorio” disse Aro indicando una cassa a bordo della lancia che conteneva oro, tessuti pregiati e pietre preziose.
“Siete venuti con due navi” disse indicando i due vascelli ancorati a largo “e con altrettante scialuppe siete sbarcati” continuò con fare sospettoso “non mancate di armi e dite di venire in pace” una goccia di sudore scese sulla fronte di Aro, l’uomo che aveva di fronte sapeva il fatto suo, se solo avesse fatto segno ai suoi uomini di impugnare le spade, sarebbero morti prima di sferrare il primo attacco. “La nostra regina mi ha dato l’ordine di portarvi da lei. Prendi con te quattro uomini e fai allontanare gli altri. Una delle due navi dovrà allontanarsi dalle nostre coste prima che il sole sia tramontato o le vostre teste rotoleranno sui loro ponti”
Aro portò con sé quattro dei suoi uomini più fidati e a piedi s’incamminarono verso il castello.
Le porte della sala del trono sbatterono al loro passaggio, i castellani li guardarono con circospezione sussurrando brevi frasi a denti stretti, ma nessuno sembrava intimorito. La Regina Leylan dell’isola di Tindanyss osservava fiera, dall’alto del suo trono, l’ingresso degli sconosciuti. Aveva un viso spigoloso con zigomi pronunciati e labbra sottili, occhi chiari che ricordavano fili d’oro, ma freddi come una punta di diamante. Restò seduta, mentre Aro e i suoi uomini si inchinavano a lei porgendo i rispettosi saluti.
“Parlate di accordi commerciali” disse alzandosi in piedi con fare minaccioso “ma vi presentate con un centinaio di uomini armati! È più facile giudicare questo un atto ostile di guerra.”
La conversazione stava prendendo una brutta piega, Aro valutò che doveva fare qualcosa e in fretta.
“Se mi permettete” disse alzandosi in piedi. Il capitano degli arcieri si spostò di conseguenza, pronto a prevenire ogni suo spostamento. “Re Onorio mi dato un dono per voi.”
“Un dono?” domandò incuriosita facendogli cenno di avvicinarsi.
“Un dono per celebrare la vostra bellezza.”
Nessuna donna poteva resistere alle lusinghe di un uomo che come Aro trasudava forza e virilità. Alla Regina piacevano i corteggiamenti di quel soldato che sapeva usare le parole meglio di un’arma. Si avvicinò al trono porgendole una parure di rubini e perle che risaltavano sulla sua carnagione bianca.
“Questi gioielli sembrano fatti apposta per voi.”
“Sai lusingare una Regina soldato” disse ammirandosi in uno specchio “vieni con me. I tuoi uomini aspetteranno qui.”
La Regina, il capitano degli arcieri e Aro uscirono nei giardini del castello, che si affacciavano direttamente su di una scogliera a picco sul mare.
“Lasciamo le chiacchiere inutili ai cortigiani e alla sala del trono, ora dimmi: cosa vuole il tuo re?”
Aro scelse la strada della schiettezza e fece la sua domanda senza giri di parole. “Re Onorio vorrebbe acquistare da voi questo monile” e le allungò la pergamena che teneva gelosamente nella tasca interna della sua giacca.
Sulla fronte di Leylan si disegnò un’espressione di disappunto. Le sue dita ebbero un fremito.
“È disposto a corrispondervi oro e pietre preziose se acconsentirete allo scambio.”
“Al tuo re piace contornarsi di oggetti antichi e magici.”
“Magici?” Aro sussultò. Gli umani avevano vinto la guerra contro i magici e chi era sopravvissuto si nascondeva ai confini del mondo conosciuto per paura di essere ucciso.
“La magia da potere a chi sa gestirla e questo oggetto in particolare ne può dare molto, non sai di cosa sto parlando vero?” rise davanti allo sguardo sbigottito del soldato.
“Mi trovate impreparato.”
“L’ignoranza aiuta ad ubbidire agli ordini con maggiore servilismo della conoscenza. Continueremo il discorso a cena.”
Quella sera fu indetto un banchetto con carne alla brace, pesce e birra a volontà in onore dei nuovi arrivati. Nonostante le insistenze della Regina che lo invitava a riempire il piatto e nonostante il suo bicchiere fosse costantemente rimboccato di birra, Aro aveva lo stomaco chiuso e un senso di nausea che gli impediva di mangiare. Poco prima che servissero i dolci raggiunse il terrazzo che dava sull’esterno. La luna risplendeva nel cielo e una delle sue navi, ormeggiata a qualche miglia dalla costa oscillava lievemente sulle acque calme del mare. Sentì qualcosa sfiorargli l’orecchio, ma non c’era nessuno. Si guardò intorno. I suoi sensi vigili erano in allerta, mentre dalla sala interna della cena si levavano musiche e canti. Si portò il boccale alla bocca per dissetare le sue labbra, quando una voce di donna gli sussurro all’orecchio “Non bere”. Di nuovo si voltò, e di nuovo non scorse nessuno.
