Titolo: Un imprevisto che non mi aspettavo
Autore: Ileana Secci
Editore: Self-published
Genere: M/M
Data pubblicazione: 30/05/2022
Pagine: 361
Formato: Ebook, cartaceo e Kindle Unlimited
Store: Amazon
Prezzo ebook: € 1,99
Dalla stessa autrice:
Probabili Imprevisti Sei colpa mia
Probabili Imprevisti Resta con me
Essenza di te (affidato alla Blueberry Edizioni)
Game Over
Strani Equivoci Volume 1
Strani Errori Volume 2
Strani Noi Volume 3
Strani Amori Volume 4
Romanzo autoconclusivo, nonché costola della dilogia Probabili Imprevisti.
ATTENZIONE: sebbene questa storia sia legata ai romanzi Probabili Imprevisti Sei colpa e Probabili Imprevisti Resta con me, non necessita la lettura di questi ultimi. Tuttavia, vi informo che all’interno troverete spoiler legati ai romanzi citati.
Si consiglia la lettura a persone adulte e consapevoli.
Il romanzo contiene scene di sesso esplicito.
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Tocca a me e a Sara aprire il Bulli & Pupe e, a dire il vero, sono già un paio di mesi che pensiamo noi all’andamento del negozio. Filomena è incinta del suo terzo figlio, anche se ancora non sappiamo se sarà un lui o una lei e, siccome Kian è ossessionato dalla salute di sua moglie, nonché la nostra migliore amica, io e Sara abbiamo deciso di portare avanti per lei il negozio, fino a data da destinarsi. Non siamo soli, con noi ci sono Anna e Cassandra che, tra l’altro, sono diventate estetiste esperte nel corso degli anni passati qui al negozio, sotto la nostra supervisione. Inoltre, Filomena ha due figli piccoli di cui occuparsi, a parte la grande casa che hanno acquistato qualche anno fa. Insomma, suo marito non ha poi tutti i torti a volere che si riposi, che lasci a noi l’arduo compito di non fare andare in malora Bulli & Pupe. Sanno che si possono fidare ciecamente, che non hanno nulla di cui preoccuparsi e poi… non è la prima volta che io e Sara gestiamo il negozio, senza di lei. Ce la sappiamo cavare alla grande, lo abbiamo sempre fatto, piccola eccezione per stamattina, dal momento che ho dimenticato le chiavi del negozio nel borsone della piscina.
«Sei il solito cretino! Ma come hai fatto a scordarti le chiavi?» mi rimprovera Sara.
«Senti, non è che siamo tutti perfetti come te. Può capitare a chiunque di sbagliare, specie quando sai che c’è una pazza ad aspettarti fuori sul pianerottolo.»
«Federico Ligori, hai trentaquattro anni, eppure ti comporti come un adolescente. È più facile avere a che fare con i miei figli che con te.»
«Certo, perché li hai partoriti tu e il 50% di loro è esattamente come te. Non è difficile.»
«Sarebbe meglio che ti occupassi più della guida che dello sparare cazzate. E muoviti, altrimenti faremo davvero tardi.»
Ingrano la quarta e guido spedito verso la strada che ci condurrà ai nostri appartamenti che, ironia della sorte, sono uno difronte all’altro. Io e Marco siamo andati a convivere sette anni fa, più o meno e abbiamo preso in affitto la casa che una volta era di Filomena. Sara abita lì praticamente da sempre o quasi. Lei e Omar si sono trasferiti nel loro nido d’amore, non appena la mia amica è diventata maggiorenne e lui ha messo da parte un bel gruzzoletto, per assicurarsi che a sua moglie e ai suoi figli non mancasse mai nulla. La mia detestabile seconda migliore amica aveva sedici anni quando ha avuto Maikol e l’anno successivo è arrivata Michol. Due nipoti meravigliosi, ma troppo simili alla loro madre, per renderli i miei preferiti, non che io ne abbia, anche se Elia, oltre a essere il mio figlioccio e figlio di Kian e Filo, non scherza mica. Mia, la cocca di suo padre e sorella più grande di Elia, è stata deviata da Sara e, per quanto l’adori, inizia a comportarsi, troppo spesso, come la sua madrina e questa cosa mi indispone. Ho provato a correggere i suoi comportamenti, a darle delle dritte e a suggerirle di prendere esempio da me, invece che da zia Sara, ma niente! Mia non sente ragioni e propende sempre dalla sua parte, lasciandomi desolato a osservare il suo nuovo atteggiamento, ahimè, troppo somigliante a quello della strega. No, dai, a parte gli scherzi, amo quella ragazzina e non perché sia il copia incolla di sua madre esteticamente, bensì perché voglio veramente bene a Sara. Accidenti, è faticoso ammetterlo, ma è la pura e santa verità. Io, lei e Filomena, siamo sempre stati una squadra, un trio inseparabile e, nonostante le discussioni, ci siamo sempre stati l’una per l’altra e questo non cambierà né oggi né mai.