“Non bere” sussurrò di nuovo la voce al suo orecchio. Aro richiamò alla mente il suono di quella voce, dove l’aveva già udito? Ma certo, era la donna dei suoi sogni. Fece per ritornare dai suoi compagni, quando sentì una mano trattenerlo.
“Non devi entrare” due occhi scuri come un cielo privo di stelle fissarono i suoi, dal nulla comparve una giovane fanciulla vestita con una tunica sottile e senza maniche, i capelli del colore del fuoco le arrivavano fino alla vita.
“Sei vera?” Aro si trovò la sua mano intrecciata a quella della giovane fanciulla.
“Il mio nome è Erindal.”
Un grido si alzò dalla stanza del banchetto. Aro scattò, pronto a correre in aiuto dei suoi compagni, quando Erindal gli si parò davanti impedendogli di proseguire.
“No!” gli urlò in volto trattenendolo per le spalle “Verrete uccisi tutti.” Aro cercò di scansarla con una mano, ma senza riuscirci, possibile che fosse tanto forte?
“Lasciami andare” gridò disperato sentendo fendere in aria i colpi delle lame. La fanciulla si limitò a scuotere il capo in segno negativo. Afferrò Aro per le spalle, trattenendolo a sé, i suoi capelli fluttuarono nell’aria come rami di un salice piangente e si attorcigliarono intorno al corpo dell’uomo in un solido abbraccio. Non c’era tempo da perdere. Le guardie della Regina non avrebbero lasciato vivere gli uomini che volevano riportare la magia nel mondo degli umani attraverso la forgiatura dell’occhio di Mistral, ma alla fanciulla interessava le sorti di un solo umano: Aro di Valder. Fece cadere a terra un sacchetto di juta e una nuvola densa di fumo avvolse lei e Aro trasportandoli lontani da quel luogo che odorava di sangue e di corpi straziati.
Quando Aro riaprì gli occhi si ritrovò disteso supino all’interno di una grotta umida. Si portò una mano alla fronte, sentiva un dolore pulsargli alle tempie come se fosse stato uno scalpello sulla roccia dura.
“Perché non mi hai lasciato morire insieme ai miei uomini?” domandò con risentimento alzandosi in piedi e barcollando.
“Non eri destinato a morire alla corte della Regina Leylan ultimo discendente dei Valder, una stirpe di guerrieri che ha dato la vita per custodire e proteggere l’occhio di Mistral.”
“Non so di cosa stai parlando?”
“Prima della guerra il Tuath di Gerender era il più importante nel mondo dei magici, a loro infatti era dato di custodire l’occhio di Mistral, la fonte del potere più antico e primordiale. Il Matronae, una triade formata da streghe, aveva il compito di preservare l’integrità dell’occhio, mentre i Valder ne custodivano lo scettro.” Erindal appoggiò tra le mani di Aro la spada che gli era stata sottratta e gli fece notare la forgiatura dell’elsa “questo serpente è lo stesso raffigurato alla base dello scettro, a testimoniare la vostra appartenenza. Anche se non sei stato istruito all’arte dei magici dovresti avere percepito delle vibrazioni provenire dalla tua spada” Aro accennò affermativamente con un movimento del capo “il tuo potere e la tua forza si sviluppano attraverso di lei. Finché il Tuath di Gerender aveva il controllo sull’occhio la comunità dei magici visse in pace con gli umani, poi iniziò la guerra, non una guerra tra magici e umani come alcuni ci hanno voluto far credere, ma una guerra di potere per controllare l’occhio di Mistral. Una delle streghe del Matronae infranse le regole, si innamorò di un umano e lo sposò, ebbe un figlio, Onorio, un mezzosangue apparentemente umano, ma con il potere dei magici. La strega non si limitò a questo, quando lasciò il Tuath portò con sé l’occhio, pensava che così facendo avrebbe avuto sufficiente potere per proteggere la propria progenie, ma sbagliava. L’occhio contaminò gli umani che resi avidi di potere ne chiedevano sempre di più.”
“Cosa ne è stato dello scettro?”
“La tua famiglia lo ha difeso fino alla morte, ma oramai il popolo dei magici si era indebolito, l’esercito della Regina Leylan lo prese a tuo padre, il quale riuscì a compiere un unico disperato incantesimo: vincolare il potere dello scettro al sangue della sua stirpe.”
Aro provò una punta di rammarico nel ricordare gli anni trascorsi insieme alla madre, chiedendosi chi fosse suo padre e se gli assomigliasse.
“Tu, in quanto unico discendete dei Valder, sei l’unico in grado di riportare lo scettro nel Tuath di Gerender, prima che Onorio se ne impossessi.”
Aro impugnò la spada e lei rispose al suo comando, una scarica di energia gli attraversò il braccio, la sentì pulsare dentro di sé come aveva detto Erindal, qualcosa si era risvegliato in lui, un antico potere che non sapeva di avere. Le mani della giovane gli sfiorarono le tempie mentre ripeteva a bassa voce delle frasi di cui non capiva il significato. Una vampata di calore lo colpì alla schiena facendolo indietreggiare e inarcare di circa venti gradi, gettò il capo all’indietro mentre la sua bocca si riempiva di una nebbia grigia e densa che gli scendeva fin nelle profondità del suo animo.
“Mi dispiace” disse Erindal “questo è l’unico modo per risvegliare in te la magia.”
Quando Aro riprese percepì in modo chiaro e distinto tutti e quattro gli elementi della natura: terra, fuoco, acqua e aria, con il tempo e l’addestramento sarebbe arrivato a gestirli. Era quello ciò che Erindal gli aveva donato, il potere e la sapienza dei magici.
Erindal lo guidò Aro una serie di cunicoli scavati nella roccia che si snodavano come un labirinto al di sotto del castello. Aro sentiva la forza bruciargli le vene e mescolarsi al dolore per la perdita dei propri compagni.
“Da qui devi procedere solo” gli disse Erindal che con un movimento della mano dissolse la parete di roccia che li separava dalla stanza dov’era custodito lo scettro.
Aro entrò nel varco e si ritrovò in una stanza senza finestre illuminata dalla fioca luce delle candele. Non c’erano ostacoli a separarlo da ciò che sembrava essere il suo destino. Sentì una voce sussurrargli all’orecchio “vieni, vieni da me”, ma nella stanza non c’erano nessun altro ad eccezione dello scettro. Era lui che lo stava chiamando, come se fosse un essere vivente. Era il sangue dei Valder a renderlo vivo, l’estremo sacrificio di suo padre li aveva resi parte l’uno dell’altro. Aro allungò una mano e afferrò lo scettro. Un fluido caldo simile ad acqua scorse tra di loro unendoli insieme. In quel istante una porta si aprì davanti a lui inondando la stanza di luce.
“Sapevo che saresti arrivato!” esultò la Regina Leylan dando ordine ai propri arcieri di prendere la mira. Re Onorio comparve al suo fianco. Aro capì per la prima volta che era stato un burattino nelle loro mani. Una furia cieca si impadronì di lui. Con tutta la sua forza scagliò a terra la lama della spada e un raggio di energia si diffuse in cerchio colpendo in una volta sola tutti i soldati che lo minacciavano.
“Notevole” commentò Onorio portando la mano destra al petto “ma non sufficiente a salvarti la vita.” Un raggio luminoso fuoriuscì dal medaglione che portava al collo in direzione di Aro che restò a guardare impietrito, sarebbe morto, se non fosse stato per lo scettro che reagì alla presenza dell’occhio, creando uno scudo magico a sua protezione.
“Noooo” urlò Onorio consapevole che occhio e scettro non avrebbero agito l’uno contro l’altro.
Fu la volta di Aro di contrattaccare. Se era vero che lo scettro non avrebbe agito contro il possessore dell’occhio, lo stesso non si poteva dire della sua spada, che fremeva tra le sue mani in cerca di giustizia. La lanciò nel vuoto con tutta la sua potenza, come una freccia scoccata da un arco teso. Perforò prima le vesti e poi la carne conficcandosi in profondità fin quasi all’elsa. Onorio urlò cadendo in ginocchio mentre dal suo petto il sangue fuoriusciva a spruzzi. Sollevò il capo verso l’alto, gli spiriti aspettarono che esalasse il suo ultimo respiro per portarlo con loro nel regno dei caduti. Disperatamente cercò il medaglione che teneva al petto, ma ormai era troppo tardi e morì.
“Non ci provare!” ruggì Aro contro la Regina che tentò di afferrare lo smeraldo di Onorio. Fece un balzo nella sua direzione e lei fuggì via spaventata chiudendosi la porta alle spalle. L’avidità e la smania di potere avevano nuovamente mietuto i suoi morti. Aro si guardò intorno con disgusto, ma con un’unica consolazione a scaldargli il petto, occhio e scettro potevano nuovamente tornate a ciò che rimaneva del Tuath di Gerender e ristabilire l’equilibrio all’interno del regno dei magici.
Ingrid Rivi


Nessun commento:

Posta un commento

NUOVA USCITA: I Corvi di Thorne Point di Veronica Eden

                        Titolo:  I Corvi di Thorne Point Autrice:  Veronica Eden Serie:  I Corvi di Thorne Point #1 Editore:  Heartbeat Ediz...