«Ieri sera, dopo la doccia, Marco mi ha distratto e mi sono scordato di svuotare il borsone e di mettere a lavare il costume e l’asciugamano,» confesso sincero.
«Ok e che scusa hai per non aver tirato fuori le chiavi, stamattina?»
«Emm… nessuna, a parte che ero in ritardo. Sai, ho fatto le ore piccole e…»
«Per l’amor del cielo, non lo voglio sapere!»
«Come sei suscettibile, mamma mia!»
«Guida e sta’ zitto, per favore,» mi mette a tacere e accende la radio della mia bellissima e, ormai vecchia, Fiat 500.
Smanetta per un po’ con le stazioni radio e, alla fine, stanca di non trovare niente che le piaccia, fa partire il cd di Marco Mengoni. Dopo tre canzoni, arriviamo finalmente sotto al nostro palazzo.
«Ne approfitto per andare al bagno, visto che siamo qui.»
La guardo di traverso, mentre salgo gli scalini dell’entrata due alla volta e la schernisco: «Cazzo, nemmeno mia nonna ha la vescica iperattiva come la tua. Ma quante volte fai pipì durante una giornata?»
«Tralasciando il fatto che non sono cazzi tuoi, razza di decerebrato, ci vado ogni volta che ne sento il bisogno e, comunque, stamattina ho fatto l’errore di bere due bicchieri di quell’acqua nuova che tanto pubblicizzano in TV. Oddio, come si chiama? Essenziale.»
«Ah, ok, allora non è di vescica iperattiva che parliamo, bensì di intestino pigro. Per cui, se adesso dovessi mandarti a cagare, non mi manderesti a fanculo e mi ringrazieresti anche, giusto?» ironizzo sardonico.
«Vuoi davvero che ti risponda?»
«No, perché dovrei perdere altro tempo per controbattere e sono già le 8 e 50, e il negozio dovrebbe essere attivo fra 10 minuti, cosa impossibile per di più.»
«Ecco, appunto!» conviene con me.
Prendiamo l’ascensore in silenzio, mentre Sara si sposta da un piede all’altro sofferente, per via del suo intestino che ha deciso di diventare laborioso tutto d’un tratto e io me la rido sotto i baffi, sapendo che se lo facessi apertamente, rischierei di uscire da qui con le sue cinque dita stampate in faccia. Le porte a scomparsa si aprono e io mi dirigo al mio appartamento svelto, avvertendola: «Vedi di non cadere nel cesso, altrimenti la colpa del nostro ritardo sarà tua.»
«Fottiti!» risponde educatamente, prima di sparire dietro la porta di casa sua.
Faccio per girare la chiave nella toppa e mi accorgo che non ce n’è bisogno, essendo già aperta la porta. Accigliato, rammento di averla chiusa a chiave, perché Marco stava ancora dormendo, quando sono uscito. Oddio, che abbia ragione Sara e io mi stia rincoglionendo di botto? Potrebbero essere i primi sintomi di una patologia di Alzheimer precoce? Al diavolo, anche no! Mi sarò semplicemente dimenticato, così come ho fatto con le chiavi nel borsone. Può succedere anche ai migliori. Scuoto la testa per scacciare questi stupidi e inutili pensieri, ed entro in casa silenziosamente, per non destare il sonno del mio cucciolo che ha la sveglia non prima delle 10 e 30. La porta della camera da letto è praticamente attaccata all’entrata e, nonostante sia chiusa, percepisco troppo chiaramente l’ansimare concitato del mio uomo e quello di… Cazzo, quelli che sento sono i gemiti di una donna! Spalanco la porta e resto impietrito dinnanzi alla scena che ho davanti, incapace di dire o di fare qualsiasi cosa. Marco punta il suo sguardo attonito su di me e sussurra il mio nome. La gallina, che è a cavalcioni sopra di lui, si volta nella mia direzione e non prova nemmeno a coprire le sue tette ancora ballonzolanti, a causa del suo fare su e giù su colui che dovrebbe essere unicamente mio, e sogghigna con fare compiaciuto. Marco blocca i suoi movimenti e la spinge via, facendola cadere sul materasso. Atterraggio troppo morbido, perché, se dipendesse da me, l’avrei buttata giù direttamente dalla finestra.
«Cosa cazzo stai facendo?» riacquisto magicamente la parola, seppur con voce flebile e appena percettibile.
«Non dovresti essere qui,» replica lui.



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